Mese: febbraio 2015

(Minipost) – Fa quel che può, quel che non può non fa.

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Riflessione pedagogica, o De viris illustribus:

Alberto Manzi, una laurea in Scienze Naturali innanzitutto, perché quella in Pedagogia non era abbastanza.

Alberto Manzi, il maestro di “Non è mai troppo tardi”, la trasmissione che aiutò migliaia di Italiani a uscire dall’analfabetismo, al provino gettò via il copione e tenne una lezione sua.

Alberto Manzi si fece le ossa in un carcere minorile. Nessuno dei suoi alunni ebbe mai più a che fare con la Giustizia.

Alberto Manzi ebbe dei seri problemi col Ministero, perché a un certo punto della sua carriera si rifiutò di dare una valutazione ai suoi alunni. Scriveva sul registro, per ogni nome: “Fa quel che può, quel che non può non fa”.

Ah sì, ho cambiato nome al mio blog.

Varie ed eventuali (continua dal post precedente)

La cassiera mi dice ciao, quel ciao appunto. Mi sembra ancora più carina di quanto non mi sia sembrata in questi mesi. Penso che non so nemmeno qual è il suo nome. Forse alla fine della transazione glielo chiederò. Ha gli occhi di un nero molto intenso. Io gli occhi ce li ho di un castano scurissimo che tende al nero, almeno così una volta mi ha detto una ragazza più grande di me a cui ho chiesto ingenuamente il colore dei miei occhi. La verità è che volevo che lei incrociasse per un po’ il suo sguardo con il mio; che la sua attenzione fosse esclusivamente per me qualche istante. Beh, era parecchio più grande di me: io ero in prima media e lei in quinta superiore, ovvero ci separava un’era geologica. Un po’ come quando in Jurassic Park gli umani si ritrovano spiaccicati a contato con i dinosauri pur essendoci 65 milioni di anni di sfasamento fra le due specie. Mi sorprendo ad accorgermi che quel giorno penso molto spesso a Jurassic Park. Forse perché quando ero alle elementari era stato l’evento. Dopo Jurassic Park volevamo tutti fare i paleontologi, senza sapere che prima sarebbero state necessarie una marea di lezioni universitarie corredate da una marea di ore sui libri. In Italia, si comprende il successo di un film dal numero di bambini maschi che riesce a distogliere dal sogno di fare il calciatore. Jurassic Park aveva fatto rinnegare il pallone a molti miei compagni di scuola.Io ho smesso di voler fare l’archeologo quando una bambina che sembrava malaticcia e anche un po’ cattiva mi aveva detto, con la sua strisciante erre moscia, che non c’erano più ossa di dinosauro sottoterra, ma soltanto le ossa dei morti delle guerre mondiali. Era la figlia di una dottoressa, una delle persone più tristi e rancorose che io abbia mai conosciuto. Madre e figlia sono finite nella lunga lista delle persone disturbate che ho incontrato nella mia vita. No dico, come si fa a distruggere simultaneamente sia il sogno infantile di fare l’archeologo, sia quello di fare il dottore? Perché dopo aver conosciuto la mamma non volevo fare più neanche il medico.

