Mese: aprile 2014

Stanotte ho sognato la morte

Penso che Napoleone Bonaparte, quando ha decretato nel suo codice civile (reminiscenze scolastiche forse erronee) che i cimiteri andavano costruiti fuori città, abbia rovinato tutto. 
Ci ha obbligati ad allontanare il pensiero che non siamo eterni.
A Lettere ci siamo cuccati un bel po’ di Petrarca e ci siamo presi gioco del suo essere qualche volta un po’ tetro. Eppure era così. Magari nel Trecento andavi a dormire serenamente con l’idea di essere di passaggio su questa terra. 

E andava benissimo così.

Se io facessi come mio nonno, che a vent’anni si è comprato il loculo al cimitero del suo paese, non sembrerei tetro?

Scrivendo questo piccolo articolo e intitolandolo “Stanotte ho sognato la morte” non verrò immediatamente etichetatto come tetro?

Sissignori.

Non abbiamo voglia di pensarci al fatto che un giorno non esisteremo più. Oltre al fatto che NON POSSIAMO pensarci.

Leggevo gli “Scritti Corsari” di Pasolini stamattina mentre me ne andavo al Conservatoire a studiare un concerto di Bottesini che non mi verrà mai. E a un certo punto una frase mi ha colpito più di tutte: “[…] il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnologico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e per la Chiesa non c’è più spazio”.
E cazzo, è così. Mi sento la testa talmente piena di zucchero pubblicitario e di edonismo di consumo
* sì anche ora mentre scrivo sul mio portatile Samsung

che mi dimentico continuamente che per quanta roba (esattamente la stessa “roba” di cui parlava Verga) io possa accumulare, a un certo punto il mio cuore smetterà di battere.
E questo pensiero mi fa angoscia, terrore, ansia: nessuno mi ha mai preparato ad affrontarlo.
E una sottile invidia corre in me per mio nonno, che a vent’anni faceva pace con il fatto che non era Dio.

Ieri ho sognato che mi trovavano un cancro e morivo. Ma non è questo il punto.

Il punto è che in un modo o nell’altro il mio inconscio mi ricorda la verità, e devo viverci accanto, tranquillamente.

Viva la tetraggine