Spesso il male di vivere ho incontrato, era la Siria.

Ebbene, quel giorno è arrivato.
Sto facendo qualcosa di infinitamente frivolo, tipo guardare nuovi modelli di biciclette da corsa. Eva è seduta al tavolo della cucina, legge qualcosa; è uno di quei momenti sublimi dove pur vivendo in un bilocale, ognuno si fa gli affari propri.
Ad un certo punto, dal nulla, Eva alza la testa e candidamente mi chiede Hai visto in Siria.
Non è propriamente una domanda: non ha un’intonazione che necessita di un punto interrogativo, come se in fondo io non possa non sapere cosa accade in Siria. Rispondo un Sì poco convinto, un po’ scostante. Forse ho visto qualcosa scorrendo la home di facebook con il tipico occhio spento da alligatore. Insomma, faccio finta di sapere di cosa stiamo parlando: questa è una deformazione professionale, sono abituato in classe, dove orde di diciottenni mi pongono domande esistenziali e in quanto docente sono tenuto a rispondere. Questa è la parte più difficile del mio lavoro: presentare una visione del mondo che permetta di decodificare il non-sense che ci circonda. Spiego il Purgatorio dantesco, e torna fuori l’inespugnabile questione dei grandi spiriti latini confinati nel Limbo. Un alunno alza la mano e mi fa giustamente notare che il peccato originale è proprio una cattiveria gratuita. Come si risponde ad un’obiezione così sensata?
A volte mi sembra che il mio unico compito sia quello di salvaguardare le apparenze, come se ci fosse una lobby degli adulti che non può permettersi di non sapere qualcosa. Noi siamo i professori, i preti, i genitori, gli psicologi: noi sappiamo come funziona il mondo. A volte mi sembra di dover educare questi ragazzi alla puntualità, alla coerenza, al senso della Giustizia. E poi ti chiedono com’è che Berlusconi non si è mai fatto nemmeno un giorno di carcere, perché quelli che ammazzano le donne sono in libertà fino al giorno in cui non ammazzano le donne; perché le banche continuano a truffare e fallire, perché c’è la crisi; non si capacitano del fatto che le sciocchezze dell’umanità si reiterino in maniera così recidiva. Quando spieghi la crisi economica del Trecento si chiedono come sia possibile che la crisi ce l’abbiamo ancora adesso. È di queste cose che chiedono conto, delle innovazioni metriche di Manzoni non gliene frega un cazzo. Cerco di educarli ad una correttezza, ad un’onestà che non troveranno una volta usciti dalla scuola. Magari penseranno che sono stato un idiota ad incoraggiarli quando si troveranno davanti all’ennesimo addetto alle risorse umane che offrirà loro uno stage non retribuito ma con grandi prospettive di crescita professionale. A volte sento che il mio lavoro consiste miseramente nel tenere insieme dei cocci. A volte mi sento così: inizio a parlare di cereali e finisco con il constatare la morte di Dio.

(clicca qui per vedere il video)
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La verità, comunque, è che non so esattamente cosa sia accaduto quel giorno in Siria. Se scavo molto in fondo al mio io politically correct, non mi importa granché di cosa sia accaduto quel giorno in Siria. I Paesi medio-orientali hanno nomi inflazionati, i notiziari parlano continuamente di qualche attentato, di disordini sociali. La verità è che non ci faccio più caso. C’è una rosa di parole a cui non faccio più caso, tipo Afghanistan, Kabul, Libia, Terrorismo, Mosul, Aleppo, Assad, Erdogan, Turchia, Migranti, Iraq, Donald Trump, Isis, Recessione, Crisi… è come quando da bambini negli anni ’90 ripetevamo ossessivamente Sarajevo in mezzo ai nostri giochi, perché era una parola che sentivamo di continuo quando i padri tornavano a casa da lavoro ed esigevano di vedere il telegiornale. Forse ora le cose sono cambiate, ci sono meno padri e meno lavoro.
Mi sento disturbato dalla domanda-non domanda di Eva. E mi vergogno come un ladro. L’unica cosa che posso opporre ai mali del mondo è una specie di indifferenza, un sentimento indifferenziato che attutisce tutto nella bambagia delle serie tv, delle occupazioni quotidiane, all’ansia del conto in banca, all’ansia della burocrazia che mi fagocita. Giusto perché non ho un figlio che mi muore in braccio perché un bombardamento si è espanso un po’ troppo. Non so che dire, non trovo una risposta. Mi risuonano in testa soltanto le parole di Eugenio Montale in Ossi di seppia:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’accartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Montale stesso sceglie di nominare la “divina Indifferenza” con la lettera maiuscola. Io mi sento indifferente, o forse anestetizzato. E di nuovo, dopo aver fatto colazione ed essermi seduto a scrivere sul mio divano, mi vergogno come un ladro.

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