Mese: dicembre 2016

L’uomo che oggi mi ha fatto piangere in mezzo a un incrocio

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Premessa: La montagna incantata di Thomas Mann si candida a diventare una delle cose migliori che io abbia mai letto.
Interludio: Nell’immagine ecco quello che vedeva il Bellotto da Ponte Nuovo nel 1746.

Svolgimento:
Il mio solito horror vacui: giro con libri enormi, oppure con lettori mp3 minuscoli dove carico un milione di puntate di Wikiradio scaricate dal podcast di Radio 3.
Wikiradio è il mio programma preferito: 30 minuti al giorno su un argomento a caso. È il programma ideale per me, che sono ogni giorno a caso. Le idee migliori sulle cose da fare in classe mi vengono quattro secondi prima di entrare in aula.
Wikiradio mi ha fatto compagnia in un sacco di momenti. L’ultima volta che sono stato a Parigi da solo all’audizione per l’Opera Bastille non ho ascoltato altro che Wikiradio: mi permette di acquisire contenuti in momenti in cui non potrei farlo, tipo mentre vado in bicicletta. E ci passo molto tempo col culo sulla bici; non perché io sia un salutista ambientalista, ma perché sono povero e non posso permettermi un motore.

No dai, un po’ ambientalista lo sono, un po’ stile la volpe e l’uva, non ho una macchina ma tanto le macchine fanno schifo e stanno facendo estinguere le api.

Insomma andavo verso Porta Vescovo e all’incrocio dell’università mi viene da piangere; sapete anche voi quanto duri il semaforo di Ponte Nuovo-Via XX settembre. Fai in tempo ad incanutire.
Mi viene da piangere perché c’è la puntata su Tom Simpson. Ciclista inglese, muore il 13 luglio 1967 accartocciato sulla sua bicicletta mentre sta scalando il Mont Ventoux, la tappa più temuta del Tour de France. Ha la pancia piena di super alcolici e di anfetamine. Ci sono 40 gradi sul suolo lunare del monte che già sedusse Francesco Petrarca. Simpson ha gli occhi grigi, è in stato confusionale e continua a sbandare. Si accascia in diretta tv a un chilometro dalla vetta. A terra continua a muovere le gambe come per pedalare su una bicicletta immaginaria. Le sue ultime parole sono biascicate: “On, on, on!”, nel suo inglese aspro (anche se parlava un pregevole francese);

e d’altronde morire, lo fai nella tua lingua madre, per forza.

E a me viene un po’ da piangere, mi vengono gli occhi lucidi, complice il freddo, mi viene un po’ di magone. È strano provare un’emozione così in una situazione così prosaica. Tom si è sparato tutte quelle anfetamine per non sentire la fatica; ma la fatica serve ad avvertirti che se continui così, collassi. Tom non voleva sentire la fatica perché il suo direttore sportivo gli aveva detto che gli sponsor esigevano una vittoria, anche perché era uno dei corridori più pagati del péloton.

Un uomo che non regge alle pressioni è infinitamente e definitivamente uomo. Il sigillo finale.
Sarà anche il primo morto per doping della storia, ma c’è qualcosa di eroico in quest’uomo, qualcosa di -mio dio- prometeico.

Mi ha strappato una mezza lacrima; poi è scattato il verde -dopo un’infinità di tempo- e io ho pedalato, più forte che potevo.

Come ti permetti, Poletti?

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“Fuga di 100mila giovani? Bene, conosco gente che è andata via e sicuramente il Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. […]”

Rimango esterrefatto e profondamente offeso dalle recenti dichiarazioni del ministro del lavoro italiano.
Ma come si permette?
Come può una figura istituzionale lasciarsi andare a simili esternazioni?
Questo è puro bullismo.
Si gonfiano i muscoli contro i più deboli, contro coloro che, disperati, provano a giocarsi la carta dell’estero.
Quando un’ora di lavoro vale dai 3 ai 7 euro e 50 non resta molto altro da fare, caro Ministro.
Quando il datore di lavoro, datore di sfruttamento, fa spallucce e ti lascia lavorare 5 ore in nero salvo poi darti un vaucher perché sai, meglio non rischiare.

Quelli che se ne vanno cosa sono, degli incapaci che vanno a farsi la vacanzina?
Ma soprattutto, l’Italia sta meglio senza di essi?
Ma anche fossero incapaci, svogliati, demotivati, inetti, terrorizzati dal futuro, non diplomati, magari inclini alla piccola criminalità, privi di mezzi, N.E.E.T., stretti dagli attacchi di panico…
anche se fossero tutto questo, è giusto lasciarli indietro solo perché più deboli?