In ogni caso, era estate e io avevo i miei primi pruriti da peli sotto le ascelle. Eravamo in quei centri estivi comunali che sono la versione umana dei canili. Mia mamma mi piazzava lì quando la scuola era finita e lei doveva lavorare. Ero circondato da bambini svogliati che esprimevano la loro svogliatezza con una specie di isteria, apparentemente contraddicendosi. Gli unici bambini abbastanza contenti erano quelli troppo piccoli per comprendere il disagio della civiltà occidentale di cui sopra. Ancora più svogliati dei bambini c’erano gli animatori -che parola abominevole-. Quando durante un’estate insensata sono diventato animatore anch’io e ho percepito il mio primo stipendio, mi è subito parso chiaro il perché gli animatori dei centri estivi comunali non hanno nemmeno le forze per animare sé stessi.
La mia animatrice-dinosauro cui avevo chiesto ingenuamente (si fa per dire) il colore dei miei occhi era molto bella, e va da sé che io ero innamorato di lei come ci si innamora all’alba della pubertà. Il problema è che l’animatrice-velociraptor dava molta più attenzione a un mio coetaneo, che all’epoca, bisogna dirlo, era decisamente più sul pezzo rispetto a me. Dico soltanto che una volta era stato con una di terza. Sono cose che fanno soffrire. Per questo motivo sono diventato uno sceneggiatore di relativo successo. Una delusione d’amore c’entra sempre. Per esempio, io ho un amico che ha scelto la vita monacale, dopo un matrimonio naufragato presto. Il suo primo innamoramento dopo il divorzio, innamoramento di quelli che tengono svegli la notte, era stato per una ragazza londinese di qualche anno più vecchia di lui, la quale era estremamente carina. I problemi sorsero quando si scoprì che era estremamente carina non soltanto con lui.
Però era londinese. Mi viene in mente un libro di antropologia dove ho letto che in alcuni siti archeologici di età preistorica sono stati ritrovati manufatti provenienti da regiorni molto lontane. Questo dimostrava che allora come oggi il valore di una cosa aumenta tanta più strada ha percorso per arrivare nelle nostre mani. La suddetta biondina londinese dunque aveva certamente quanche carta in più rispetto a Giovanna, che è ugualmente bella, ma viene da Treviso. In ogni caso, ecco come si fa a rovinare una persona. Non riesci ad abbracciare lei, e ti ritrovi ad abbracciare il saio.

A volte penso che faccio troppe divagazioni.
Ma forse questo è dovuto al mio mestiere. Quando hai un foglio davanti agli occhi e il regista ti dice che vorrebbe risolvere la vicenda in uno scambio di diciamo non più di tre battute fra il protagonista e la sua amata, ti viene una voglia incontenibile di scrivere altre ed eventuali. Quando i registi mi dicono così, o ancor peggio, quando me lo dicono i produttori divento matto. Così tutte le via traverse dei miei pensieri mi tocca esprimerle in prosa. Questo provoca un notevole rallentamento sul piano narrativo.

Sto pagando ‘sti benedetti ravioli e delle bottiglie di vino. Il vino lo compro perché se mi ricordo troppo tardi di una cena a cui non volevo andare, non mi faccio cogliere impreparato. Infilo la carta nell’aggeggio elettronico per pagare alla cassa. Nell’atto di infilare la carta nel pos affinché essa ci spruzzi dentro il mio denaro digitalizzato, vedo sempre qualcosa di sessuale. Anche qualcosa di un po’ perverso. Non credo che questa sarebbe una cosa che direi in giro. Una volta una mia amica psicologa mi ha fatto un test sul rapporto uomo donna, e ad ogni domanda io mi sentivo sempre di più un pazzo stupratore.

Penso che io ho sempre un sacco di amici di cui parlare mentre scrivo.

Comunque sia, non mi piace molto passare per un pervertito che vede sesso dovunque. Per lo stesso motivo reprimo con un pugno l’impulso a chiedere alla cassiera come si chiama. Ho paura che lei pensi male. Il fatto è che vorrei davvero sapere come si chiama. Improvvisamente mi sento come Holden Caulfield quando si ritrova in albergo con la prostituta e vuole davvero non far altro che due chiacchiere.

Diario istantaneo di uno sceneggiatore che quella sera è senza idee (ma anche Jurassic Park)

