La trasferta


La parola trasferta deriva dal latino trans-fero che significa “andare oltre”, “andare al di là di qualcosa”. Tuttavia fero possiede anche svariati altri significati tra cui quello di “sopportare”
-e quanti viaggi in effetti possono diventare un calvario- 
ma può anche assumere il significato di “raccontare”, o “tramandare” specialmente qualcosa di epico.

Proprio in questo sta l’essenza della trasferta: portiamo noi stessi altrove per poi portare a casa qualcosa da raccontare.

Il grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart ha passato una buona fetta della sua vita viaggiando, per portare il suo talento prodigioso in giro per le corti europee. In molti si sono domandati quando egli trovasse il tempo per comporre i suoi capolavori. La risposta probabilmente è una sola: la musica fluiva nella sua testa nel silenzio delle sue lunghissime trasferte in carrozza.

Viaggiare ci offre tempo per pensare, ci offre tempo per la creatività; in effetti, il mondo come lo conosciamo oggi è frutto di una gigantesca trasferta durata millenni: come racconta lo storico Felipe Fernandez Armesto in un memorabile libro sulle esplorazioni geografiche, l’homo sapiens ha passato la maggior parte della sua breve esistenza a prendere direzioni diverse e inaspettate a partire dalla culla della vita, in Africa.

Forse gioverà qui ricordare ai razzisti del nuovo millennio che noi umani siamo tutti figli di uno stesso ceppo originario, diffusosi proprio a partire dal grande continente africano.

E così, i nostri progenitori dopo essersi separati e aver colonizzato quasi tutte le terre emerse, hanno passato il resto del loro tempo a organizzare grandi esplorazioni geografiche, o trasferte in grande stile se vogliamo, nel tentativo di ricongiungersi, dimenticandosi che il loro DNA era praticamente identico.

L’altro punto su cui si sofferma lo storico è che anche agli albori dell’umanità un oggetto assumeva tanto valore quanto era lunga la strada che aveva percorso per arrivare fra le mani dell’acquirente. I chilometri percorsi insomma nobilitano gli oggetti, e nobilitano un po’ anche noi.

Come ci insegnano i pellegrini che da Canterbury andavano a Gerusalemme, la trasferta deve avere un qualche obiettivo, spirituale o assai più pratico.

Infatti, tornando al magico mondo del bar sport, evidentemente la trasferta si organizza per inseguire qualche vittoria sportiva, con la squadretta locale su improbabili pulmini, oppure come tifosi alla ricerca del gol del vantaggio in zona Cesarini.

E a quel punto, al bancone, le ipotesi sono due: bere per festeggiare la vittoria, oppure bere per dimenticare la sconfitta dei propri beniamini.

A livello sportivo si sa che la trasferta più celebre fu quella della nazionale italiana per partecipare al mondiale del 1950: i giocatori, terrorizzati dalla recente tragedia di Superga pretesero di recarsi in Brasile a giocare via nave. 

Il ponte era ampio e la possibilità di allenarsi a bordo non mancava; se non che, nel giro di alcune ore, tutti i palloni finirono inesorabilmente fra le onde dell’oceano.

-Se state pensando al compianto Wilson del film Cast Away significa che avete ancora un cuore-

Inutile dire che dopo quel terribile mondiale e quella terribile traversata i giocatori nostrani animati da un nuovo leonino coraggio, scelsero chiaramente di tornare in patria in aereo.

Il resto l’ho sperperato


Bar Sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Lo sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Mi spiace per nuotatori, ciclisti, rugbisti, pallavolisti, tiratori di scherma, fuoriclasse del curling su ghiaccio: sarete sempre in secondo piano.
E la colpa non è vostra… ma dei gusti del pubblico.

Intendiamoci, c’è qualcosa di leggendario in undici uomini che si sfidano a pallone in edifici che nell’anima sono arene di antica memoria. Il boato di migliaia di persone che si sente al fischio d’inizio qualche brivido lo regala sempre, anzi, credo sia molto simile all’esplosione della folla quando una rockstar sale sul palco, imbraccia la fender e dice “Good evening everyone”.

Intrattenimento in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
C’è una massima che dice “Se non ti occupi della politica, la politica si occuperà di te”, come a ricordarci che interessarsi alla vita pubblica è un dovere civico.
Ecco, nel nostro paese a me sembra altrettanto vero che se non ti occupi del calcio, il calcio si occuperà di te, nel senso che se il pallone fra i pali non ti dice granché, pagherai lo scotto di una certa esclusione sociale.

Alle elementari, essere esclusi dal mercato delle figurine Panini, in effetti era un po’ triste.
Per non parlare poi dei compagni che venivano vestiti con la tuta in acetato (Dio perdoni gli anni ’90) con lo stemma sul petto della locale squadretta paesana.
Calcio fino a un certo livello, infatti, significa più che altro inzaccherarsi fino ai capelli la domenica mattina.

