Mese: ottobre 2017

Elogio delle case e del legno (Yellow cocktail music).

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Non so voi ma io passo le mattine del fine settimana a pulire la casa, lavare piatti della sera precedente, e, se mi sento particolarmente in forma vado addirittura in posta a pagare le bollette.
Lavo i piatti perché mi piace fare le cene a casa mia ma non ho una lavastoviglie.
In questa stagione mi piace accendere il camino, scrivere canzoni.

Stranamente mettere in ordine e pulire mi piace e mi rilassa, a casa mia. Perché è un posto mio,
-cioè, della proprietaria cui verso un affitto-
e come tale ne comprendo il valore.

Devo ammettere una brutta cosa: ho iniziato a prestare molta più attenzione a dove legavo la bicicletta da quando ho iniziato a comprare autonomamente i miei mezzi di trasporto. Voglio bene alla mia bicicletta, con lei ho raggiunto luoghi variopinti, persone che hanno cose da dire. Me la sono portata in Francia, fra mille peripezie. È un mezzo di trasporto nel senso che provo del trasporto per lei.

Il silenzio della casa a volte è vischioso, mi spaventa un po’, anche perché nel silenzio ognuno sente quello che vuole:
io a volte ci sento il suono di feste jazz interminabili e fantasmagoriche* come quelle piene di yellow cocktail music descritte da F. S. Fitzgerald:

The lights grow brighter as the earth lurches away from the sun, and now the orchestra is playing yellow cocktail music, and the opera of voices pitches a key higher.
(The Great Gatsby)

*queste feste sono piene di ragazze che profumano d’aprile, d’erba tagliata di fresco, di poesie di Prevert.

… a volte la musica se ne va e mi investono ondate di angoscia che prendono la forma di molle troppo a lungo compresse in una scatola.
È giusto che ci sia anche questo.

Anyway, in casa mia c’è troppo legno per non starci bene. Puoi appenderti alle travi. Quando mi sveglio guardo i nodi del legno sul soffitto e cerco le facce. Stamattina credo di aver visto il muso di una volpe. E poi c’è quella cosa per cui chiedi un litro di latte al vicino e poi glielo ricompri con un paio di cioccolatini per il disturbo e lui ti dice ma dai non dovevi.

A questo punto devo prendere in prestito le parole degli Uochi Toki, Artisti rap-noise con la A maiuscola:

[…] perché io amo le case.
Ho amato molte più case che ragazze.
Mi piacciono i rapporti abitativi lunghi, ed anche le case da una sera soltanto.
Con alcune finiva male quando me ne dovevo andare o quando invece le ho abbandonate.
Altre invece sono state il mio castello, la mia base spaziale.
Me le sogno di notte e questo mi aiuta a ricordare.
La mia casa attuale è la migliore.
Non so per quanto ci potrò stare, ma so che sarà intenso.
Per quante altre case io possa vedere in giro e sbalordisco è qui che torno a dormire; è qui che abito e sto scrivendo adesso.
(I mangiatori di patate da Libro Audio, Uochi Toki, 2008)

Anch’io amo le case, in particolare quelle in cui ho dormito casualmente dopo una festa
-quando ti risvegli e daresti la tua vita per uno spazzolino da denti-,
mi piacciono le case in cui ho occasionalmente dormito rannicchiato su un divano.

Oggi sfogliavo Il cimitero di Praga, romanzo che ho particolarmente amato di Umberto Eco; accanto al titolo ho trovato una mia annotazione: London, Sidcup, 2010.
Quel libro me lo sono portato a Londra la prima volta che l’ho visitata. Era dicembre, avevo iniziato a leggere tutto compresso su un asfissiante sedile Ryanair. Ci ospitava un’amica in una banale casa britannica da studenti. Leggevo rannicchiato sul divano, di notte, se non riuscivo a dormire, accanto a un caminetto spento.
Sembrerà incredibile, ma ho amato quella casa, un po’ la amo ancora.

Annotate, qualche volta, le situazioni in cui state leggendo.

 

 

 

 

8 e 1/2, Fellini e me.

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Federico Fellini ha fatto un film.
Il film si chiama 8 e 1/2, ottoemmezzo;
già di per sé il titolo non si sa bene come scriverlo.

