Mese: maggio 2015

Natalizio fuori stagione post-Arena o imprevisti notturni in giacca e cravatta.

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Le cose giuste si fanno ma non si dicono.
Questo diceva Gino Bartai mentre salvava centinaia di ebrei braccati dai nazisti infilando documenti falsi nel tubo piantone della bicicletta.
Io credo di aver appena fatto una cosa giusta. E anche un po’ natalizia. A me poi il Natale piace tanto. In realtà, stando a quanto consiglia Ginettaccio nazionale non dovrei raccontarvela, ma a me piace troppo il Natale e il Raccontare. E poi, se a voi capitasse qualche piccola avventura, a me piacerebbe saperlo.

Dai, iniziamo daccapo.
Allora, oggi ho suonato con un’orchestra/banda all’Arena di Verona. Evento enorme per ricordare l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Tantissimi cori e tantissima gente che canta e suona. Al momento del Va’ pensiero a momenti vien giù l’anfiteatro.
Cazzo, è stato figo. Niente da dire.
Abbastanza figo da meritare un post sul mio blog che non scriverò mai, perché l’afflato dell’armonia della musica e cazzi e mazzi, mica son cose che puoi descrivere così, a meno che tu non sia Vassilij Kandinskij il quale parla di spirituale nell’arte come parlerebbe di nespole.
Ho suonato per la gloria ma è stato figo. Tradotto, non ho preso il becco di un quattrino. Neanche per il Requiem di Mozart di ieri. Va beh, adesso gira così.

Dopo aver fatto concerti epocali (per me) come quello di oggi, spesso mi ritrovo solo. Non saprei bene dire perché. Arriva un momento dove tutti vanno a casa e io ho ancora l’entusiasmo nelle dita. Dopo il mio primo concerto rock, nel parco del quartiere alla tenera età di 15 anni, ricordo che avevo aiutato a smontare il palco e poi ero rimasto da solo su un marciapiede, a notte inoltrata a sbocconcellare un panino. Stasera tutti se ne sono andati, ho congedato mio padre (stanco per il turno di lavoro massacrante) e mi sono diretto alacremente verso l’Arco dei Gavi, con il mio contrabbasso in spalla, per prendere l’ultima corsa serale del 91. Dieci minuti e sono a casa, pensavo.
I contrabbassisti mi capiranno. Con un contrabbasso sulla coscienza, anche fare 100 metri sui sanpietrini è un’operazione estremamente frustrante; può diventarlo ancora di più se l’unico l’autobus che si riesce a prendere reca sul muso la scritta “Fine corsa: Stazione FS”.

Nel tragitto Arco dei Gavi-Stazione conosco una coppia di genitori dall’aria stanca, che hanno con loro un neonato e una bambina di tre anni con la chiacchiera facile. La madre è estremamente bella ed estremamente 23enne, proprio come il padre. Naturalmente inizia la solita trafila del “Che strumento è – è il violino gigante – hahaha – che bello che è tranne quando devi trasportarlo – hahaha”

Ebbene, giunto in stazione sono costretto a chiamare mio padre. Che arriva senza batter ciglio, carichiamo il contrabbasso e io penso al mio letto. La giornata è stata impegnativa diciamo.

A venti metri dal cancello di casa mi si accende la lampadina.
Sarà che mia madre una volta a dicembre ha incontrato un ragazzo bellissimo che camminava inspiegabilmente senza pantaloni, di notte, sulla ciclabile di Stradone Santa Lucia. Nel tempo che mi madre gira la macchina per chiedergli se ha bisogno di aiuto, il ragazzo scompare. Non è più riuscita a trovarlo.
Da allora è convinta di aver incontrato Gesù Cristo.

A venti metri dal cancello mando di nuovo a letto mio padre, e io torno verso la stazione.

Ci metto un po’, ma li trovo. Esattamente in pista ciclabile. Tentavano di raggiungere Ca’ di David a piedi. Aiuto il papà a caricare il passeggino nel baule, mentre la mamma intima alla bambina di non toccare niente che la macchina non è sua, mentre tiene in braccio la più piccola.

Non parliamo molto nel tragitto, anche se la mamma fa dei tentativi veramente lodevoli di nascondere la sua stanchezza.

Grazie.
Di nulla, Buonanotte.

Arrivato davanti a casa sono costretto a svegliare ancora mio padre, perché nella fretta, ovviamente, le mie chiavi di casa sono rimaste a casa. Incredibilmente non sembra incazzato, anche se non avrebbe avuto torto ad esserlo.

E insomma adesso sono qui che scrivo, con ancora la giacca e la camicia da concerto addosso.

Domani mi pentirò di questa mielosità, ma va bene così.