Insomma, calcio in Italia significa che può anche non fregartene di meno del pallone, eppure ricordi perfettamente dove stavi guardando la finale Italia-Francia del 2006, e a quale fidanzatina del liceo eri abbracciato. Patriottismo in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.

In Italia ad esempio non puoi fare l’insegnante senza padroneggiare l’abc del campionato, perché a seconda dei risultati della domenica puoi prevedere con che facce si presenteranno a scuola gli alunni il lunedì;
poi, fatte due chiacchiere su quel rigore non dato e su quanto la squadra x meritasse davvero di vincere, allora puoi sperare di avere qualche minuto di attenzione (non di più, per carità).
Se le energie profuse nei raffinati calcoli del Fantacalcio fossero utilizzate per memorizzare la Divina Commedia… ma in fondo, va bene così.

Il mondo del pallone poi al Bar Sport ha delle regole non scritte fondamentali:
1- Occorre parteggiare per Messi o per Cristiano Ronaldo, non si può non prendere posizione; (attualizzazione della sfida Maradona-Pelé)
2- La Juve fa sempre schifo, a prescindere (ladri, Moggi e Calciopoli e via dicendo)
3- Un’inter come quella di Mourinho, non la rivedremo mai più
4- Ibrahimovic ha fatto un altro gol di rovesciata?

In conclusione, chi è il Pantani del calcio, idolo indiscusso che mette d’accordo tutti al Bar Sport? Beh, senza dubbio è George Best, il leggendario calciatore prodigio, finito male tra le spire dell’alcolismo, a cui si deve la frase “Ho speso gran parte dei miei soldi per alcool, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato

A carte scoperte

Aleksej Ivanovic, il celebre ludopatico protagonista de “Il giocatore” di Dostoevskij, delega alla roulette la sua stessa vita.
Incapace di prendere decisioni, eroso da una passione malata per la giovane Polina, Aleksej vede nel gioco d’azzardo la sua autodistruzione e allo stesso tempo la sua unica possibilità di redenzione.

Il circolo vizioso è evidente, e lo stesso Dostoevskij scrisse questo romanzo magistrale in appena 28 giorni. Doveva consegnarlo in fretta al suo editore perché, manco a dirlo, stava sprofondando nei suoi debiti di gioco.

La verità è che la regina di picche ci impiega poco o nulla a tagliare la testa a qualsiasi giocatore, e la brama di rilanciare la posta, manche dopo manche, è dietro l’angolo anche per l’uomo più parco.

Proprio per esorcizzare questo terribile pericolo, il Dio delle Basse ha donato agli avventori del Bar Sport l’innocuo gioco della briscola.

-inocuo si fa per dire, perché non stento a immaginare risse generate da un Tre di Denari messo giù al momento sbagliato-
 
In effetti, nel magico mondo del local internet, cioè quella parte della rete che fa riferimento a situazioni squisitamente regionali, il video di alcuni anziani che giocando a briscola sbagliando alcuni conti è oggetto di culto.

Se chiedete a qualsiasi Veneto quanto fa “15 + 18” lui risponderà senza esitazione “36”.

Che dire poi del linguaggio magico della briscola in 4, giocata a coppie? Le carte dal Negro oppure le Trevigiane fremono in mano agli sfidanti, che però tramite certosini calcoli e codici segreti devono stabilire quando giocarsi il tutto e per tutto.

Perché in fin dei conti il nostro modo di gettare le carte sul tavolo rivela molto della nostra personalità. C’è il Kamikaze, che si gioca briscole e carichi nell’arco delle prime tre mani, e c’è l’Attendista, che osserva la scena da dietro le quinte per cercare di superare il fantomatico 60 nell’ultima giocata.

D’altronde, guardando a ritroso le nostre vite, ci rendiamo conto di quanto ciò che siamo sia il frutto di una serie di scelte che in tempi non sospetti ci sembravano del tutto insignificanti. Ma per un punto si può perdere la cappa come Martin, che desiderava tanto indossare un giorno il mantello (la cappa appunto) dell’Abate.

Ecco allora che gli assi della briscola ci raccontano grandi verità filosofiche: Martin ci ammonisce dall’asso di coppe;

“Se ti perdi tuo danno” ci dice invece l’asso di bastoni invitandoci a riflettere sulle nostre responsabilità

-e chissà quanti frequentatori del bar sport, inebetiti dai fumi dell’alcol, hanno perso la via di casa-

L’asso di denari ci rammenta quanto sia inutile e controproducente conoscere il futuro se la jella ci aspetta al varco: “Non val sapere a chi ha fortuna contra”.

Insomma, come insegnano i più valenti filosofi del bancone, tra un bicchiere e l’altro tanto vale vivere alla giornata.

