Mese: luglio 2015

Masticare vermi.

Ciao a tutti.
Dato che il mio piccolo racconto immaginario sulla vita di uno sceneggiatore di successo prende pian piano forma in un oscuro file Openoffice sul desktop del mio computer, ho pensato di pubblicarne uno stralcio qui.
La verità è che in questo momento la vita non ha senso, sono appeso alla speranza di entrare in un conservatorio in cui non entrerò e non voglio rassegnarmi a non essere più uno studente. E la mia laurea in lettere va bene sì e no per avere qualche argomento di conversazione.
Eppure, quello che ho scritto mi piace.
Grazie a Giulia per la fotografia. C’ero quando è stata scattata.
Voilà Mesdames et Messieurs:

Immagine 052

La sceneggiatura dev’essere finita entro domani; ovviamente ho mentito al telefono sullo stato di avanzamento dei lavori. Ho detto che devo solo ricontrollarla un attimo. Dubito che ci abbia creduto l’executive producer, come si definisce lui stesso pur essendo al cento per cento from Bergamo Alta. È uno stronzetto che ho conosciuto a un festival di cinema indipendente. O meglio, lui ha conosciuto me dopo che il mio lavoro era stato proiettato l’ultimo giorno della rassegna. Quell’anno avevamo intascato il premio della critica, quel tipo di riconoscimento che nessuno desidera veramente vincere. Non era stato merito mio. Il regista era molto bravo e il direttore della fotografia era superbo. Io ero stato normale, il che significa abbastanza al di sopra della media dei miei colleghi. Avevo poco più di trent’anni e stavo iniziando una carriera più che dignitosa. Di solito, quando vincevo il premio della critica mi sentivo come quando da bambino la Ferrari vinceva il titolo costruttori mentre la McLaren vinceva il mondiale di Formula Uno. Da piccolo ero un tifoso del Cavallino Rampante come ogni bravo bambino perfettamente connotato sessualmente. Un pizzico di passione anche per il calcio e sarei diventato un modello di italica perfezione vatican-fascista. Peccato aver sviluppato successivamente un certo tipo di sensibilità e di intimo rispetto per il mondo femminile. Peccato anche aver frequentato per diverso tempo froci di ogni risma. Mi stavano incredibilmente simpatici. A quanti ho dovuto dire di no. Scusa caro, sono etero. Quando messo alle strette dovevo dichiararmi mi sentivo sempre un po’ in colpa. Mi dispiace tanto far soffrire le persone. Però, di quasi tutti i non pochi gay che ho conosciuto (moltissimi in ambito teatrale e cinematografico), mi colpiva sempre la capacità di non buttarsi troppo giù di morale. Giorgio, meglio conosciuto come l’ape maya, di fronte al mio diniego si era limitato a replicare vabbè, non sei mica l’ultimo cazzo rimasto al mondo. Questa forma di sineddoche per la quale ero improvvisamente identificato con i miei genitali mi era rimasta impressa.
L’executive, dicevo, è uno stronzetto del tutto ordinario e autoreferenziale che si atteggia da poeta maledetto. Quando non è calato nel ruolo di Arthur Rimbaud, si atteggia da manager americano navigato, assertivo quanto risoluto. La cosa più imbarazzante è che siccome ha a che fare (da pochissimo) con il mondo del cinema, è convinto di dover utilizzare un lessico che si confà all’ambiente in cui lavora. Nell’ultima telefonata è arrivato a dirmi “Voglio quella sceneggiatura sulla mia scrivania. Domani”. Mi sono pizzicato la coscia per non scoppiare a ridere. Queste sperate da telefilm mediaset a basso budget mi fanno impazzire. Non sono neanche così rare. In ogni caso, ricordandomi del mio onorario e delle generose provvigioni che riceverò del tutto all’insaputa del fisco, sono riuscito a stare zitto e addirittura a simulare un’aria di suddita sottomissione al mio datore di lavoro. Lui mi è parso soddisfatto. È uno che ha i mezzi, i pagamenti mi li ha fatti arrivati subito.

