Mese: maggio 2016

Il mio regno per un ghiacciolo

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E fu così che dopo insigni studî di letteratura e filologia, master binazionali d’eccellenza (HAHAHA), diplomi di conservatorio, ebbi un contratto a tempo indeterminato come.. pizzaiolo.

Fra l’altro qui l’indeterminato non è ancora carta straccia come in Italia (ancora per poco?).

L’Italia è una Repubblica fondata sui vaucherdelcazzo.

L’Italia è una Repubblica fondata sulle ripetizioni in nero.

Fra l’altro non capisco per quale motivo gli enti pubblici bandiscano ancora concorsi di svariate pagine quando si potrebbe scrivere:
“La coperativa che risulterà vincitrice sarà quella che pagherà di meno i propri lavoratori. Ce ne sbattiamo il cazzo della qualità del lavoro, basta che costi poco. Ce ne sbattiamo il cazzo della vita dei lavoratori, anche se per mantenere i figli saranno costretti a non vederli mai più. In fede”.

C’è bisogno di sinistra;

quella vera, non quella presunta che compra l’erba dal maghrebino e se la fuma nei centri sociali, quella che si iscrive a filosofia e va fuori corso, quella che si mette i maglioni peruviani e i vestiti super larghi.

I “capelloni” come li chiamava Pasolini sono sempre lì, e sono il male, perché con i loro poster di ceghevara fanno perdere credibilità a chi si oppone seriamente al deboscio della finanza creativa.

Io ho un concetto di sinistra molto semplice: limitare la liberalizzazione del mercato globale perché l’avidità vince sempre. Tradotto: limitare la possibilità di fare un po’ quel cazzo che ti pare.
Faccio un esempio: immaginate di mettete in una stanza un mucchio di denaro contante, delle persone e dir loro: “Avete 40 secondi. Tutto il denaro che riuscite a prendere è vostro”.
Scatterebbe la carneficina. Le persone più forti fisicamente vincerebbero, magari alleandosi tra loro. Magari darebbero una parte del denaro agli organizzatori del gioco per avere 40 secondi supplementari.

Questa è l’immagine che ho dell’economia.

Un’altra esperienza vissuta in prima persona che mi ha convinto della necessità della sinistra risale alla mia infanzia. Da bambino mia madre mi iscriveva ai centri estivi comunali, ci buttavano in una scuola, facevamo i lavoretti e le scenette, io mi divertivo e stop.
Un giorno noi marmocchi facciamo particolarmente casino e gli animatori al colmo della disperazione ci radunano per ristabilire l’ordine. Ci dicono “Oggi vi siete comportati veramente male; volevamo portarvi in palestra a giocare, ma non lo meritate. Tuttavia vogliamo darvi un’ultima possibilità: se rimanete in silenzio 10 minuti di orologio è pace fatta. Ma al quinto bambino che apre la bocca, vi giocate la possibilità di giocare in palestra e restiamo qui”.
Indovinate come è andata a finire. Cinque di noi non hanno resistito alla tentazione di dire una parolina all’amichetto del cuore, e ciao palestra.

Non mi pronuncerò sull’opportunità pedagogica di una simile iniziativa a dire il vero un po’ sovietica. La mia generazione è stata forse l’ultima a sperimentare un po’ di durezza da parte dei propri educatori o genitori. Fra il mio vissuto scolastico e quello di mia sorella che ha quattordici anni in meno di me c’è un abisso. Anche tra le bacchettate che hanno preso i miei genitori e me c’è un abisso.

Comunque, tutto questo per dire che quel pomeriggio di luglio con l’asfalto che si scioglieva, il cortile della scuola arido come l’Arkansas, i cartoni mediaset che nutrivano il mio immaginario, ho capito come dinnanzi un’epifania che le masse non sono in grado di autoregolarsi; che l’interesse personale prevale sempre su quello della collettività, a costo di nuocerle gravemente.

È stata la genesi del mio pensiero politico, il primo afflato rivoluzionario della mia vita, mi è spuntata una barba estemporanea e ho iniziato a cantare l’Internazionale comunista preso da un’epilessia marxista.

Poi mia mamma mi ha comprato un ghiacciolo e tutto è tornato alla normalità.


 

Scrivere, Grenoble 03:20 del mattino

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Sfrondare,
ripulire la prosa è difficilissimo nell’era della videoscrittura poiché potenzialmente si hanno tutte le varianti del testo simultaneamente davanti agli occhi.
La sintesi e la leggerezza ne risentono.
3000 mots, s’il vous plaît
Potenzialmente, non si finisce mai di rivedere uno scritto sul computer: si può modificare una frase un milione di volte a seconda di come ci si sente quel giorno, limare verbi, accentuare aggettivi.
Ecco perché la scrittura sta diventando una cosa per gente davvero sicura di sé.
In più quando hai nel respiro una lingua sublime e tortuosa come l’italiano;
è un’emorragia totale
Ciò nonostante continuo a scrivere; Eva è accartocciata sul divano e dorme da diverse ore con un plaid che neanche le copre tutto il corpo. Credo abbia freddo.

è ora di lavarsi i denti, andare a letto, addormentarsi dopo neanche una facciata di quello che leggerò stasera, imperterrito.