Bar Sport, Capitolo Terzo: Marco Pantani dalla vasca da bagno alle Alpi.


Mia nonna mi raccontava: “Una volta Bartali è passato qui in campagna e la maestra ha portato tutti noi bambini sul ciglio della strada a vedere la corsa e fare il tifo”

C’è qualcosa di magico nell’idea di spingere due ruote solo con la forza delle gambe, soprattutto quando si macinano abbastanza chilometri da far impallidire anche il marciatore più allenato.

Quando si è in salita poi, e ogni pedalata è una pugnalata e si boccheggia prossimi al traguardo (ovvero la birretta nel locale bar sport), quando si arranca in salita e i motociclisti ti sorpassano in maniera anche un po’ stizzita, è impossibile non pensare “Facile andar su, con un motore sotto il culo”.

Al bar sport, quando arriva maggio, il calcio inizia a languire e nella tv gracchiante a tubo catodico sopra il bancone iniziano a scorrere le interminabili tappe del Giro d’Italia prima e del Tour de France poi.

Il Belpaese ha un rapporto un po’ ambivalente col ciclismo. Al Bar sport si amavano più che altro i grandi campioni che lo sport in sé. Eppure, tempo addietro non era così: fino alla metà del Novecento lo sport più amato era nettamente il ciclismo, anche perché in quei tempi di strade bianche, la bicicletta era la quotidianità per la maggior parte degli Italiani.

Poi il calcio si impose, anche con qualche complicità del Regime, che preferiva gli sport di squadra agli sport individuali, per creare nella gioventù un certo spirito nazionalistico, o per meglio dire “squadrista”.

Poi chiaro, anche il ciclismo è uno sport di squadra -e quando stai in scia finalmente te ne accorgi- ma quello che taglia il traguardo è uno solo: di solito si fa il tifo per il singolo corridore, a prescindere dalla squadra per cui corre, relegando i pur valenti gregari ingiustamente nell’oblio.

Bartali era particolarmente amato al bancone per un celebre suo insulto pronunciato all’indirizzo di un Fausto Coppi prossimo ad arrendersi in salita: “Coppi, sei proprio un acquaiolo”, gli disse con quel suo accento toscano, che significa non sei neanche abbastanza uomo da bere il vino.

Al Bar Sport, quando proprio erano terminati tutti i pretesti per litigare, si poteva sempre ritirar fuori la storia di chi avesse passato la borraccia a chi fra Coppi e Bartali; si poteva sempre sparare a zero sul ciclismo perché tanto sono tutti dopati; si poteva esprimere tutto l’odio del mondo per i ciclisti che la domenica pedalavano l’uno in fianco all’altro; ma in mezzo a queste baruffe tra allenatori e direttori sportivi dozzinali, solo un atleta metteva d’accordo tutti: Marco Pantani, che in ogni caso non doveva morire, e in ogni caso era stato squalificato ingiustamente.

Pantani, che da ragazzino lavava la bicicletta nella vasca da bagno, ultimo eroe in grado di vincere Giro e Tour nella stessa annata, era stato protagonista di un’impresa omerica e impossibile ai nostri tempi di ciclismo scientifico e biciclette sviluppate nelle gallerie del vento come auto di formula-uno.

Impresa titanica la doppietta del 1998, quando solo tre anni prima si era troncato di netto tibia e perone per una macchina inspiegabilmente venuta su in contromano alla Milano Torino.

Fa quasi rabbrividire il ciclismo senza caschetti di quegli anni; d’altronde sappiamo tutti che con la bandana coperta dal casco, Marco non sarebbe mai diventato nell’immaginario collettivo, il Pirata.

Che controsenso questo soprannome, ho sempre pensato: in fondo i pirati sono uomini di mare mentre lui, leggero come una piuma, è stato prima di tutto l’uomo delle cime innevate, scalatore invitto e perduto per sempre, purtroppo.

Perché alla fine, bella la pianura e le tappe a cronometro, ma il vero campione che ti fa alzare in piedi è il signore della montagna, quello che riesce a domare la forza di gravità e alza le mani al cielo dopo l’agonia infinita e verticale dei passi alpini.

Bar Sport, capitolo secondo: Il Chiarissimo


Il Chiarissimo entrò fra l’entusiasmo generale sbattendo un po’ la porta, come il più famigerato cacciatore di taglie nel Far West.

Fece la sua entrata trionfale, il bar sport divenne improvvisamente un saloon e io giurai che fosse pronto ad ordinare un whiskey per sé e uno per il suo cavallo, puntando la pistola contro lo sceriffo corrotto in stile Tex Willer.

