Mese: febbraio 2016

Maldestro e altre quisquilie

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Ciao. Per chi non lo sapesse ora vivo a Grenoble. Per chi non lo sapesse oggi mi sono sorbito l’ennesima paternale. In francese. A me piace rielaborare le paternali che ricevo in maniera creativa. Così scrivo. In questo periodo sto scrivendo un mezzo giallo. Non è proprio un giallo, è più quel colore che hanno le banane acerbe.
Subire paternali e affini mi dà l’impressione di non farne una giusta; di non averne mai fatta una giusta. Ma se non ne fai mai una giusta a un certo punto ti ritrovi a sbagliare citofono e a salire a casa di qualcuno a ballare l’heavy samba. Dato che io non voglio correre questo rischio, scrivo. Perché scrivere mi ricorda che forse, qualcosa so fare. E non mi piace piangermi addosso. Quindi ecco, l’ennesima rielaborazione immaginaria-romanzesca in cui sono una specie di investigatore.
“Pescando dentro alle nostre miserie”.

P.s.
Gli asterischi *** nel testo non significano parolacce. Gli asterischi sono semplicemente i nomi dei personaggi che non riesco a dare (a parte Erika); Perché ho sempre avuto un sacro terrore della creazione. Dare nomi è una cosa che implica responsabilità, non a caso lo fanno solo i genitori coi loro figli.

Mi svegliai di soprassalto nel cuore della notte, ed ebbi subito l’impressione che ogni buona storia dovesse aver inizio nel cuore della notte.
Non a caso La metamorfosi di Franz Kafka inizia al mattino, mentre Praga è fredda e senza risposte. Le buone storie, quelle che riempiono di entusiasmo scomposto, devono cominciare di notte,
con le stelle che si arricciano spastiche come nei quadri di Van Gogh.
Meglio ancora con un bel temporale battente. Le buone storie, inoltre, sanno raccontarle solo i nonni e le madri, perché la narrazione è antica per sua stessa natura;
la narrazione è la radice della bellezza, perché la parola è una delle poche cose ci arroghiamo il diritto di creare. Il Dio della Bibbia (o chi per lui) quando decide di dare forma al mondo, non fa altro che pronunciare.
Anche l’Iliade e l’Odissea sono Storie con la S maiuscola. Questo me lo diceva sempre Erika, che non aveva dimenticato la bellezza della letteratura nonostante i professori che aveva avuto al Liceo classico. L’Iliade e l’Odissea contengono già tutte le storie del mondo, proprio come la musica di Bach contiene già tutte le musiche del mondo. In qualsiasi brano di Bach, ogni linea strumentale è già compiuta di per sé; non c’è il servilismo dell’accompagnamento a favore del solista; in un concerto per violino solo di Bach, i bassi potrebbero ribellarsi, e dal fondo dell’orchestra decidere di occupare il centro della scena. Funzionerebbe comunque. Ettore e Andromaca potrebbero ribellarsi dal fondo dell’Iliade e dar vita a una storia loro due soli. Funzionerebbe comunque. Una storia infatti è buona quando si regge in piedi da sé, di modo che anche un padre irlandese ubriaco possa raccontarla ai figli. Questo è l’unico motivo per cui Frank McCourt non riesce alla fine ad odiare suo padre. È anche il motivo per cui in fondo io non odio il mio. Ma questa è un’altra storia.

