8 e 1/2, Fellini e me.

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Federico Fellini ha fatto un film.
Il film si chiama 8 e 1/2, ottoemmezzo;
già di per sé il titolo non si sa bene come scriverlo.

(Sapete che fino agli anni ’20-’30 in Italia la parola “film” era femminile? Probabilmente perché “film” era avvertito come traduzione di “pellicola”. L’ho scoperto ascoltando un wikimusic di Radio 3 su Pietro Mascagni, compositore pioniere delle musiche del(la) film “Rapsodia satanica”: nelle sue lettere Mascagni scrive più volte opinioni su “la film” a cui sta lavorando duramente, con il cronometro alla mano, con i bpm che devono coprire esattamente il minutaggio, in un’epoca in cui mettere insieme un lungometraggio era un’impresa di alta sartoria)
-e io mi innamoro di questo mondo senza digitale, mi innamoro di questa archeologia della lingua italiana che non sa se la nuova invenzione sia maschile o femminile, mi innamoro del ritardo ancillare dell’italiano sulle cose nuove-

8 e 1/2 l’ho visto molti anni fa per la prima volta, ed esclusivamente perché un amico mi disse che era il suo film preferito. Io provo un subitaneo interesse per qualunque cosa che è la preferita di qualcuno. Se hai messo al primo posto un film o un libro, un motivo ci sarà.

Il film inizia in stile III movimento della Prima sinfonia di Mahler, con un incedere di timpani che accompagnano una sorta di attacco di panico onirico: il protagonista è rinchiuso in un’auto in mezzo ad un ingorgo stradale. Cerca disperatamente di scappare; le persone attorno a lui lo guardano immobili; batte i pugni sui finestrini, lo stridore che fanno i suoi polpastrelli contro i vetri è straziante.

E così si scopre che il Nostro, tal Guido Anselmi, interpretato meravigliosamente da Marcello Mastroianni non è altro che un regista che non riesce più a trovare qualcosa da dire. Si trova in una specie di casa di cura, circondato da gente strana. Sembra una versione più pittoresca de La Montagna Incantata in certi momenti. C’è un’orchestra di schizofrenici che saltano da Wagner a Rossini senza soluzione di continuità. Come non bastasse, il regista confuso è assillato da tutti. Mi ha colpito particolarmente il consulente alla sceneggiatura che gli rimprovera la mancanza di un approccio “problematico” nel soggetto. In Francia all’università tutti non facevano altro che parlare di problématique de recherche, il faut problématiser
io non ho mai capito cosa fosse questa benedetta problématique e credo che nemmeno i francesi sappiano davvero cosa sia.

Mentre pensavo intensamente ad 8 e 1/2, stamattina ho avuto un colloquio super executive business rivolto alla high performace in output in un ufficio super smart in centro. Ho parlato con una tizia che diceva una parola inglese ogni quattro in italiano, per descrivere cose comprensibilissime. Per un momento mi sono sentito confuso e stanco quanto Guido Anselmi. Ho percepito il principio inverso rispetto a quello di cui sopra: questa volta sono le cose che sono rimaste immobili e il nostro modo di parlare ha accelerato in maniera sconclusionata e vacua, nel tentativo di darsi un tono.

8 e 1/2 per me è un numero decisamente importante. 8 e 1/2 come film mi rincuora, perché anche la paura di non avere più niente da dire può generare meraviglie.
Eppure, dopo 8 film e mezzo, arrivare al nono è risultato impossibile addirittura a Fellini.
Come se Beethoven avesse scritto metà Nona Sinfonia e non l’avesse finita. Ma tutti sanno che la Nona, senza il recitativo dei contrabbassi, perde tutta la sua forza.

 

Un pensiero su “8 e 1/2, Fellini e me.

  1. Il sesso degli anglicismi è cosa complicata, cambiamenti di sesso si registrano anche per quelli incipienti, che nemmeno i dizionari sanno bene come classificare (e-mail o emoticon sono casi recenti più eclatanti). Sugli archivi storici de La Stampa è divertente leggere gli articoli dell’epoca, per es. “Domatore ferito da una tigre durante una ‘film’ cinematografica” (1911) o “‘Maciste
    all’inferno’ è una bella film d’arte.” (1926). Sul Devoto Oli rimane una traccia di questo uso antico, la parola filmina, variante di filmino odierno.
    (PS il motto di Alberto Manzi è un mito, il mio tappetino del mouse riproduce il timbro con il suo giudizio che stampava per tutti uguale, e che gli costò caro nella scuola). Un saluto

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