Il Chiarissimo mi incuriosiva, anche perché era l’unico che nel bar godeva di più d’un soprannome, tanto era camaleontica la sua personalità.
In effetti, nel suo caso lo scarto fra l’essere camaleontico e la schizofrenia era decisamente labile. Lo chiamavano Chiarissimo per i suoi capelli biondastri e la tinta tenue del viso. Lui diceva che si era scolorito a forza di lavorare con la fiamma ossidrica, come una specie di abbronzatura al contrario. La maggior parte degli altri avventori invece aveva la pelle di cuoio, cotta dal lavoro agricolo sotto il sole.

Il Chiarissimo aveva sempre la battuta pronta, fulminea, e nessuno riusciva ad avere l’ultima parola quando discuteva con lui. Parlava una strana miscela tutta sua di italiano quando voleva fare filosofia da bar, e di dialetto quando invece voleva risultare più efficace.

La filosofia da bar mi divertiva sempre molto, perché chiunque al bancone possiede una formula magica, razionale e argomentata per risolvere i problemi dell’universo, formula che inevitabilmente si dissolve non appena si varca la soglia dell’uscita e si torna al grigio mondo reale fatto di panni da stendere e mogli che passano il loro tempo a berciare contro i mariti inadempienti.

D’altronde, in quella fucina di idee a breve scadenza che era il bar sport, più si beveva e più le formule magiche e sgangherate di cui sopra acquistavano credibilità, e tutti si sentivano investiti di quella saggezza momentanea e illuminante che solo l’alcol sa regalare; infatti, anche le alleanze e le amicizie più momentaneamente indissolubili erano bagnate di vino.

Tornando al Chiarissimo, che di certo non era un avvinazzato ma nemmeno un santo, avevo scoperto che era detto anche Gigi Riva non appena le sue mani fatate toccavano le manopole del calcio balilla. Era un vero fuoriclasse del calcio da bar, uno che avrebbe potuto competere a livelli molto più alti della bassa veneta.

Era un attaccante indomabile e quando si iniziava a giocare le sue uniche parole, perentorie è un po’ minacciose erano “Non si frulla”, facendo riferimento a quel movimento rotatorio sguaiato tipico dei principianti. Io, come tutti gli imberbi giocavo più che altro al flipper, che era a un livello inferiore rispetto al calcetto.

Lo guardavo giocare con la coda dell’occhio, e non capivo come potesse governare in maniera così sicura la manopola centrale dei centrocampisti, con tutti quegli omini di plastica impossibili da mettere d’accordo.

Quello era forse l’unico momento in cui le varie personalità del Chiarissimo si fondevano per un unico obiettivo: quello di fare goal, e ovviamente farsi offrire un giro dai perdenti.

Bar Sport, capitolo primo: i nomi da bar.

Dare un nome è qualcosa di estremamente arrogante.
Una vera attività demiurgica, da creatori dell’Universo.
Non a caso colui che dà il nome alle cose è il Dio della Genesi (poco importa quale sia il vostro Dio e quale sia la vostra genesi, arriverà un punto in cui qualcuno dirà “Queste si chiameranno tenebre, e queste si chiameranno stelle”)

Spoiler alert: tendenzialmente nelle Genesi l’uomo è creato con il fango, lo stesso fango sul quale piscia il vostro cane, il che forse dovrebbe ridimensionarvi un attimo… ogni volta che provate un po’ d’ansia per questioni risibili (cioè praticamente tutte le questioni umane) pensate ai gatti che scavano nel fango con cui foste creati e ricordatevi perché lo fanno.

A proposito di animali domestici: siete voi a dar loro un nome a cui forse risponderanno, e non è un caso che poi vi consideriate i loro padroni. Non sareste tali se non aveste chiamato Gilda la vostra cocorita o Pablito il vostro cane.

Che responsabilità decidere come si chiamerà qualcuno.

Che dire infatti dei genitori: conferire al nascituro un nome convincente è il primo, supremo atto d’amore. Oppure puoi essere davvero un criminale e condannare i vari Gionatan, Kevin e le varie Gennifer al pubblico ludibrio per l’eternità (peraltro registrandoli all’anagrafe con le grafie più fantasiose). Non che i magniloquenti Marcantonio e Clotilde se la passino molto meglio eh. Però…

Insomma, dare un nome è un atto di profondissima responsabilità, di avveduta coscienziosità, di solenne autorevolezza: infatti i nomi ci vengono dati da Giove Pluvio, dal Dio di Abramo e Isacco, dai Padri, dalle Madri…

ma soprattutto, i nomi ci vengono dati nei bar di paese.

Al bar sport quando raggiungi l’età della ragione, la piena maturità per uscire dalla massa indistinta dei bocia… beh è lì che tutto ha inizio, è a quel punto che acquisisci, finalmente, a furor di popolo una tua identità.

