Il mio regno per un ghiacciolo

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E fu così che dopo insigni studî di letteratura e filologia, master binazionali d’eccellenza (HAHAHA), diplomi di conservatorio, ebbi un contratto a tempo indeterminato come.. pizzaiolo.

Fra l’altro qui l’indeterminato non è ancora carta straccia come in Italia (ancora per poco?).

L’Italia è una Repubblica fondata sui vaucherdelcazzo.

L’Italia è una Repubblica fondata sulle ripetizioni in nero.

Fra l’altro non capisco per quale motivo gli enti pubblici bandiscano ancora concorsi di svariate pagine quando si potrebbe scrivere:
“La coperativa che risulterà vincitrice sarà quella che pagherà di meno i propri lavoratori. Ce ne sbattiamo il cazzo della qualità del lavoro, basta che costi poco. Ce ne sbattiamo il cazzo della vita dei lavoratori, anche se per mantenere i figli saranno costretti a non vederli mai più. In fede”.

C’è bisogno di sinistra;

quella vera, non quella presunta che compra l’erba dal maghrebino e se la fuma nei centri sociali, quella che si iscrive a filosofia e va fuori corso, quella che si mette i maglioni peruviani e i vestiti super larghi.

I “capelloni” come li chiamava Pasolini sono sempre lì, e sono il male, perché con i loro poster di ceghevara fanno perdere credibilità a chi si oppone seriamente al deboscio della finanza creativa.

Io ho un concetto di sinistra molto semplice: limitare la liberalizzazione del mercato globale perché l’avidità vince sempre. Tradotto: limitare la possibilità di fare un po’ quel cazzo che ti pare.
Faccio un esempio: immaginate di mettete in una stanza un mucchio di denaro contante, delle persone e dir loro: “Avete 40 secondi. Tutto il denaro che riuscite a prendere è vostro”.
Scatterebbe la carneficina. Le persone più forti fisicamente vincerebbero, magari alleandosi tra loro. Magari darebbero una parte del denaro agli organizzatori del gioco per avere 40 secondi supplementari.

Questa è l’immagine che ho dell’economia.

Un’altra esperienza vissuta in prima persona che mi ha convinto della necessità della sinistra risale alla mia infanzia. Da bambino mia madre mi iscriveva ai centri estivi comunali, ci buttavano in una scuola, facevamo i lavoretti e le scenette, io mi divertivo e stop.
Un giorno noi marmocchi facciamo particolarmente casino e gli animatori al colmo della disperazione ci radunano per ristabilire l’ordine. Ci dicono “Oggi vi siete comportati veramente male; volevamo portarvi in palestra a giocare, ma non lo meritate. Tuttavia vogliamo darvi un’ultima possibilità: se rimanete in silenzio 10 minuti di orologio è pace fatta. Ma al quinto bambino che apre la bocca, vi giocate la possibilità di giocare in palestra e restiamo qui”.
Indovinate come è andata a finire. Cinque di noi non hanno resistito alla tentazione di dire una parolina all’amichetto del cuore, e ciao palestra.

Non mi pronuncerò sull’opportunità pedagogica di una simile iniziativa a dire il vero un po’ sovietica. La mia generazione è stata forse l’ultima a sperimentare un po’ di durezza da parte dei propri educatori o genitori. Fra il mio vissuto scolastico e quello di mia sorella che ha quattordici anni in meno di me c’è un abisso. Anche tra le bacchettate che hanno preso i miei genitori e me c’è un abisso.

Comunque, tutto questo per dire che quel pomeriggio di luglio con l’asfalto che si scioglieva, il cortile della scuola arido come l’Arkansas, i cartoni mediaset che nutrivano il mio immaginario, ho capito come dinnanzi un’epifania che le masse non sono in grado di autoregolarsi; che l’interesse personale prevale sempre su quello della collettività, a costo di nuocerle gravemente.

È stata la genesi del mio pensiero politico, il primo afflato rivoluzionario della mia vita, mi è spuntata una barba estemporanea e ho iniziato a cantare l’Internazionale comunista preso da un’epilessia marxista.

Poi mia mamma mi ha comprato un ghiacciolo e tutto è tornato alla normalità.


 

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