Solo una cosa so fare come PierPaoloPasolini (continua quando trascriverò il resto)

Immagine

I

Ivo Miller, impolverato da cinquantotto anni di niente, si alzò dal tavolo al quale era rimasto seduto per le tre ore precedenti. Spostò la sedia scricchiolante di tarli dietro di sé e constatò che la paglia intrecciata fra le quattro gambe di legno si stava sfilacciando come le sue giornate e i progetti che non si preoccupava più di fare.
La mancanza di progetti lo inquietava all’inizio, aveva impiegato un buon numero di notti per abituarvisi; si sentiva un paziente che inizia una nuova terapia non avendo alcuna fiducia in essa.
Dei progetti che faceva, del resto, non ne portava mai a termine nessuno. Ad un tratto era arrivata la resa incondizionata: non avrebbe appreso il russo, non avrebbe perso qualche chilo, non avrebbe sistemato gli scatoloni ancora sigillati dal trasloco di quattordici anni prima, non avrebbe finito l’università, non avrebbe letto tutto il Decameron, non avrebbe cercato un lavoro. Aveva quindi continuato a vivere placidamente in un casamento popolare a dir poco staliniano, che aveva la particolarità di rendere impossibile qualsivoglia atto amoroso. Ma questo era un problema relativo, dato che viveva solo da sempre.

Fin dalla prima giovinezza tentava di scrivere un libro. Ne aveva iniziati una cifra esponenziale, e ben pochi superavano le dieci pagine. A 17 anni, dopo tutti questi tentativi andati male, aveva concluso che in fondo era troppo giovane per scrivere un libro. Aveva deciso di rimandare la sua grande opera a quando avrebbe avuto un po’ più di vita. A 17 anni aveva vissuto troppo poco, a 27 aveva altro a cui pensare, o meglio, pensava di avere altro a cui pensare; a 37 anni meglio lasciar perdere perché 37 è un numero primo, a 47 era già troppo tardi, a 57 aveva vissuto troppo.

Provava approcciandosi alla scrittura un indicibile terrore per le formule, come se anni di media pronunciato midia e livellamento kitsch-linguistico si fossero sedimentati irrimediabilmente nel suo inconscio e da lì controllassero il suo linguaggio; un continuo gioco al ribasso. Si figurava questo ensemble di espressioni da film sentimentale come una macchia di petrolio che si spandeva sempre di più nel mare delle sue potenzialità espressive.
Cadaveri di quaderni e quadernini dalle copertine invitanti erano sparsi per tutta la casa, come pietre miliari in una mappa dell’inconcludenza. Scene parigine, acquerelli, foto in bianco e nero, scene di vecchi film, quadri famosi, citazioni costituivano le lapidi variopinte di tutte le storie che non era riuscito a scrivere. Rileggeva con ansia le sue bozze e alla fine del suo censimento di espressioni abusate ringraziava Dio per non averle mai fatte leggere a nessuno.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...