Mese: febbraio 2013

I Malaffare

London, 1st january 2013.

Acciambellato come un gatto sul pavimento del cesso pubblico n. 45.

Se il freddo delle mattonelle sbeccate non fosse stato così gelido da bruciarmi la pelle;
Se non avessi sentito la fermentazione di decine di umori umani;
Se non fossi stato pugnalato dal miasma che proveniva dal cesso n. 44;

Beh, probabilmente non mi sarei nemmeno svegliato: sarei rimasto lì, a morire nel piscio schifoso di qualcun altro.

Mentre mi sveglio un uomo di poca fede si è chiuso nel cesso n. 46 con una prostituta. I gemiti soffocati mi infastidiscono. Con una forza che non mi appartiene sollevo un braccio e busso sulla parete di legno finto che ci separa: -Ehi, cʼè gente che dorme qui! Porcaputtana, non cʼè più religione, non cʼè più rispetto per gli altri!-
Vorrei sembrare deciso, ma biascico come un cane meccanico.

Appiccico una sillaba dopo lʼaltra con del collante scadente.

Appiccico anche le mie percezioni con del collante scadente, così mi ritrovo dentro a un grande affresco cubista, tagliuzzato come un suonatore con chitarra. Mi viene in mente che è proprio un peccato che si parli sempre di Picasso e mai di Braque.
Delaunnay, poi, è un perfetto sconosciuto. La stessa cosa succede per il capitale di Marx.
Il-capitale-di-Marx. Sembra una parola sola, un rigurgito uscito dalla bocca di qualche accademico. E il povero Engels?
Non cʼè più religione.
(Il che in fondo avrebbe fatto piacere a Marx e a Engels).

Mentre scrivo, la macchina luminosa riconosce Marx come corretto, Engels come errore, con quellʼeloquente zig-zag rosso sottostante (…)

I simpatici modi che utilizza la tecnologia per ricordarti che sei una nullità.

Il freddo non è affatto un motivo sufficiente per farmi alzare e uscire dal bagno. Per lo stato in cui mi trovo, queste mattonelle non sono poi così diverse dal mio letto.

Mi sento come ogni dannata mattina: la sveglia mi violenta col suo urlo orrendo (Spleen ndr) e mi alzo con lʼimpressione di aver dormito sì e no un minuto e mezzo; il mondo congiura alle mie spalle per far arrivare lʼalba prima; e dire che da bambino odiavo la notte inutile-perdita-di-tempo.

Momento remembering dellʼinfanzia (banalità e melassa): stop, grazie al cielo.

Mi è sempre piaciuto fingere di avere unʼalternativa allʼinfilarmi in doccia-masturbarmi-uscire di casa dopo il suono della sveglia. Morire, per esempio.

Steso per terra nel cesso pubblico n. 45, il mio cervello non deve essere poi così dissimile da un uovo strapazzato. Sono poltiglia esistenziale thatʼs all.

Mentre penso a queste cose una specie di convulsione inizia a prendermi a pugni la pancia, tenta di farmi esplodere le budella e spezzarmi di netto tutte le costole.

Oh no cazzo, oh no; gli spaghetti si stanno dimenando nel mio stomaco come unʼorgia di vermi idrofobi e tra poco me li ritroverò in gola. Nel giro di due secondi se non voglio soffocare come il batterista dei Led Zeppelin (di cui non ho il talento) mi sollevo e faccio zampillare fuori dalla bocca il solo odore rivoltante che manca in questo cesso.

Ora il bouquet olfattivo è completo.

E dire che stavo così bene nel mio liquido amniotico-piscio. Capisco perché i neonati piangono appena li risucchiano fuori dallʼutero.
Ok mi alzo in piedi. Passano alcuni minuti. Trentotto per lʼesattezza. Con aria spastica esco dal cesso.

Sembro una specie di satiro fatto di eroina.

Sembro un ballerino di danza contemporanea olandese.

Sembro una iena che ha bevuto troppo caffè.

Sembro Nijinsky alla prima de Le sacre du printemps.

La prostituta di prima esce dal bagno attiguo al mio e dopo aver congedato il cliente mi guarda con lʼaria di voler contrattare. Non sa che è troppo rumorosa per i miei gusti?

-Quanto?- le chiedo.

-Solo per oggi 20. Promozione Capodanno-

Tiro fuori dal jeans una banconota da venti, gliela allungo, e passo oltre mentre lei mi guarda un poʼ stupita come a dire ehi, il mio posto di lavoro è qui.

-No, davvero va bene così. Grazie comunque, lei è molto cordiale- e me ne vado.

Il fatto è che mi affeziono sempre un poʼ troppo alle persone.

Ho aperto un blog (ah beh sì beh), povero blog (e povero anche il cavallo)

 

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Se nel futuro (e il 2013 è indubbiamente il futuro) avremo tutti i nostri 15 minuti di notorietà…
Allora voglio (anche io) aprire un blog.
Sono spiacente se un certo afflato di romanticismo doppio-zucchero mi ha inevitabilmente infettato.
Sì, sì, abbiamo visto tutti l’attimo fuggente e ci siamo persuasi di aver tutti qualcosa da dire.
Io ne sono stato convinto fino ai 18 anni (compresi).
Dopo i 18 si diventa patetici.

Il punto è che odio tanto quanto i nichilisti dell’ultima ora; pertanto:
voglio (anche io) aprire un blog.

Verona
Marco Gavioli
*la foto l’ho fatta io, ai Kew Gardens. Poi su quell’albero mi ci sono pure arrampicato.