Mese: agosto 2015

In ogni caso no, non mi drogo.

Io mi servo molte volte della formula in ogni caso, oppure della formula comunque sia, perché in questo modo mi sembra un po’ di scusarmi con chi mi legge. Scusarmi per tutte le cose che inserisco nel testo e non c’entrano niente. Ti parlo di dinosauri-cassiere da supermercato-Iphone ma tutto era partito da un foglio bianco sul tavolo della mia cucina che mi illumina d’ansia gli zigomi. Magari te ne eri anche dimenticato, che faccio lo sceneggiatore.
Il fatto è che il rapporto fra lettori e scrittori viene molto spesso sottovalutato. Si pensa sia univoco, unidirezionale, come il rapporto di Matteo Renzi con il Pd.
Io scrittore, evangelista di sottomarca, redaggo il sacro Verbo e tu lettore, leggi. Se non mi segui è un tuo problema.
Ecco, questo è un meccanismo che non capisco e che detesto. Quando leggo qualcosa di scritto male, qualcosa che non fluisce, mi viene proprio il nervoso.

Che poi, parlo proprio io.
Io che metto dappertutto le mie riflessioni da oracolo di quartiere senza far succedere assolutamente nulla.

Comunque sia, anche a causa di questo odio che nutro per la sacralità delle copertine Einaudi mi dedico alle sceneggiature. Certo, esse sono meno nobili della saggistica o della narrativa, ma almeno il pubblico le valuta immediatamente. Non ci si può nascondere dietro le ampollosità. L’attore pronuncia la battuta che ho deciso per lui e tutto avviene in pochi secondi. È una responsabilità enorme rispetto a quella dello scrittore di libri cartacei, che ha a disposizione il silenzio di un soggiorno, la luce soffusa di un’abat-jour, un lettore che gli dà fiducia e che se non resta soddisfatto tenderà ad incolpare sé stesso e la sua ignoranza piuttosto che insinuare che il grande autore di cui tutti parlano non sappia scrivere.
Ai tempi dell’università, per esempio, c’erano alcuni mostri sacri che francamente detestavo. Ma non l’avrei mai ammesso. Le ragazze più carine in corso con me si sarebbero scandalizzate per la mia ignoranza. Come se la bellezza non fosse fatta per godersela.
Avrei potuto dire la verità o fare lo splendido con le mie compagne di corso mentendo un poco. Inutile dire che ero assai più propenso a lavorare sulla seconda opzione.
Ora come ora, comunque, non c’è dubbio sul fatto che il mio sia un lavoro corpo a corpo rispetto a quello dello scrittore di libri cartacei. Io scrivo suoni. Infatti a volte mi sento un po’ un musicista. Più spesso mi sento un coglione. Ma questa è un’altra storia.

Nel tempo, mi sono accorto che un film davvero riuscito è tale quando riesce a dare allo spettatore l’impressione di non essere mai stato scritto. Quando riesce a dare l’impressione che esistesse già, di per sé, diciamo. Le scene per cinema e teatro che funzionano davvero non devono restituire al pubblico il senso di qualcosa che è stato stabilito. Anche se in realtà ogni dettaglio è stato curato meticolosamente. Una buona sceneggiatura spesso ha un carattere di inevitabilità. Mi viene in mente Michelangelo scultore quando diceva che le sue figure esistevano già, si trattava solo di liberarle dal marmo in cui erano imprigionate.
Beh, io faccio decisamente qualcosa di meno trascendentale, ecco.
Però, ogni tanto è veramente come se la scena fosse già scritta nell’inconscio collettivo. Il mio mestiere consiste nel tirarla fuori dalle nebbie del possibile, renderla lampante. Devo sempre riuscire a fare in modo che in quell’attimo l’attore non abbia scampo. Non potrebbe dire nient’altro che quello che ho scritto.
O meglio ancora, non avrebbe potuto esprimersi meglio.
Mi piace quando riesco far dire agli aspiranti colleghi ma cazzo è così semplice, ce l’avevo davanti agli occhi, perché non ci ho pensato io? 

Con un libro tutto questo non avviene. Innanzitutto il libro è silenzioso. Parla soltanto nella testa di chi legge. È decisamente meno esposto al pubblico ludibrio della declamazione. Per questo evito attentamente di andare a vedere le cose che scrivo, chiaramente a meno che non abbiano un successo strepitoso e io non debba salire su qualche palco, fingermi sorpreso e fare dei doverosi ringraziamenti.