Perché ricordati che al bar sport, finché bevi spuma e ti fai offrire ghiaccioli pieni di coloranti, resti poco più che un poppante… Questo, fino al giorno in cui qualcuno, inaspettatamente, non ti battezza; il fonte battesimale è una damigiana di vino di dubbia qualità, ma che va giù che è una meraviglia tra una briscola e l’altra.

Il bancone del bar del paese è il tuo rito di iniziazione, il tuo altare, ti chiama a nuova vita. Gli avventori della locanda, specie i più anziani, sono i tuoi sommi sacerdoti, la Gazzetta è la tua Sacra Bibbia.

Anche perché diciamoci la verità: nei bar veneti il Dio di cui sopra non solo conta poco, ma ne esce anche piuttosto malridotto.

Nietzsche is not enough

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Vorrei avere sempre della gran burocrazia da fare,
perché quando ho della gran burocrazia il mio cervello si ribella
e mentre metto insieme scartoffie piene di errori,
lui continua a girare per i ca**i suoi
e a me vengono delle grandi curiosità e delle grandi tempeste.

Mi smarrisco un po’ nel regno delle potenzialità,
anche se non ho le energie per realizzare tutto quello che vorrei realizzare.

Oppure, riprendo in mano dialoghi lasciati a metà anni prima:
una volta stavo in vacanza con la mia famiglia in qualche borgo toscano vicino Siena, era luglio ed tutto era un abbaglio. Le pietre erano bollenti e gli oleandri oscillavano. Non c’erano gli smartphone nel 2005 e quindi io avevo con me un romanzo (non ricordo quale ma ricordo che mi teneva abbastanza incollato alle pagine). Se avessi avuto uno smartphone avrei letto molto meno e forse ora farei un altro mestiere. Avevo un pacchetto di sigarette in tasca e quindi mi sentivo il più fiquo dell’universo. Mi staccavo da mamma papà e sorelle e andavo a leggere per gli affari miei. Ero nell’estate fra la quarta e la quinta superiore, suonavo la chitarra dignitosamente per una vacanza, avevo capelli improponibili. Avevo una fidanzata a Verona che mi aspettava. Insomma, la fortuna mi arrideva.

In un giardino sperduto in cui sono seduto a leggere arriva un trio: due ragazzi e una ragazza. Sembrano simpatici. Mi sembrano vecchissimi, come ti sembrano vecchissimi tutti quelli che hanno più di 23 anni quando tu ne hai 16. Vado a parlare con loro. Sono napoletani, chiacchieriamo. Mi offrono un sorso di birra ma io non accetto perché sono troppo piccolo per bere la birra. A quello più barbuto faccio una domanda ingenua, terribilmente infantile: “Chi è il tuo filosofo preferito?”. Lui ci pensa e risponde “Mah, forse Nietzsche”. Io sono fregato perché sono arrivato a malapena a Hegel alla fine della quarta. Gli dico “Ah, figo”.

L’impotenza di quel momento mi è rimasta impressa. Volevo anch’io fare l’universitario che viaggia e beve birra con i suoi amici e ha un filosofo preferito. Vorrei rivedere i tre napoletani adesso. Forse avrei qualcosa di minimamente sensato da rispondere.

Torno da mamma, che finge di non accorgersi che fumo. Mia sorella piccola è una fontana di lacrime perché un’ape l’ha punta.
Io sbuffo e ho una voglia incredibile di essere,

più o meno eh,

quello che sono adesso.

Quasi d’amore.

Non esistono perfezioni, ma l’ho scoperto piuttosto tardi.
Quando ho capito che le cose non stavano come le avevo immaginate da bambino, ho provato delusione ma anche sollievo. Mi è mancata la terra da sotto i piedi, e allo stesso tempo mi sono sentito assolto: non ero tenuto ad essere impeccabile.