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Ed ecco il foglio bianco, davanti a me.
Porcaputtana, al diavolo i mestieri creativi del cazzo (come si direbbe in un film americano dove ci sono sempre molte parolacce).
A volte vorrei essere come la cassiera dell’Intermarché sotto casa mia: bella -perché non si può dire che non sia bella-, semplice, con una mansione semplice da svolgere. Quando ha me come cliente deve in sostanza trascinare sul lettore a infrarossi le tonnellate di cibi pronti che mangio quasi quotidianamente, il caffè, il cioccolato che consumo in quantità superiori a quelle che dovrei, frutta dai colori troppo vivi per essere buona.
La cassiera ormai mi conosce, quando arrivo mi fa lo sguardo di chi mi conosce e mi dice ciao come lo direbbe una vecchia compagna di scuola incontrata nella sala d’attesa del dentista.
La cassiera è una bella ragazza, è riccia, ascolta musica dozzinale dal suo walkman. Ma che dico walkman, dal suo Ipod. La cassiera avrà qualche anno in meno di me e con i frutti del suo lavoro si è potuta permettere un Ipod (che probabilmente utilizza anche per quello sport demente che è il Jogging in tenuta Decathlon € 19,99), ma soprattutto si è potuta permettere un Iphone che sta ancora pagando. Per l’Iphone possiede inoltre una cover personalizzata che la ritrae in compagnia delle amiche del liceo linguistico durante la pizza per il compleanno della Giuli. Quella cover è stata il regalo che le stesse amiche le hanno fatto il giorno del suo compleanno. La foto che vi è stata stampata sopra proviene da una di quelle serate dove è obbligatorio parlare male-bonariamente degli uomini in generale e ancor più dei propri fidanzati storici, i quali spesso giocano a calcetto nella stessa squadra. Se ne conclude quasi sempre che le donne devono proprio avere una gran pazienza perché gli uomini restano sempre un po’ bambini.
Nella foto le ragazze hanno bei sorrisi, un po’ di rosso negli occhi dato dalle cattive condizioni di luce al momento dello scatto. Hanno rossetti, hanno bei vestiti da centro commerciale, vestiti € 29,90, borse seminuove in finta pelle, cerchietti e fermagli con brillantini, collane di gusto esotico ma non abbastanza etniche per sfigurare con la mise di Zara.
Tutte le amiche reggono un calice variamente pieno di un vino rosso, che è stato loro consigliato da un cameriere di 32 anni d’età. Fingono di essere un po’ ubriache, si augurano nel profondo del loro animo di fare qualche figura-di-merda che le faccia ridere molto per mascherare l’imbarazzo. Sperano nello sketch un po’ romanesco-cafone da annoverare fra i migliori episodi di sempre, come quella volta che alla Fede in piscina si è slacciato il pezzo sopra del bikini davanti a Tommy e Ricky.
Le amiche intanto non hanno esitato a notare in maniera un po’ inelegante la bellezza del cameriere, il quale da parte sua passa molto tempo in palestra e ha qualche tatuaggio fatto dopo un soggiorno a Sharm el-Sheikh in compagnia di due amici. Mentre commentano il sedere del cameriere una di esse grida senza gridare Ma parlate piano sceme! e tutte scoppiano a ridere di fonte alla prospettiva che il cameriere le abbia sentite.
In quel momento la Sere scatta una foto col cellulare, la quale verrà poi sviluppata e se ne farà una cover per l’Iphone della cassiera, cover corredata da un biglietto di auguri coperto di firme femminili dalla grafia rotondeggiante da post terza media.

Tutto questo ragionamento mi attraversa veloce le sinapsi e il midollo spinale sotto forma di elettricità. Penso “Ma tu guarda quante cose si possono celare dietro la cover di un Iphone”. In quell’esatto momento si affaccia intensamente sulla mia coscienza Alberto Moravia, non saprei dire perché.
Mentre estraggo il portafoglio e pago i ravioli ricotta e spinaci con la carta, questo grumo di inutili pensieri finisce vorticando giù dallo scarico del lavandino che è al centro del mio cervello.
La cassiera a volte mi sembra stanca; più che altro mi sembra esausta di quel beep che fanno i prodotti quando il loro codice a barre passa fra le sue mani rapide.
Una volta l’ho vista staccare dal lavoro, mentre il supermercato chiudeva. Ero lì perché ovviamente faccio parte di quella categoria di clienti un po’ molesti che entrano in negozio sette minuti prima della chiusura –Scusi mi servono due robette faccio presto– perché si sono ricordati troppo tardi di una cena a cui non volevano minimamente partecipare.
L’ho vista salutare i colleghi, e uscire dal supermercato che intanto abbassava le serrande. L’ho vista mettere in bocca un chewing-gum che dovrebbe pulire i denti, rassettarsi sbrigativamente i capelli raccolti in una coda e corredati da svariate forcine, perché mica ci si può lavare i capelli tutti i giorni che poi si rovinano come le dice sempre la parrucchiera.
L’ho vista uscire dal supermercato e andare verso un ragazzo -il suo ragazzo verosimilmente- che ha l’aria incazzata e la aspetta con la macchina parcheggiata in doppia fila con il motore acceso e le quattro frecce che lampeggiano. Li ho visti baciarsi e avviarsi verso un’altra serata dove forse lei si arrabbierà per un problema di comunicazione di coppia che lui non è in grado di capire; lei forse non farà sesso con lui e lui si arrabbierà molto e dirà più volte ma cos’hai. Lei pretenderà che lui capisca da solo che cos’ha, ma il fatto è che né lui né lei possiedono le risorse intellettuali per identificare il disagio della società occidentale che li annichilisce e rende le loro vite di polistirolo.
È l’autunno dell’occidente, strangolato dal liberismo isterico senza regole. E quando penso al liberismo isterico senza regole mi torna in mente Ian Malcom in Jurassic Park quando dice “Le dico io qual è il problema insito al potere scientifico che state usando qui: ehm… Non c’è voluta nessuna disciplina per ottenerlo”.
Quando tutti gli idrocarburi che bruciamo avranno annerito tutti i nostri figli forse ci ricorderemo di questa frase e la faremo scivolare dall’ambito dinosauri all’ambito economia mondiale.
In ogni caso, entrambi ci sbraneranno.