Grenoble 2:50 del mattino

Piazza SBP

Se solo si riuscisse ad eliminare ogni movimento dell’anima giudicante dalla scrittura e dal pensiero. Come volevano fare Carver ed Hemingway. L’anima giudicante è quella parte delle cervella che interpreta il mondo secondo categorie binarie. Interpretare il mondo secondo categorie binarie pertiene più alle macchine che agli umani,
e no, nemmeno voglio dire quella parola, computer con la u che goffamente si pronuncia iu.

Per questo motivo tento di non giudicare più; intanto perché il confronto con Leone Ginzburg mi ucciderebbe; in secondo luogo perché non so stare da solo e non so affrontare gli stati della materia di cui sono composti gli anni che ho vissuto finora. Dico composti perché composti contiene la parola compost che è quell’ammasso di vermi che decompone cose tipo l’umido. Smaltire i rifiuti organici in questo modo soulage (il verbo mi è venuto prima in francese, che volete farci) il nostro senso di colpa. Il senso di colpa deriva dal fato che viviamo all’interno di un modello di sviluppo malvagio, guasto, obeso, drogato, isterico. La contraddizione si cela dietro ogni azione. Per protestare contro lo sfruttamento dell’ambiente ci vestiamo con panni tinti in Bangladesh, e magari andiamo alla manifestazione a Milano in macchina. Per andare a Milano abbiamo creato larghissimi nastri d’asfalto nero. Per garantirci tutte queste comodità abbiamo seppellito la nostra anima-giudice, perché se prendessimo alla lettera un’etica equilibrata imploderemmo come stelle morenti sovraccariche di materia all’inverosimile. Noi siamo sovraccarichi di materia all’inverosimile. Ogni tanto mi chiedo infatti quanta materia mi appartiene, e il suo eventuale peso espresso in chilogrammi. Se si sommasse il peso di tutte le cose che ho. Ho un senso di soffocamento.

La chiesa non serve più a nulla. Almeno, non mi serve più a nulla. Non ho paure o turbamenti che la religione possa in qualche modo placare. I riti religiosi mi mettono angoscia, i credenti mi inquietano. Credo molto di più nella psicologia se è per questo; nella capacità greco-tragica di mondare l’anima, senza Agnelli di Dio. Credo nella rigenerazione della psiche. Credo anche che la volontà abbia un certo ruolo nelle nostre vite miserande. Credo nei figli che genererò; nell’arte; credo in una sorta di umanesimo latente e disperato. Vedo persone che fondano la loro etica non su basi religiose e io sono fra esse. In realtà ho paure e turbamenti, come tutti. Ho una forte ipocondria e senso di panico. Mi sento spesso sull’orlo di un precipizio. 

Il malessere dell’uomo sta nel fatto che non è più capace di starsene da solo in una stanza. Per questo ubriaco il mondo di parole e segni, nel tentativo disperato di sentirmi meno solo. Un mio amico invece crede nel progresso. Non a caso è un informatico. Se hai a che fare con la tecnologia credi per forza nel progresso; se hai a che fare con PierPaoloPasolini e con AlbertoMoravia e in genere con la letteratura non credi più a un cazzo. Anche i romanzi si stanno dilaniando da soli come troppi pesci in un acquario che non ricevono più cibo. Esce un libro ed è immediatamente traducibile in una cinquantina di lingue. Questo mi preoccupa. L’uniformità del linguaggio mi preoccupa. Il fatto che l’italiano con cui mi esprimo sia sempre più limitato. La banalità vischiosa che tarpa le ali dell’albatros come fosse petrolio. Petrolio è etimologicamente un errore. Chiamiamo da decenni una cosa che ci ossessiona con un nome del tutto incongruo.

Mi preoccupa insomma il fatto che non riesco mai davvero a fare i conti con la mia esistenza. Riesco solo a pormi mete nuove da raggiungere e mentre avanzo verso di esse mi sento un cavallo con quei paraocchi che consentono una visione anteriore estremamente parziale. In realtà non è vero che non ho paure e turbamenti; al contrario, ne ho molte, e diversissime fra loro. Ma sono bravo a sospendere i giudizi e ad fare finta che le cose brutte non esitano. Sono bravo ad allontanare i brutti pensieri. Questo mi porta verso un’abulia filosofica che vorrei controllare ma che finalmente non controllo. Facebook mi faceva sentire come un topo in gabbia e quindi ho cancellato il mio account. Non voglio tornarci Cristo. Dato che i miei giudizi sono sospesi non mi occupo più, purtroppo, di politica; non mi interesso di quello che succede perché ho un’idea di come dovrebbero andare le cose che si scontra con lame affilatissime. Sento la stretta del nichilismo (o della pigrizia?). Provo spesso vergogna, mi preoccupo troppo dell’opinione degli altri. Desidero il prestigio. Questo fa di me un povero coglione.

Ci mostriamo indignati per i bambini che muoiono ad Aleppo in Siria, ma allontaniamo il pensiero che l’hamburger che abbiamo appena mangiato e che la maglietta euro 9,99 di H&M che abbiamo appena comprato non fanno altro che alimentare il sistema che ha fatto in modo che quel bambino morisse in Siria. È il classico battito d’ali di farfalla a Pechino che fa piovere a New York. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
In montagna, fate attenzione alle vipere.