claudia recanati

“Muoviti!” mi disse tirandomi per la manica, mentre correva con le sue gambe da airone che non sapevano più di ragazzina senza essere ancora quelle di una donna. I suoi malleoli distruggevano i fili d’erba alta che osavano ostacolare la sua corsa furiosa e leggera; quando sfioravamo le mulattiere alzavamo sabbia e sassolini. Una delle sue scarpe di tela, scarpe da ginnastica, era parzialmente slacciata, ma la cosa non sembrava turbarla. Alla fine dell’anno scolastico, le Superga da mercato che mia madre mi comprava a settembre non erano più relegate alle ore di ginnastica, e diventavano le calzature estive ufficiali: le suole che servivano solo per il gioco controllato della palestra inauguravano la stagione di gioco perpetuo che era l’estate. Mi sembrava una specie di piccolo miracolo, come quando alle elementari, a casa del compagno di classe, ad un certo punto rimanevamo scalzi per giocare più agevolmente alla lotta in cameretta. Io e Lene, in due, facevamo poco più di trent’anni. Lei autoctona, un po’ selvatica, io mandato in campagna per temprarmi e respirare aria buona. «Cristo, muoviti!»; avrei voluto accelerare ancora, ma avevo il fiatone ed ero al limite delle mie capacità muscolari; eppure non potevo permettermi di non star dietro a una femmina nella corsa. I suoi capelli, paglierini e lunghi, raccolti in una treccia ormai sfatta, rimbalzavano sulla canottierina a righe che aveva addosso, e che le lasciava le spalle di miele scoperte. Il suo accenno di seno mi teneva sveglio la notte, ma non sapevo ancora sfogare efficacemente quel desiderio prepotente e distantissimo in fondo alla mia coscienza. Prima di iniziare a correre come pazzi eravamo seduti nel suo giardino, lei stava cercando di insegnarmi un gioco di carte che faticavo a capire; era quasi il tramonto di una giornata estiva che non accennava a finire e io pensavo solo ai compiti di matematica che dovevo fare e a un libro dell’orrore che volevo terminare di leggere, preziosa eredità di un cugino più grande; Lene aveva sentito la sirena del battello che riportava gli operai dall’altra parte dell’immenso fiume, fino alla grande segheria che dava da mangiare a tutte le famiglie del borgo. Aveva gettato via le carte con un gesto inconsulto, si era alzata con un entusiasmo tale da ribaltare la sedia su cui era seduta e mi aveva intimato di seguirla, non preoccupandosi affatto di sapere se ne avessi voglia o meno; era un tratto tipico della sua personalità: prendeva iniziative dando per scontato che gli altri l’avrebbero seguita. Io provavo un misto di antipatia quando la mia volontà, o per meglio dire la mia persona, non erano in alcun modo prese in considerazione. Allo stesso tempo provavo un disperato desiderio di emularla, di pensare meno e agire di più. Al suono della sirena avevamo così iniziato a correre per le strade di quel paesino minuscolo, neanche degno di una chiesa. In un minuto scarso l’avevamo attraversato, diretti come forsennati verso l’argine. Mentre credevo che i polmoni mi esplodessero mi ricordai delle parole che mi aveva detto il giorno innanzi: «Quando il battello parte spaventa sempre un banco di pesci, e allora li vedi muovere tutti in gruppo. Sembra una specie di… concerto d’argento sott’acqua». Ogni tanto mi stupiva la sua capacità di inventare delle metafore a prima vista ingenue ma perfettamente efficaci. Mi pareva che non le bastassero le parole che conosceva per descrivere le cose che le piacevano. Una volta mi aveva detto «Vieni con me, ti faccio conoscere una mia amica» e mi aveva trascinato lungo un sentiero, al termine del quale immaginavo di trovare una casa, una famiglia e una nostra coetanea che evidentemente non avevo mai incontrato. Al contrario, ci fermammo presso una pozza d’acqua stagnante: «Ecco questa pozza è mia amica», e ci lanciò un paio di ciottoli dentro guardando i cerchi concentrici che increspavano l’acqua verdastra. Io non capivo. Eppure, nella sua testa, era perfettamente normale che una ragazzina potesse definire amica una pozza d’acqua. Era una cosa che esulava anni luce dalla mia logica. Mentre mi parlava del concerto di pesci, non avevo ascoltato Lene con l’attenzione che meritava perché guardavo le sue gambe, il suo sedere stretto in un paio di jeans tagliati a mo’ di shorts, guardavo le sue iridi di un verde che non esisteva in nessuna delle mie compagne di classe. Non l’avevo ascoltata anche perché spesso faceva discorsi un po’ strani, o almeno così suonavano al mio orecchio da figlio della città con l’inverno tutto impacchettato di impegni e rigore. A volta a scuola mi veniva una voglia terribile di rovesciare il banco su cui ero chino, urlare qualcosa a caso contro le professoresse e i miei compagni, fare uno di quegli urli che ti spaccano la gola di entusiasmo e correre via con i talloni che mi sfioravano il sedere per la foga. Non lo facevo mai: ero il primo della classe, e la mia ribellione rimaneva una scena di ordinaria follia nella mia testa annoiata. Lene era fatta della stessa materia di cui era fatta quell’energia repressa dentro di me.