Penso che forse la cassiera opterà per l’ipotesi più semplice: farà sesso svogliatamente con il suo ragazzo. Il minimo sindacale per fare finta di amarsi come ci si ama nei film americani. Con il duplice vantaggio di poter evitare la collera da astinenza di lui e in generale il confronto con una situazione sentimentale troppo difficile da risolvere. Probabilmente si sposeranno. I loro genitori saranno contenti. Al matrimonio si faranno moltissime foto. Alcune di esse diventeranno l’immagine profilo facebook (o meglio ancora di copertina) alternativamente sia di lei che di lui. I compagni di squadra di calcetto di lui organizzeranno inoltre degli scherzi, alcuni di essi a sfondo sessuale. Lei dirà spesso a sé stessa è il giorno più bello della mia vita. Addirittura, lei convincerà lui ad aprire le danze al ricevimento, e la prima cosa che faranno i due novelli sposini sarà ballare un lento sulla musica de La Bella e la Bestia, che era il cartone preferito di lei da bambina. Balleranno circondati da amici e parenti che batteranno le mani e scandiranno in coro ba-cio ba-cio quando la musica si sarà esaurita. La migliore amica di lei, quella dai tempi delle elementari, si commuoverà, insieme a molte altre ragazze presenti allo sposalizio.

Tutto ciò all’insaputa del fatto che il concetto di Dio non è più pensabile dopo Auschwitz, e la poesia nemmeno.

È a questo punto che entra in scena l’Iphone per lei e la Volkswagen nuova per lui, come se soffocare di zucchero a velo una torta uscita male potesse renderla buona.

Il punto è che forse a volte vorrei essere come la cassiera, e non avere l’incombenza di dover creativamente finire di scrivere la sceneggiatura che devo assolutamente finire entro domani. Ma purtroppo io non sono Federico Fellini, che come sappiamo è l’unico uomo al mondo che riesce a fare un film sul fatto che non riesce a fare un film. Un po’ come Kurt Goedel quando ha dimostrato grazie alla matematica che la matematica non esiste. Io non sono così. Non sono nemmeno Checov, che riusciva a descrivere la decadenza della nobiltà-borghesia russa parlando di ostriche.
Però, in fondo parlare delle cover degli Iphone, almeno un po’,
rende l’idea no?

Non farò il prof.

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La prima cosa che non mi è chiara dell’Internet è: per quale motivo digitando il mio nome su Google, la prima cosa che appare è il sito di un cantante di liscio di discutibile valore artistico?

Avete presente quando digitate il vostro nome su Google per una specie di inutile curiosità-vanità?

Comunque, il fatto che il MarcoGavioli cantante-di-liscio sia il MarcoGavioli più cliccato del Web mi ricorda il mio posto nel mondo.

Soprattutto ora che il posto nel mondo non ce l’ho più.

L’altro giorno per esempio ero tutto solo a visitare il castello di Rudolstadt, una cittadina sperduta in mezzo a valli sperdute nel cuore della Germania, dove in sostanza non c’è altro che freddo, wurstel e birra.

-Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a Rudolstadt nel corso del mio 25 anno di età-

Ero a visitare il castello in stile agrimensore kafkiano e sbiascicando due parole di inglese per fare il biglietto ho improvvisamente realizzato che è finito il tempo del biglietto ridotto perché YES-AI-EM-STIUDENT-HERE-MY-BEDGE-UNIVERSITY-OF-VERONA-GRENOBLE.

