Grenoble 2:50 del mattino

Piazza SBP

Se solo si riuscisse ad eliminare ogni movimento dell’anima giudicante dalla scrittura e dal pensiero. Come volevano fare Carver ed Hemingway. L’anima giudicante è quella parte delle cervella che interpreta il mondo secondo categorie binarie. Interpretare il mondo secondo categorie binarie pertiene più alle macchine che agli umani,
e no, nemmeno voglio dire quella parola, computer con la u che goffamente si pronuncia iu.

Per questo motivo tento di non giudicare più; intanto perché il confronto con Leone Ginzburg mi ucciderebbe; in secondo luogo perché non so stare da solo e non so affrontare gli stati della materia di cui sono composti gli anni che ho vissuto finora. Dico composti perché composti contiene la parola compost che è quell’ammasso di vermi che decompone cose tipo l’umido. Smaltire i rifiuti organici in questo modo soulage (il verbo mi è venuto prima in francese, che volete farci) il nostro senso di colpa. Il senso di colpa deriva dal fato che viviamo all’interno di un modello di sviluppo malvagio, guasto, obeso, drogato, isterico. La contraddizione si cela dietro ogni azione. Per protestare contro lo sfruttamento dell’ambiente ci vestiamo con panni tinti in Bangladesh, e magari andiamo alla manifestazione a Milano in macchina. Per andare a Milano abbiamo creato larghissimi nastri d’asfalto nero. Per garantirci tutte queste comodità abbiamo seppellito la nostra anima-giudice, perché se prendessimo alla lettera un’etica equilibrata imploderemmo come stelle morenti sovraccariche di materia all’inverosimile. Noi siamo sovraccarichi di materia all’inverosimile. Ogni tanto mi chiedo infatti quanta materia mi appartiene, e il suo eventuale peso espresso in chilogrammi. Se si sommasse il peso di tutte le cose che ho. Ho un senso di soffocamento.

La chiesa non serve più a nulla. Almeno, non mi serve più a nulla. Non ho paure o turbamenti che la religione possa in qualche modo placare. I riti religiosi mi mettono angoscia, i credenti mi inquietano. Credo molto di più nella psicologia se è per questo; nella capacità greco-tragica di mondare l’anima, senza Agnelli di Dio. Credo nella rigenerazione della psiche. Credo anche che la volontà abbia un certo ruolo nelle nostre vite miserande. Credo nei figli che genererò; nell’arte; credo in una sorta di umanesimo latente e disperato. Vedo persone che fondano la loro etica non su basi religiose e io sono fra esse. In realtà ho paure e turbamenti, come tutti. Ho una forte ipocondria e senso di panico. Mi sento spesso sull’orlo di un precipizio. 

Il malessere dell’uomo sta nel fatto che non è più capace di starsene da solo in una stanza. Per questo ubriaco il mondo di parole e segni, nel tentativo disperato di sentirmi meno solo. Un mio amico invece crede nel progresso. Non a caso è un informatico. Se hai a che fare con la tecnologia credi per forza nel progresso; se hai a che fare con PierPaoloPasolini e con AlbertoMoravia e in genere con la letteratura non credi più a un cazzo. Anche i romanzi si stanno dilaniando da soli come troppi pesci in un acquario che non ricevono più cibo. Esce un libro ed è immediatamente traducibile in una cinquantina di lingue. Questo mi preoccupa. L’uniformità del linguaggio mi preoccupa. Il fatto che l’italiano con cui mi esprimo sia sempre più limitato. La banalità vischiosa che tarpa le ali dell’albatros come fosse petrolio. Petrolio è etimologicamente un errore. Chiamiamo da decenni una cosa che ci ossessiona con un nome del tutto incongruo.

Mi preoccupa insomma il fatto che non riesco mai davvero a fare i conti con la mia esistenza. Riesco solo a pormi mete nuove da raggiungere e mentre avanzo verso di esse mi sento un cavallo con quei paraocchi che consentono una visione anteriore estremamente parziale. In realtà non è vero che non ho paure e turbamenti; al contrario, ne ho molte, e diversissime fra loro. Ma sono bravo a sospendere i giudizi e ad fare finta che le cose brutte non esitano. Sono bravo ad allontanare i brutti pensieri. Questo mi porta verso un’abulia filosofica che vorrei controllare ma che finalmente non controllo. Facebook mi faceva sentire come un topo in gabbia e quindi ho cancellato il mio account. Non voglio tornarci Cristo. Dato che i miei giudizi sono sospesi non mi occupo più, purtroppo, di politica; non mi interesso di quello che succede perché ho un’idea di come dovrebbero andare le cose che si scontra con lame affilatissime. Sento la stretta del nichilismo (o della pigrizia?). Provo spesso vergogna, mi preoccupo troppo dell’opinione degli altri. Desidero il prestigio. Questo fa di me un povero coglione.

Ci mostriamo indignati per i bambini che muoiono ad Aleppo in Siria, ma allontaniamo il pensiero che l’hamburger che abbiamo appena mangiato e che la maglietta euro 9,99 di H&M che abbiamo appena comprato non fanno altro che alimentare il sistema che ha fatto in modo che quel bambino morisse in Siria. È il classico battito d’ali di farfalla a Pechino che fa piovere a New York. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
In montagna, fate attenzione alle vipere.

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