Si era arrivati finalmente all’argine erboso, il fiume palpitava placido sotto i nostri occhi mentre il battello si apriva un varco fra le acque. Una cicala friniva e si sentiva in lontananza uno scampanare di vacche. In quell’ora crepuscolare i capelli di Lene diventavano di rame. Si mise a scrutare attentamente l’acqua e a un tratto disse «Eccoli!». Mi indicò uno sfarfallio ondeggiante, un muoversi di squame che riverberava di luce. «Sono belli, vero?» mi chiese senza attendersi veramente una risposta. Mi abbandonò e si diresse verso l’albero più vicino, che scalò agevolmente fino a sedersi sul ramo più alto. Non era salita per vedere meglio i pesci, si era arrampicata perché aveva voglia di farlo e basta. «Vieni su!»; la guardai esitante. «No dai, è tardi. Mia nonna mi aspetta. Non ne ho voglia» che significava che mi faceva un po’ paura salire così in alto come aveva fatto lei. In pochi istanti scattò e non si fece attendere: saltò da un’altezza che mi parve spropositata, una cosa che mia madre non mi avrebbe mai permesso di fare. «Va beh, andiamo», disse un po’ scontenta. «Beh comunque erano belli i pesci» dissi in un maldestro tentativo di rincuorarla. Mi venne voglia di prenderle la mano, cosa che ovviamente non feci. Mentre ripercorrevamo camminando la via dell’andata, qualche vecchio iniziava ad accendere le lucerne fuori dai portoni delle case. «Sai pescare?» mi disse a un certo punto. «Beh, io… non l’ho mai fatto». «Magari ti insegno. Beh ciao» e puntò dritta a casa sua girando l’angolo. Mia nonna era sulla porta che mi aspettava. Non avevo voglia né di cenare, né di dormire.

Il tuo lavoro non è la tua vita (HAHAHA SEMBRA UN TITOLO DI INTERNAZIONALE BY OLIVER BURKEMAN)

wall floor bathroom indoors
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Incredibile, l’ultima volta che ho scritto due righe eravamo nel decennio scorso.
Uh, come passa il tempo.
Vorrei parlare di alcune cose sciocche, al mio solito, che tramite un procedimento induttivo mi rivelano aspetti più en profondeur del nostro miserando passaggio su questa terra.

In generale sto ricavando qualche saggezza dai miei 30s: tipo non lo so, che io non sono il centro dell’universo; che quello che ritengo importante è decisamente più trascurabile di quanto io non creda.

Su questo aspetto ci sto ancora lavorando: è difficile arrendersi alla mediocrità se da bambino eri il più bravo a scrivere in una scuola di periferia urbana in una classe di veri figli del proletariato. Ci sono voluti orizzonti ben più ampi per convincermi del fatto che non sono speciale come la maestra mi aveva fatto credere.

Nel lento tentativo di arrendermi al fatto che non sono un enfant prodige mi sono reso conto di alcune cose:

1- Questa follia dell’efficienza nel capitalismo occidentale ha rotto il c***o. Il dogma dell’efficienza è quanto di meno umano esista. Tipo che quando stai pisciando nel bagno di un bar, a neanche metà dello svuotamento vescicale piombi nelle tenebre più assolute. E a quel punto, con il tuo arnese ancora fra le mani non puoi far altro che ondeggiare o portare in alto mano(seguiiltuocapitanooo) per far resuscitare quella ignobile fotocellula. Ai baristi dico che quello che risparmierete nella bolletta della luce lo perderete in detersivi: credete che al buio uno riesca davvero a pisciare dentro la tazza (ondeggiando)?

2- Una volta ero molto stressato e ritenevo che il mio lavoro fosse tutta la mia vita. Fu una fase molto difficile che seguiva il tragico momento della fine degli studi umanistici. L’ansia che ne conseguì fu una delle prime sberle che presi dal mondo. Quando iniziai a perdere il sonno decisi quindi di iscrivermi a un corso di training autogeno, senza sapere bene cosa fosse. Pagai la quota e seguii il corso per tentare di centrare la mia vita come si centra la ruota di una bicicletta con i raggi sballati.

Non posso dire che il corso non sia stato efficace: le tecniche di allontanamento dello stress funzionavano così bene che dopo 5 minuti di training piombavo nel sonno più oscuro e senza sogni di cui possa godere un cristiano. Tecnicamente, quindi IO NON HO MAI FREQUENTATO UN CORSO DI TRAINING AUTOGENO.

3- Raga è inutile che durante le riunioni mi parliate col labiale perché non sono sordomuto e non capisco un ca**o e provo un imbarazzo indegno e alla fine sono costretto a mentirvi facendo cenno che ho capito.

4- Che palle quelli che se la prendono con l’apparenza sui social e con la non autenticità di ciò che mostriamo sui social e alla fine laggente rivela solo il lato più bello di sé sui social e bla bla bla. Dio mio, è ovvio che su Instagram ti pubblico la foto dove sono particolarmente fiquo e il tramonto sul Vesuvio. Cosa devo pubblicare, la bolletta delle Acque Veronesi? Se questa positività finta e piena di filtri non ti piace, stacca internet e prova a cercare lavoro con una laurea in lettere.

5- Vivo gettando le ansie e le preoccupazioni di cui sopra in un grande scompartimento stagno in fondo al mio cervello. Ogni tanto tracima e lì son ca**i amari. Ma finché tutto se ne sta lì io sono felice. Superficialità? Forse. Ma quelli che dicono che i problemi vanno affrontati mi indispongono quasi quanto le fotocellule nei bagni. Più mi inoltro nella maturità, più ho l’impressione che l’essenza della vita sia scansare i problemi, fino a quando ci si riesce.