Fra l’altro l’inglese non lo so più. Mi si incasina col francese nella testa. Non perché parlo talmente bene il francese che. No di certo. Solo, mi sento linguisticamente impigrito.

Le altre cose che non capisco riguardano sostanzialmente il fatto che ho vissuto in Francia un anno e non riesco a scriverne nulla; è passato, scivolato via. La cosa che mi è rimasta nelle ossa è simply una specie di nostalgia informe come un quadro di De Kooning

-E vai con le citazioni artistiche, così sembro molto intelligente e colto e anche un po’ hipster-

Nostalgia degli amici. Quella mi è sempre rimasta. Anche dopo i campiscuola della parrocchia, quando iniziavamo a guardare il culo delle nostre compagne ma non avevamo abbastanza efficacia per parlare davvero con loro. Almeno io non l’avevo.

C’è Viola.
Quello sì.

Non avrei mai pensato di scriverlo e forse non dovrei farlo, ma c’è anche Marco.

La cosa tremenda, in ogni caso è che in Germania ogni tanto facevo finta di essere francese. Con l’accento non me la cavo male. I Tedeschi almeno non se ne accorgevano. Era triste non aver voglia di essere italiano per paura di non essere preso sul serio.

In treno, non appena passato il Brennero, ovviamente è salito il poliziotto di frontiera. Le due donne africane che erano con me in scompartimento mi stavano estremamente simpatiche. Una dormiva. L’altra non appena è scesa la notte ogni tanto cantava, nel buio, da sola, casualmente. Non mi sembrava che cantasse qualcosa di strettamente tonale, e nemmeno qualcosa di esprimibile con semibrevi-minime-semiminime-crome-semicrome e compagnia bella.
Penso fosse qualche giorno che non facevano una doccia. Sapevano di viaggio. Io sapevo di deodorante eurospin e di sonno, e anche un po’ di mamma. Anyway le due donne non avevano documenti. Forse non avevano nemmeno i biglietti. Iniziano a fare le finte tonte, mentre il poliziotto con un brutto inglese spigoloso le fa scendere dal treno. In quel momento ho sentito nell’aria quella tensione da biasimo tipo società-civile-che-paga-il-biglietto versus immigrati.

Il punto è che in quel momento immigrato ero anch’io. E mi vergognavo di esserlo.
In Germania a elemosinare un posto in conservatorio per poi elemosinare un posto in orchestra.

Perché per inciso, il mio progetto di fare il professore è definitivamente morto per assenza di concorsi. La stessa cosa vale per le orchestre.
Salvo che per quelle di liscio con cui ho suonato quest’estate, ahimé.
E questo ci riporta al Marco Gavioli di cui sopra. Forse in realtà siamo la stessa persona come gli assassini con la personalità multipla dei libri di Stephen King.

In Germania pare si lavori. Rudolstadt è uno sputo di città, che però ha un’orchestra stabile.
Forse mi abituerò a scambiare la perfezione-con-latenze-psicotiche dei tedeschi con la possibilità di lavorare.

Tutto ciò ammesso e non concesso che mi piglino in conservatorio, cosa nient’affatto semplice visto che sono un musicista mediocre con problemi di tecnica alla mano sinistra. Infatti, ora non dovrei scrivere su wordpress, dovrei fare scale con minimo tre bemolli in chiave.

Il fatto è che proprio non ci riesco a non avere qualcosa da fare. Ho sempre di più l’impressione che noi euro-americani non siamo più capaci di non identificarci con i nostri obiettivi. E da questo mi deriva un estremo senso di tristezza.
Mi viene un estremo senso di tristezza a vedere i primi della classe che sgomitano in conservatorio.

Mi viene la tristezza spesso anche mentre mi scorre la bacheca di facebook davanti agli occhi.

La cosa positiva è che ho scoperto che mi piace Gianrico Carofiglio. Era da un po’ che non mi sparavo un libro senza prendere fiato.
L’altra cosa positiva è che per visitare il castello di Rudolstadt mi hanno dato delle enormi pantofole di feltro per non rovinare i pavimenti e ho fatto un po’ il pattinatore su ghiaccio mentre la guida non guardava.

Buonanotte.
Scusate la depressione.
Mi passa eh.