In realtà capivo bene perché era così indisponente, per così dire. Io stesso in ambito professionale non vorrei mai avere a che fare con uno come me: sono sempre svogliato, sempre disorganizzato, sempre all’ultimo minuto. Sono, da buon italiano, sempre alla ricerca della via più facile, della scorciatoia, del sotterfugio. Per questo a scuola andavo così male nelle materie dove non ci si può affidare al rush finale: matematica e latino. Entrambe, idealmente, mi piacevano comunque moltissimo. Solo che richiedevano costanza.

È una caratteristica generale del mio popolo questa specie di indolenza intelligente. Per questo le Americhe non potevano essere scoperte che da un Italiano, da uno che veniva dalla terra più tirchia d’Italia, la Liguria; mi ha sempre affascinato Cristoforo Colombo, uno diventato famoso per aver cercato la miglior scorciatoiaper la ricchezza dell’intera storia umana. Dovrebbero eleggerlo Santo Patrono degli evasori fiscali.Un navigatore incapace persino di azzeccare due calcoli geodetici che Eratostene di Cirene era riuscito a imbroccare due secoli prima di Cristo con il solo ausilio di una tavoletta di cera. I tedeschi non avrebbero mai scoperto l’America, avrebbero fatto mille calcoli accuratissimi e avrebbero concluso che era un’impresa da idioti.

Quello che condivido con Cristoforo Colombo è questa incapacità di visualizzare concretamente le conseguenze delle mie azioni. Non riesco mai a prendere sul serio il mio futuro. Anche Colombo secondo me immaginava spesso in quali modi si sarebbe potuta vendicare la sua ciurma di galeotti con il cervello bruciato dal sole e dallo scorbuto.

Non credo avrei voluto essere l’ammiraglio di quella spedizione.

Eppure Colombo, di fronte alla prospettiva di venire impalato sull’albero maestro, riusciva a distrarsi. Pensava a qualcos’altro. Io faccio lo stesso. Tra due giorni devo consegnare la versione cinematografica integrale dell’Antico Testamento e non ho ancora scritto nulla? Va beh, pazienza. Non è un buon motivo per non uscire questa sera.

In effetti quando l’executive procucer mi ha chiamato ero già in ritardo di quattro giorni. Quando sono veramente disperato e penso di chiedere un’altra proroga della consegna mi impongo di non farlo: anche se chiedessi qualche giorno in più non mi organizzerei meglio. Mi ritroverei fra due giorni nella stessa situazione di disperazione in cui mi trovo ora. L’unica differenza è che prima di arrivare alla disperazione serale mi sarò divertito a fare cose che normalmente non trovo così interessanti. Questa è un’altra componente del mio modus operandi. Quando devo scrivere e sono tenuto a non perdere tempo, si riversa furiosamente nelle mie vene tutta l’insaziabile curiosità che nutro per le modalità di cottura delcinghiale valdostano.

Comunque sia, mi appello quasi sempre ad un po’ di prezioso ritardo. Tiro la corda finché posso. Procrastino con una serie di scuse da avanspettacolo, che d’altronde sono piuttosto bravo a inventare in virtù del mio mestiere. È esperienza. Nient’altro che artigianato. È quello che tento di spiegare alle persone convinte che il mio sia mestiere creativo. Credete davvero che Picasso al suo milionesimo ritratto cubista fosse mosso dalla sacra fiamma dell’arte?
L’ispirazione non c’entra più nulla a un certo punto. C’entrano più che altro i soldi. Io per esempio non ho mai avuto il blocco dello scrittore. Anche perché non sono uno scrittore. Sono uno che prende le storie e lesbrana fino a quando non diventanopuro dialogo. Perché leggere Anna Karenina quando ci sono quelli come me che prima o poi lo trasformeranno in un film? Perché fare la fatica di piangere mentre Ettore accarezza Andromaca per l’ultima volta?

Noi sceneggiatori siamo come la madre degli uccellini nel nido: mastichiamo i vermi prima di sversarli nei loro becchi.