Quando il fardello dei vostri problemi diverrà insostenibile, fidatevi di me:
iscrivetevi a un corso di training autogeno.

Tu vuo’ fa’ l’Americano (Campari, vermut e una spruzzata di soda).

Comunque, io le prendevo.
Se da piccolo facevo il cretino, le prendevo.
(intravedo già pedagoghi contemporanei che si stracciano le vesti per l’orrore)
Non so, magari sono stato l’ultimo bambino nell’Occidente industrializzato a prenderle.
(Te ne do tante che te le ricordi finché non vai militare era un simpatico refrain di mia madre, che evidentemente non sapeva che il servizio di leva obbligatorio è stato abolito per la classe 1989)

Il punto è che facevo (faccio) piuttosto spesso il cretino; credo di aver messo a dura prova la pazienza dei miei genitori. Ricordo anche un memorabile manrovescio di mio padre quando avevo 16 anni ed ero un vero rebel, ed ero supremo e patetico come scrivono gli Ouchi Toki, magistralmente, nel brano Il ballerino.

Comunque, quel ceffone mi è stato utile, mettiamola così.

Da bambino, prenderle, in concomitanza con una raffinata rete di punizioni e sensi di colpa indotti, era qualcosa che però cozzava violentemente con il fatti valere di matrice patriarcale trasmessomi senza dolo da mio padre.

Il risultato di questa LACERANTE DICOTOMIA (SCUSATE IL MAIUSCOLO MA QUESTA LOCUZIONE L’HO TROVATA SCRITTA IN UN BOTTO DI MANUALI DI LETTERATURA E NON VEDEVO L’ORA DI USARLA) è stato un mio generico rammollimento o, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, una mia predilezione per la nonviolenza.

Lo scontro mi stressa e mi stanca enormemente. Poi, le tendenze più bestiali della mia persona devono uscire pur in qualche modo, e così sfogo i miei istinti da serial killer in questi frangenti:
1- Quando a momenti sfondo il foglio con la penna rossa mentre correggo temi sconclusionati dei miei alunni/e.
2- Quando faccio la lotta con le mie sorelle.
3- Quando mi incazzo con la mia partner di turno per delle idiozie passivo-aggressive salvo poi pentirmene e chiederle scusa per le 24 ore successive che alla fine dei conti aver spostato lo stendino delle mutande non è poi così grave, dai.

Al contrario, contro ogni pronostico, quando mi trovo davanti a un venditore di biciclette che mi ha rifilato un mezzo che si spacca ogni due mesi e mi chiede anche denaro per ripararlo, beh, sono un agnellino. Quasi amichevole. Che fenomeno bizzarro.

Data questa lunga prolusione, ora vi racconterò del fiotto di bile che ho ricevuto in pieno volto qualche sera fa. Mi trovavo a una festa (mi trovo spesso a delle feste). Un convitato che non conosco seduto da solo su un divano, sentendo che sto parlando di biciclette con un amico si intromette nel discorso, che qui traduco in lingua italiana:
-Ah ma vai in bici?
Io fieramente: -Non ho altro mezzo-, sorrido.
-Ma sei un ciclista?- (tautologicamente)
-Vado anche in bici da corsa nel fine settimana.
-ALLORA SE VEDI UNA BMW ROSSA CHE CERCA DI AMMAZZARTI SONO IO, DIO ****. IO LI INVESTIREI TUTTI I CICLISTI DIO ****.
Cerco di assumere l’aria più affabile che mi riesca e con voce scherzosa: -Quantomeno non inquino, dai.
-MA CHE CAZZO ME NE FREGA DELL’INQUINAMENTO DIO ****-
Mi volto verso il bartender: -UN ALTRO AMERICANO PER FAVORE.

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Prendere un altro drink insomma, mi è sembrata la cosa più saggia da fare. Eppure mi chiedo: quale frustrazione porta a pronunciare parole simili all’indirizzo della mia persona, e per giunta a una festa? Perché non potevamo riempirci il bicchiere a vicenda e fare due parole in tranquillità?

E per inciso, esattamente, chi cazzo ti conosce?

In any case, fai bene a non preoccuparti dell’inquinamento.
Sarà l’inquinamento a preoccuparsi di te.
OPPURE SI PREOCCUPERÀ DI TE GRETA THUNBERG CHE IERI È STATA NOMINATA PERSON OF THE YEAR DAL TIME, BOOM BABY,  E ADESSO PEDALA.

Ero talmente scosso che sono fuggito e ho concluso la serata con altre compagnie, a Madonna Verona: poesia!