Io sono un privilegiato; ho i mezzi intellettuali per trovare un po’ di serenità, per credere in me e nell’avvenire. Ho potuto fare degli studi importanti, delle esperienze formative fondamentali. Conosco il valore della parola, posso incazzarmi come una bestia con Poletti e posso scriverlo su un blog, per sfogarmi. Posso trovare la forza di alzarmi, cercare un lavoro, trovarlo. Posso insomma trovare la forza per non sentirmi solo di fronte a tante difficoltà; ho avuto una maestra delle elementari che mi ha insegnato a farlo, una famiglia.

Io sono un privilegiato.

E se questi 100mila che partono non fossero privilegiati come me?

Per mantenermi in Francia mentre preparavo il progetto di dottorato lavoravo in un ristorante. Un giorno arriva un ragazzo siciliano che cerca un lavoro qualsiasi. Non sa una parola di francese. Chissà da quale disperazione viene. Io il francese lo so, e dentro di me ghigno perché nel terrore della disoccupazione, in questo ragazzo che non parla vedo solo un nemico in meno.

Vuol dire essere morti dentro.
Davvero.
Vuol dire fare schifo.
Vuol dire essere sfibrati dalla competizione e dalla dittatura del prestigio.
Vuol dire cadere nella trappola del capitalismo bulimico che ci ingurgita salvo poi abbandonarci.
E io mi pento.

La frase di Poletti sa tanto di darwinismo sociale, di legge del più forte. Solo che, caro Poletti, siamo in uno Stato di diritto, non in una giungla amazzonica.

Vi consiglio di andare sul sito del Senato della Repubblica, e fare una ricerca -ctrl+f- della parola “lavoro” nella nostra Costituzione.

Fai clic per accedere a costituzione.pdf

Scoprirete che il lavoro è un diritto, che:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Poletti è come un preside che dice: “Quell’alunno è stato bocciato? Vabbé meglio, tanto non era fatto per studiare”.
Poletti è come un direttore carcerario che dice “Quel detenuto si è suicidato? Vabbé meglio, tanto era solo un delinquente”.
Poletti è la gente che dice “Quella ragazza si è suicidata perché vittima di cyber-bullismo? Vabbè meglio, quella cretina poteva pensarci prima”.
“Ma tanto gli immigrati salgono sui barconi solo per venire qua a fare casino®” giusto?

Intollerabili semplificazioni.

Questo blog prende il suo nome da una celebre frase del maestro Manzi, che si rifiutava di valutare gli alunni. Il maestro Manzi insegnava nelle carceri minorili, e quasi nessuno dei suoi alunni è tornato a delinquere. Il maestro Manzi insegnava alla TV ai vecchi analfabeti. Il maestro Manzi non pensava “Sono in galera? Meglio così il paese non soffrirà ad averli fra i piedi®“.

Questo è il mio Natale.
Io non mi rassegno alla legge della giungla.
Per me l’Italia, la mia patria, deve rimanere inclusiva.

 

Lavorareperstareinsieme-lavorando

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Macchina, mio papà guida,
macchina che strappa perché l’impianto gpl fa schifo, mio papà che strappa perché tutti vanno piano secondo lui.
Si torna dal pranzo dell’8 dicembre, dal paese delle origini, al confine tra la Lombardia e l’Emilia.
La mia genìa è di antica radice comunista emiliana che mio nonno nemmeno il funerale ha voluto per non avere i preti fra le balle.
E i fascisti le hanno sempre prese quando venivano qui, non manca di ricordare mia nonna.
Ciò nonostante, la festa dell’Immacolata, è sacra.
Ci si ammazza di tortelli e Lambrusco e come stai, come non stai, nel più perfetto stile italico.
Si inizia a respirare un po’ di Natale.

Dicevo, sto tornando -ho immancabilmente mangiato troppo-, la nebbia padana ha la densità dello stracchino e vedo, UN MILIARDO di negozi aperti.

Inutile rammentare che Viola non è con noi perché lavora in un negozio che sta aperto durante le feste. Perché se ti viene voglia di fare la spesa l’8 dicembre, sia mai che trovi qualcosa di chiuso.

Si impone una riflessione: le persone hanno bisogno di lavorare.
Io e Viola siamo una “giovane coppia” che ha bisogno di lavorare.
Per cosa?
Beh, naturalmente per non fare la fine dei bamboccioni; per trovare un buco da affittare e poter stare insieme.
Di solito le persone che stanno insieme, amano stare insieme, sapete com’è.

Ma per pagare un affitto al fine di stare insieme bisogna lavorare.
Bisogna lavorare molto, se si fa tutto con onestà.

(Io verso i contributi sulle ripetizioni e sono un alieno)

Ricapitolando: vuoi vivere con la tua ragazza ma per farlo fai tre lavori i quali ti impediscono di stare insieme alla tua ragazza.
-La quale, mentre tu fai queste riflessioni a casa da solo, sta lavorando-

Qualcosa non quadra, no?