(Sapete che fino agli anni ’20-’30 in Italia la parola “film” era femminile? Probabilmente perché “film” era avvertito come traduzione di “pellicola”. L’ho scoperto ascoltando un wikimusic di Radio 3 su Pietro Mascagni, compositore pioniere delle musiche del(la) film “Rapsodia satanica”: nelle sue lettere Mascagni scrive più volte opinioni su “la film” a cui sta lavorando duramente, con il cronometro alla mano, con i bpm che devono coprire esattamente il minutaggio, in un’epoca in cui mettere insieme un lungometraggio era un’impresa di alta sartoria)
-e io mi innamoro di questo mondo senza digitale, mi innamoro di questa archeologia della lingua italiana che non sa se la nuova invenzione sia maschile o femminile, mi innamoro del ritardo ancillare dell’italiano sulle cose nuove-

8 e 1/2 l’ho visto molti anni fa per la prima volta, ed esclusivamente perché un amico mi disse che era il suo film preferito. Io provo un subitaneo interesse per qualunque cosa che è la preferita di qualcuno. Se hai messo al primo posto un film o un libro, un motivo ci sarà.

Il film inizia in stile III movimento della Prima sinfonia di Mahler, con un incedere di timpani che accompagnano una sorta di attacco di panico onirico: il protagonista è rinchiuso in un’auto in mezzo ad un ingorgo stradale. Cerca disperatamente di scappare; le persone attorno a lui lo guardano immobili; batte i pugni sui finestrini, lo stridore che fanno i suoi polpastrelli contro i vetri è straziante.

E così si scopre che il Nostro, tal Guido Anselmi, interpretato meravigliosamente da Marcello Mastroianni non è altro che un regista che non riesce più a trovare qualcosa da dire. Si trova in una specie di casa di cura, circondato da gente strana. Sembra una versione più pittoresca de La Montagna Incantata in certi momenti. C’è un’orchestra di schizofrenici che saltano da Wagner a Rossini senza soluzione di continuità. Come non bastasse, il regista confuso è assillato da tutti. Mi ha colpito particolarmente il consulente alla sceneggiatura che gli rimprovera la mancanza di un approccio “problematico” nel soggetto. In Francia all’università tutti non facevano altro che parlare di problématique de recherche, il faut problématiser
io non ho mai capito cosa fosse questa benedetta problématique e credo che nemmeno i francesi sappiano davvero cosa sia.

Mentre pensavo intensamente ad 8 e 1/2, stamattina ho avuto un colloquio super executive business rivolto alla high performace in output in un ufficio super smart in centro. Ho parlato con una tizia che diceva una parola inglese ogni quattro in italiano, per descrivere cose comprensibilissime. Per un momento mi sono sentito confuso e stanco quanto Guido Anselmi. Ho percepito il principio inverso rispetto a quello di cui sopra: questa volta sono le cose che sono rimaste immobili e il nostro modo di parlare ha accelerato in maniera sconclusionata e vacua, nel tentativo di darsi un tono.

8 e 1/2 per me è un numero decisamente importante. 8 e 1/2 come film mi rincuora, perché anche la paura di non avere più niente da dire può generare meraviglie.
Eppure, dopo 8 film e mezzo, arrivare al nono è risultato impossibile addirittura a Fellini.
Come se Beethoven avesse scritto metà Nona Sinfonia e non l’avesse finita. Ma tutti sanno che la Nona, senza il recitativo dei contrabbassi, perde tutta la sua forza.

 

Fango.

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Ho le mani fredde;
ho addosso un vecchio pile pescato in un cesto da supermercato, ho addosso ore di sonno sfuocate.

Hemingway aveva gioco facile a scrivere le “cose vere”. Se si annoiava poteva pur sempre andare a combattere nella guerra civile spagnola. Se vai a far saltare ponti per sconfiggere i franchisti, credo che la tua storia sia effettivamente degna di essere raccontata.
Io non ho nemici così enormi da combattere.
Di conseguenza, non ho nemmeno storie così importanti da raccontare.
Eppure, quando ho voglia di ricordarmi cosa significhi essere uomini, leggo sempre lo zio Ernest.

Ho un taglio profondo sullo zigomo, sabato ho avuto un incidente in bicicletta. La spalla mi fa male, ci metto dieci minuti ad infilarmi la camicia. Ogni commento è superfluo.

Ho parlato di Leone Ginzburg ai miei alunni. Siamo ancora alla Prima Guerra Mondiale, ma ci tenevo sapessero già che ci furono persone che a 24 anni insegnavano letteratura russa all’università e che non firmarono il giuramento di fedeltà al Fascismo.

Ho mostrato una foto di ragazze bellissime, con i addosso i loro vestiti migliori, che salutavano i fidanzati alla stazione di Vienna nel 1914, e gli uomini avevano occhi del tutto inconsapevoli che l’umanità stava terminando esattamente in quell’istante.

(Avete mai scattato una foto in cui c’è anche un orologio? Avete mai ingrandito la suddetta, zoom sulle lancette, per vedere esattamente che ore erano?)

Ho spiegato Flaubert, e ho detto loro che quando leggi Madame Bovary, il fango umido che resta attaccato alle ruote dei carri è descritto talmente bene che ne senti l’odore.

Buonanotte, les amis.