Mese: febbraio 2014

Solo una cosa so fare come PierPaoloPasolini (continua quando trascriverò il resto)

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I

Ivo Miller, impolverato da cinquantotto anni di niente, si alzò dal tavolo al quale era rimasto seduto per le tre ore precedenti. Spostò la sedia scricchiolante di tarli dietro di sé e constatò che la paglia intrecciata fra le quattro gambe di legno si stava sfilacciando come le sue giornate e i progetti che non si preoccupava più di fare.
La mancanza di progetti lo inquietava all’inizio, aveva impiegato un buon numero di notti per abituarvisi; si sentiva un paziente che inizia una nuova terapia non avendo alcuna fiducia in essa.
Dei progetti che faceva, del resto, non ne portava mai a termine nessuno. Ad un tratto era arrivata la resa incondizionata: non avrebbe appreso il russo, non avrebbe perso qualche chilo, non avrebbe sistemato gli scatoloni ancora sigillati dal trasloco di quattordici anni prima, non avrebbe finito l’università, non avrebbe letto tutto il Decameron, non avrebbe cercato un lavoro. Aveva quindi continuato a vivere placidamente in un casamento popolare a dir poco staliniano, che aveva la particolarità di rendere impossibile qualsivoglia atto amoroso. Ma questo era un problema relativo, dato che viveva solo da sempre.

Fin dalla prima giovinezza tentava di scrivere un libro. Ne aveva iniziati una cifra esponenziale, e ben pochi superavano le dieci pagine. A 17 anni, dopo tutti questi tentativi andati male, aveva concluso che in fondo era troppo giovane per scrivere un libro. Aveva deciso di rimandare la sua grande opera a quando avrebbe avuto un po’ più di vita. A 17 anni aveva vissuto troppo poco, a 27 aveva altro a cui pensare, o meglio, pensava di avere altro a cui pensare; a 37 anni meglio lasciar perdere perché 37 è un numero primo, a 47 era già troppo tardi, a 57 aveva vissuto troppo.

Provava approcciandosi alla scrittura un indicibile terrore per le formule, come se anni di media pronunciato midia e livellamento kitsch-linguistico si fossero sedimentati irrimediabilmente nel suo inconscio e da lì controllassero il suo linguaggio; un continuo gioco al ribasso. Si figurava questo ensemble di espressioni da film sentimentale come una macchia di petrolio che si spandeva sempre di più nel mare delle sue potenzialità espressive.
Cadaveri di quaderni e quadernini dalle copertine invitanti erano sparsi per tutta la casa, come pietre miliari in una mappa dell’inconcludenza. Scene parigine, acquerelli, foto in bianco e nero, scene di vecchi film, quadri famosi, citazioni costituivano le lapidi variopinte di tutte le storie che non era riuscito a scrivere. Rileggeva con ansia le sue bozze e alla fine del suo censimento di espressioni abusate ringraziava Dio per non averle mai fatte leggere a nessuno.

 

 

Non è come sembra, in realtà sono molto più intelligente. (suonare uno strumento)

ImmagineUna volta, al primo anno di conservatorio c’era un ragazzo che suonava l’organo. Era simpatico, ma era uno di quei tizi un po’ strani nel senso più buono del termine. A me piaceva, ma diciamo che i “grandi” alla scuola di Holden Caulfield, non l’avrebbero mai ammesso nel loro gruppetto. L’avrebbero lasciato fuori dalla porta come quel dentimarci-brufoli-piantagrane di Robert Ackley.
Comunque.
Un giorno prima di entrare a solfeggio ci ritroviamo io e lui fuori dall’aula e io gli faccio: -Ma dai suoni l’organo, che figo. Ma come mai questa scelta?

Provate a chiedere a un musicista PERCHé suona lo strumento che suona.
Ti raccontano sempre la loro biografia in edizione riveduta, ampliata, commentata e illustrata da Gustave Doré.
Lo faccio anch’io eh.
Quasi tutti sono partiti da uno strumento e poi sono arrivati a qualcos’altro. Oppure ne sono rimasti affascinati da piccoli mentre lo zio suonava alla vigilia di Natale e compagnia bella. Oppure (e questi sono i miei preferiti) CI AVEVANO BISOGNO DI ESPRIMERSI CON UN LINGUAGGIO CHE FA VIBRARE LE CORDE DELL’ANIMA.

Io non faccio nessuna di queste cose. Non c’è niente di romantico nel fatto che suono. Semplicemente, nell’ordine: suonavo il pianoforte perché mi piaceva l’ode alla gioia di Beethoven in un’ingenua trascrizione facilitata per pianoforte che suonava mia cugina Maria Vittoria quando ero piccolo. Quindi “Mamma voglio suonare anch’io il pianoforte”.

A 14 anni volevo fare colpo sulle ragazze ed ecco perché suono la chitarra.

A 16 anni volevo essere un rocker ed è per questo che suono la chitarra elettrica (che va a cumularsi al “Volevo piacere alle ragazze”; a dire il vero non è che proprio abbia funzionato così tanto).

A 17 anni mi sono reso conto che dovevo avere un pezzo di carta dove c’era scritto che suonavo qualcosa; il corso dov’era più facile entrare al conservatorio era contrabbasso, et voilà.

Poi va beh, la musica effettivamente mi piace quasi come le lasagne. Anche se quella classica a volte mi annoia. Per esempio non riesco ad ascoltare una sinfonia intera di Brahms (sì, sì, lo so, fucilatemi). Ma penso che questo si ricolleghi al miliardo di libri che non ho mai finito nella mia esistenza.

Anyway, stavo dicendo: in un mondo dove ogni musicista ti racconta che è stato ispirato dall’Onnipotente a suonare il suo strumento, cioè il conservatorio…

alla domanda “perché suoni l’organo?” (mi aspettavo la lettura integrale del trattato filosofico “Dell’armonia celeste”)…

questo tipetto taciturno mi risponde (colto un po’ alla sprovvista, come se non se lo fosse mai chiesto):
-Beh… cioè… perché è bello.

T’as gagné. Hai vinto. You win.
Credo siamo rimasti in silenzio fino a quando non è arrivato il professore.

P.S.
In realtà devo ringraziare Viola per questo post, le idee sono sue, io sono solo uno che ha pensato valesse la pena scriverle da qualche parte.

P.S. (2)
Gli asini sono al  100% francesi.