Non farò il prof.

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La prima cosa che non mi è chiara dell’Internet è: per quale motivo digitando il mio nome su Google, la prima cosa che appare è il sito di un cantante di liscio di discutibile valore artistico?

Avete presente quando digitate il vostro nome su Google per una specie di inutile curiosità-vanità?

Comunque, il fatto che il MarcoGavioli cantante-di-liscio sia il MarcoGavioli più cliccato del Web mi ricorda il mio posto nel mondo.

Soprattutto ora che il posto nel mondo non ce l’ho più.

L’altro giorno per esempio ero tutto solo a visitare il castello di Rudolstadt, una cittadina sperduta in mezzo a valli sperdute nel cuore della Germania, dove in sostanza non c’è altro che freddo, wurstel e birra.

-Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a Rudolstadt nel corso del mio 25 anno di età-

Ero a visitare il castello in stile agrimensore kafkiano e sbiascicando due parole di inglese per fare il biglietto ho improvvisamente realizzato che è finito il tempo del biglietto ridotto perché YES-AI-EM-STIUDENT-HERE-MY-BEDGE-UNIVERSITY-OF-VERONA-GRENOBLE.

Fra l’altro l’inglese non lo so più. Mi si incasina col francese nella testa. Non perché parlo talmente bene il francese che. No di certo. Solo, mi sento linguisticamente impigrito.

Le altre cose che non capisco riguardano sostanzialmente il fatto che ho vissuto in Francia un anno e non riesco a scriverne nulla; è passato, scivolato via. La cosa che mi è rimasta nelle ossa è simply una specie di nostalgia informe come un quadro di De Kooning

-E vai con le citazioni artistiche, così sembro molto intelligente e colto e anche un po’ hipster-

Nostalgia degli amici. Quella mi è sempre rimasta. Anche dopo i campiscuola della parrocchia, quando iniziavamo a guardare il culo delle nostre compagne ma non avevamo abbastanza efficacia per parlare davvero con loro. Almeno io non l’avevo.

C’è Viola.
Quello sì.

Non avrei mai pensato di scriverlo e forse non dovrei farlo, ma c’è anche Marco.

La cosa tremenda, in ogni caso è che in Germania ogni tanto facevo finta di essere francese. Con l’accento non me la cavo male. I Tedeschi almeno non se ne accorgevano. Era triste non aver voglia di essere italiano per paura di non essere preso sul serio.

In treno, non appena passato il Brennero, ovviamente è salito il poliziotto di frontiera. Le due donne africane che erano con me in scompartimento mi stavano estremamente simpatiche. Una dormiva. L’altra non appena è scesa la notte ogni tanto cantava, nel buio, da sola, casualmente. Non mi sembrava che cantasse qualcosa di strettamente tonale, e nemmeno qualcosa di esprimibile con semibrevi-minime-semiminime-crome-semicrome e compagnia bella.
Penso fosse qualche giorno che non facevano una doccia. Sapevano di viaggio. Io sapevo di deodorante eurospin e di sonno, e anche un po’ di mamma. Anyway le due donne non avevano documenti. Forse non avevano nemmeno i biglietti. Iniziano a fare le finte tonte, mentre il poliziotto con un brutto inglese spigoloso le fa scendere dal treno. In quel momento ho sentito nell’aria quella tensione da biasimo tipo società-civile-che-paga-il-biglietto versus immigrati.

Il punto è che in quel momento immigrato ero anch’io. E mi vergognavo di esserlo.
In Germania a elemosinare un posto in conservatorio per poi elemosinare un posto in orchestra.

Perché per inciso, il mio progetto di fare il professore è definitivamente morto per assenza di concorsi. La stessa cosa vale per le orchestre.
Salvo che per quelle di liscio con cui ho suonato quest’estate, ahimé.
E questo ci riporta al Marco Gavioli di cui sopra. Forse in realtà siamo la stessa persona come gli assassini con la personalità multipla dei libri di Stephen King.

In Germania pare si lavori. Rudolstadt è uno sputo di città, che però ha un’orchestra stabile.
Forse mi abituerò a scambiare la perfezione-con-latenze-psicotiche dei tedeschi con la possibilità di lavorare.

Tutto ciò ammesso e non concesso che mi piglino in conservatorio, cosa nient’affatto semplice visto che sono un musicista mediocre con problemi di tecnica alla mano sinistra. Infatti, ora non dovrei scrivere su wordpress, dovrei fare scale con minimo tre bemolli in chiave.

Il fatto è che proprio non ci riesco a non avere qualcosa da fare. Ho sempre di più l’impressione che noi euro-americani non siamo più capaci di non identificarci con i nostri obiettivi. E da questo mi deriva un estremo senso di tristezza.
Mi viene un estremo senso di tristezza a vedere i primi della classe che sgomitano in conservatorio.

Mi viene la tristezza spesso anche mentre mi scorre la bacheca di facebook davanti agli occhi.

La cosa positiva è che ho scoperto che mi piace Gianrico Carofiglio. Era da un po’ che non mi sparavo un libro senza prendere fiato.
L’altra cosa positiva è che per visitare il castello di Rudolstadt mi hanno dato delle enormi pantofole di feltro per non rovinare i pavimenti e ho fatto un po’ il pattinatore su ghiaccio mentre la guida non guardava.

Buonanotte.
Scusate la depressione.
Mi passa eh.

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