È per questa serie di motivi, e anche un po’ per tirare l’acqua al mio mulino, che un libro scritto male mi fa andare fuori di me. Fra l’altro, i libri scritti male spesso hanno delle copertine meravigliose. C’è una finestra, un ambiente caldo e accogliente in legno, della neve, un fuoco in un camino; c’è il volto di una ragazzina splendida, con qualche lentiggine, la pelle di alabastro e due occhi verdi che farebbero desiderare a Vladimir Nabokov di riscrivere daccapo il suo Lolita. Data una simile copertina, mi aspetto un libro per lo meno messianico. Leggo la prima facciata e la prosa è intrigante quanto un cinepanettone. E allora penso ti sto concedendo il mio tempo e la mia attenzione caro scrittore, possibile che tu sia così irrispettoso nei miei confronti? Così arrogante? È vero che nella Sacra Bibbia è scritto Non metterai alla prova il Dio tuo. Però.
Il cliente non ha sempre ragione come ti insegnano da Mc Donald? Pensi veramente di produrre qualcosa di migliore rispetto ai loro hamburger?
Questo è quello che avrei voluto dire a molti raffazzonatori di frasi che ho conosciuto. Di solito ne incontro parecchi alle cene di cui parlavo, quelle a cui bramerei non essere mai più invitato vita natural durante.

Sapete, l’unico momento in cui il meccanismo scrittore-divinità e lettore-adoratore si rovescia, è quando si presenta un manoscritto ad una casa editrice. In quel caso sì che sei tu a stare sulla difensiva. Lo scrittore fa eventualmente la parte dell’idiota, mentre il lettore non è tenuto a capire un bel niente. D’altronde il lettore, ovvero il prosaico talent scout della casa editrice non è altro che un rabdomante di denaro. Comunica con te in maniera svelta, con frasi precotte che ripete più volte nella giornata, tipo non è originale, la scrittura è appesantita, non ha vendibilità, l’uso della punteggiatura spesso è improprio, non rispetta i nostri piani di investimento/la nostra linea editoriale, ma soprattutto nel suo manoscritto non accade NULLA.

A volte è peggio ancora: ti dicono che sono entusiasti del tuo manoscritto, ma che sarebbero ancora più entusiasti se tu contribuissi alla pubblicazione con un bonifico di x-mila euro.
Sì, è un’esperienza che ho provato. Più o meno un milione di volte. Sì, in questo ho fallito.
Sì, volevo essere uno scrittore vero.
No, non volevo essere un produttore linguistico di pillole e supposte. Che poi è quello che produce un pesta-tasti da screenplay. Con questo non intendo affermare che sono troppo un artista per sottostare a queste meschine logiche di mercato. Sono troppo uno spirito libero per piegarmi a queste bassezze.
Niente affatto.
Al contrario, ritengo che quelli veramente, ma veramente bravi, siano quelli che hanno pubblicato dei libri meravigliosi che sembrano usciti dalla loro penna apposta per il pubblico. Colpi di genio letterari di una profondità immensa che però si trovano abbastanza facilmente nella borsa di un’impiegata berlinese che prende la metropolitana. Un po’ l’equivalente letterario di quello che in musica è Tchaikovskij. Uno spessore irresistibilmente bello. I libri in questione sono più unici che rari. Pochissimi fra essi poi finiscono nelle Storie intertestuali della letteratura rivedute e corrette dall’esimio prof. Vattelappesca. Spesso i professori non hanno idea di come approcciarsi a questi capricci di bravura che sfuggono completamente alla loro baldanza critico-teorica. Scrivono due righe imbarazzate che non vorrebbero scrivere.

Io volevo evidentemente essere uno di questi scrittori. Non volevo mai più aver a che fare con la parola amore. Invece in quasi tutte le sceneggiature che scrivo prima o poi mi tocca buttarcela dentro. Se no non vendiamo. Pazienza. Ormai è andata così. Guadagno a sufficienza per comprarmi cose inutili quando ho delle smanie anti-buddiste da possesso puro.

