Come ti permetti, Poletti?

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“Fuga di 100mila giovani? Bene, conosco gente che è andata via e sicuramente il Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. […]”

Rimango esterrefatto e profondamente offeso dalle recenti dichiarazioni del ministro del lavoro italiano.
Ma come si permette?
Come può una figura istituzionale lasciarsi andare a simili esternazioni?
Questo è puro bullismo.
Si gonfiano i muscoli contro i più deboli, contro coloro che, disperati, provano a giocarsi la carta dell’estero.
Quando un’ora di lavoro vale dai 3 ai 7 euro e 50 non resta molto altro da fare, caro Ministro.
Quando il datore di lavoro, datore di sfruttamento, fa spallucce e ti lascia lavorare 5 ore in nero salvo poi darti un vaucher perché sai, meglio non rischiare.

Quelli che se ne vanno cosa sono, degli incapaci che vanno a farsi la vacanzina?
Ma soprattutto, l’Italia sta meglio senza di essi?
Ma anche fossero incapaci, svogliati, demotivati, inetti, terrorizzati dal futuro, non diplomati, magari inclini alla piccola criminalità, privi di mezzi, N.E.E.T., stretti dagli attacchi di panico…
anche se fossero tutto questo, è giusto lasciarli indietro solo perché più deboli?

Io sono un privilegiato; ho i mezzi intellettuali per trovare un po’ di serenità, per credere in me e nell’avvenire. Ho potuto fare degli studi importanti, delle esperienze formative fondamentali. Conosco il valore della parola, posso incazzarmi come una bestia con Poletti e posso scriverlo su un blog, per sfogarmi. Posso trovare la forza di alzarmi, cercare un lavoro, trovarlo. Posso insomma trovare la forza per non sentirmi solo di fronte a tante difficoltà; ho avuto una maestra delle elementari che mi ha insegnato a farlo, una famiglia.

Io sono un privilegiato.

E se questi 100mila che partono non fossero privilegiati come me?

Per mantenermi in Francia mentre preparavo il progetto di dottorato lavoravo in un ristorante. Un giorno arriva un ragazzo siciliano che cerca un lavoro qualsiasi. Non sa una parola di francese. Chissà da quale disperazione viene. Io il francese lo so, e dentro di me ghigno perché nel terrore della disoccupazione, in questo ragazzo che non parla vedo solo un nemico in meno.

Vuol dire essere morti dentro.
Davvero.
Vuol dire fare schifo.
Vuol dire essere sfibrati dalla competizione e dalla dittatura del prestigio.
Vuol dire cadere nella trappola del capitalismo bulimico che ci ingurgita salvo poi abbandonarci.
E io mi pento.

La frase di Poletti sa tanto di darwinismo sociale, di legge del più forte. Solo che, caro Poletti, siamo in uno Stato di diritto, non in una giungla amazzonica.

Vi consiglio di andare sul sito del Senato della Repubblica, e fare una ricerca -ctrl+f- della parola “lavoro” nella nostra Costituzione.

https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

Scoprirete che il lavoro è un diritto, che:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Poletti è come un preside che dice: “Quell’alunno è stato bocciato? Vabbé meglio, tanto non era fatto per studiare”.
Poletti è come un direttore carcerario che dice “Quel detenuto si è suicidato? Vabbé meglio, tanto era solo un delinquente”.
Poletti è la gente che dice “Quella ragazza si è suicidata perché vittima di cyber-bullismo? Vabbè meglio, quella cretina poteva pensarci prima”.
“Ma tanto gli immigrati salgono sui barconi solo per venire qua a fare casino®” giusto?

Intollerabili semplificazioni.

Questo blog prende il suo nome da una celebre frase del maestro Manzi, che si rifiutava di valutare gli alunni. Il maestro Manzi insegnava nelle carceri minorili, e quasi nessuno dei suoi alunni è tornato a delinquere. Il maestro Manzi insegnava alla TV ai vecchi analfabeti. Il maestro Manzi non pensava “Sono in galera? Meglio così il paese non soffrirà ad averli fra i piedi®“.

Questo è il mio Natale.
Io non mi rassegno alla legge della giungla.
Per me l’Italia, la mia patria, deve rimanere inclusiva.

 

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