Così, quando mi risvegliai bruscamente con le ossa fredde, la bocca riarsa e l’animo madido di angosce, mi chiesi cosa diavolo fosse accaduto per strapparmi così bruscamente dal sonno. Anche se non era un buon sonno, avevo comunque l’impressione di riposare. Non importava il fatto che da tempo, ogni mattina mi risvegliassi a pezzi come un chitarrista disegnato da Braque. Quando riuscivo ad addormentarmi, una specie di nervosismo carsico mi afferrava le viscere e sbatteva di nuovo in prima linea; mi svegliavo con la mente più lucida e argentea di quella di uno scacchista alla finale del campionato del mondo. E a quel punto era finita; conveniva quasi di più alzarsi dal letto e cercare di fare qualcosa di produttivo. La mia mancanza di sonno mi impediva sempre più di distinguere chiaramente i contorni delle cose, come all’inizio di Fight club di Pamuk. Non mettevo più a fuoco nulla, tanto meno quello che stavo diventando. Ero trasportato quotidianamente da una corrente di chiacchiere, bisticci, dettagli insignificanti, conversazioni che non avevo voglia di ascoltare. A volte avevo davvero solo voglia di afferrare ragazzini sbadati in mezzo ai campi di segale. La cosa peggiore era che mi sentivo prigioniero di tutte le sgridate che mi ero preso da bambino e da ragazzo, e non erano poche. Senza scampo. Ero, in ordine sparso: maldestro, non mi impegnavo abbastanza nelle cose, avevo la testa fra le nuvole, ero disordinato e disorganizzato, lento, pigro, e, dulcis in fundo, non mi prendevo le mie responsabilità. A sentire la gente che mi ha cresciuto, sono il genere di persona con cui non volete avere niente a che fare. Improvvisamente mi sento come Bob Dylan quando cerca di recuperare uno strappo, e mi chiedo dove vadano tutti quanti, più veloci di me:

Well, I’m standin’ on the highway
Watchin’ my life roll by
Well, I’m standin’ on the highway
Tryin’ to bum a ride […]
Nobody seem to know me
Everybody pass me by […]
Wonderin’ where everybody went
Please mister, pick me up
I swear I ain’t gonna kill nobody’s kids

Ma anche questa è un’altra storia.
Tornando a quella notte di Novembre (incombeva fra l’altro il mio grigio compleanno) ero certo che fosse successo qualcosa; avevo le mani piene di elettricità e i piedi pieni di formicolii. E infatti fu a quel punto che il telefono di casa squillò, come una cornacchia irriverente. Chi mai poteva essere a quest’ora? Fra il primo ed il secondo squillo passò una mezza eternità, perché ebbi il tempo di accorgermi simultaneamente che:

1- Erika non era più nel letto accanto a me;
2- Pioveva;
3- Avevo finito il caffè in dispensa;
4- Bartali aveva passato la borraccia a Coppi e non viceversa;
5- Dovevo staccare definitivamente il telefono fisso da casa;

Chi mai poteva chiamare a quest’ora della notte?
Doveva trattarsi di un delitto. Magari un bel noir alla francese, elegante e ben cesellato. O piuttosto un bell’enigma della camera chiusa, stile Dieci piccoli indiani?
In mezzo a queste considerazioni da film giallo di serie B riuscii ad alzarmi dal letto, inciampai nella coperta che mi serrava la gamba destra nelle sue spire, cercai inutilmente la ciabatta sinistra; scalzo e avvilito, bofonchiai un “pronto” con la voce di un cormorano.
-***?
Riconobbi la voce di ***, alias il mio superiore.
-Che c’è? Sai che ore sono?
-Hai il cellulare staccato.
-Sì, tendo a non rispondere mentre dormo.
-Mando una macchina a prenderti.
-…?
-Venti minuti e scendi. Viene ***.
Inspirai profondamente tentando di non perdere la calma.
-Senti ***, punto primo tecnicamente è già domenica, punto secondo è il ponte dei Morti.
-Tanto domani non porti crisantemi al cimitero. Vèstiti.
La comunicazione si interruppe senza dar adito a repliche. Tornai in camera, mi lavai la faccia alla bell’e meglio. Mi infilai un maglione (storto), ripetei l’operazione imprecando. Guardai il lato del letto che qualche tempo prima accoglieva le curve longilinee di Erika. Non riuscivo a dormire al centro del letto, non riuscivo ad occupare il suo spazio, forse per opporre un’ultima resistenza alla fine della nostra relazione.
Mi chiesi con quale uomo migliore di me fosse Erika in quel momento.
Mi sedetti in cucina, guardai la pila di piatti da lavare; versai una lacrima di whisky su un cubetto di ghiaccio.
Avevo iniziato a farlo piuttosto regolarmente da quando Erika se n’era andata.