Molte delle ragioni per cui ho abbandonato a metà la mia tesi di dottorato hanno a che fare direttamente con questa mia nausea da libri scritti male; non ce la facevo più a confrontarmi con la sterminata bibliografia disponibile; con le riviste universitarie dove altri desperados prima di me avevano pubblicato le loro inutili riflessioni, sorrette tuttavia da un notevole apparato bibliografico. Non che li biasimassi comunque, i miei colleghi, hypocrites écrivains, mes semblables, mes frères!
Non sopportavo più i si potrebbe affermare che, gli alla luce di ciò, i sembrerebbe che e via dicendo. Più scrivevo e leggevo sul mio argomento di tesi, più mi rendevo conto che la mia scrittura accademica consisteva nel dilatare ad arte ogni idiozia mi venisse in mente, con l’ansia di riempire il numero di pagine prefissato. In questo tsunami di banalità venivano sommerse anche le pochissime idee buone che mi venivano. Spesso leggevo edizioni di poesie commentate da novelli Thubal Holopherne (per dirla alla Rabelais) che riuscivano ad annichilire tutto quello che c’era dentro. Il momento peggiore veniva quando gli ordinari di letteratura spiegavano le poesie ex cathedra, salvo prima leggerle all’uditorio con voce stropicciata. Stomachevole. In quei momenti capivo perché venivano chiamati professori ordinari.
Poi un giorno, mentre bevevo un caffè in un bar per intellettuali leggendo Les Essais di Montaigne…

-accade spesso che i dottorandi vadano a bere dei caffè portandosi dietro dei libri improbabili e dei pastrani stile Jean Valjean con tanto di sciarpe e occhiali tondi. Io lo facevo per darmi un tono, per avere più carisma e sintomatico mistero-

…mentre leggevo questi benedetti Essais mi sono imbattuto in questa frase: “Il y a plus affaire à interpreter les interpretations qu’à interpreter les choses, et plus de livres sur les livres que sur autre subject”, che per chi non sa il francese suona come c’è più mestiere a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose, e ci sono più libri su libri che su altri argomenti.
L’ho visto come un segno, anche se credo poco a queste cose. Ho lasciato una buona mancia al barista, ho sorriso a un po’ di persone (non lo facevo da un po’), ho cancellato il file tesi.doc dal computer, ho donato gli Essais a un vecchietto seduto lì al bar che sulle prime non ha capito, sono andato a casa, ho cucinato un risotto fra i migliori del secolo (almeno per me), ho aperto un Valpolicella superiore, mi sono goduto metà bottiglia tra un boccone e l’altro, mi sono messo la mia camicia preferita e ho invitato a bere qualcosa una violoncellista con dei lunghissimi capelli neri che avevo conosciuto qualche tempo prima al matrimonio di un amico. Quando l’ho riaccompagnata a casa le ho dato un bacio con un impeto che non mi apparteneva, lei non si è spostata. Ho pensato, ma allora è così semplice? Basta avere l’intenzione? Ho rimpianto di non averlo mai capito nei ventotto anni che precedevano, ho rimpianto tutte le volte che sono stato Richie quando forse avrei potuto essere Fonzie. Ho aperto la portiera alla violoncellista come mi ha insegnato a afre mia mamma quando ero piccolo, ma non sono salito a casa sua perché non volevo essere troppo felice in un colpo solo. Avevo paura che il mio cuore franasse per la bellezza come dice il protagonista di America Beauty. Ho tirato giù il sedile dell’auto e ho dormito un po’, sul ciglio della strada. Mi ha svegliato un poliziotto quasi tre ore dopo. Ero talmente vivo che ha voluto a tutti costi farmi l’alcol test. Tutto ok, può andaregrazie agente come nei film americani.

Ho restituito l’assegno di ricerca all’università. Ho accettato un impiego come cameriere e aiuto pizzaiolo in una pizzeria del quartiere dove sono cresciuto. Il proprietario era un amico di mio padre che mi aveva sempre offerto quel lavoro, solo io ero troppo intellettuale per accettarlo. Era molto stupito quando mi sono presentato in sala. No, non volevo un tavolo. Sì, mio padre stava bene. No, non mi interessava guadagnare più degli altri camerieri. No, non era successo niente di particolare. No, non non mi drogavo.

Il mondo accademico insomma non faceva per me. Non ero abbastanza intelligente, non ero abbastanza regolare, non ero abbastanza costante.
Non si può essere un serio lavoratore della cultura procedendo per illuminazioni.

P. s. (di Marco Gavioli)
Grazie ad Ale