Mese: novembre 2017

Vado a Parigi con la quinta B, leggo Baudelaire alla quinta B.

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Sì, ok il programma di quinta prevede che si continui con Verga, il ciclo dei Vinti, Rosso Malpelo et cetera.

Ma io questi figli la settimana prossima li porto a Parigi.

“Ragazzi andate avanti di un centinaio di pagine”
E così oggi ho fatto la mia prima lezione su Charles Baudelaire. Abbiamo letto, ovviamente, Spleen, e forse ci siamo sentiti i ragni orrendi zampettarci nelle cervella.

Baudelaire lo lessi per la prima volta in seconda superiore, quando credevo che la letteratura non avrebbe occupato alcun posto di rilievo nella mia vita.
Me ne procurai un’edizione vetusta e ingiallita dalla biblioteca dell’Istituto magistrale, che non aveva nemmeno il testo originale francese; dimenticai di restituirla e la resi alcuni anni dopo con sincero imbarazzo.

Spiegare Baudelaire è difficilissimo, come è difficilissimo spiegare qualsiasi autore per cui si prova un autentico trasporto.
La stessa ansia da prestazione mi ha invaso confrontandomi per la prima volta con l’Infinito, per la serie: “Ok, devo soltanto essere all’altezza della poesia zenit della lirica italiana”

Spiegare la poesia è pericoloso, perché spiegarla è pressappoco il contrario di viverla. D’altronde ricordiamoci sempre che, come recita un detto mordace e veritiero, chi non sa fare, insegna.
Il fatto è che le parole non sono importanti, per parafrasare Nanni Moretti, le definirei piuttosto ingombranti. Ho sempre paura di rovinare tutto, di suonare irrimediabilmente scolastico, di derubricare la grandezza di alcuni scrittori con l’aridità dei miei sproloqui. Ricordo con orrore un professore al primo anno di lettere che ci spiegava Ossi di Seppia, e quando ci leggeva Montale con quella sua vociaccia aspra e senza intonazione era una tragedia. Inoltre, cercare di penetrare in ogni anfratto delle opere d’arte dà un senso di nausea: se volete odiare una canzone che vi piace, suonatela con la vostra band.

Non saprei dire come sia andata la lezione su Baudelaire. So che abbiamo dovuto leggerla in traduzione, anche se non ho resistito dal leggerla in francese alla fine dell’ora.

Mi torna alla mente un aforisma di Robert Frost, che trovo sia la necessaria conclusione a questi pensieri sparsi che ho appena scritto:
I could define poetry this way: it is that which is lost out of both prose and verse in translation.

PS: il 23 novembre compio ventotto anni e sarò nella ville lumière con la mia classe. Dati i recenti accadimenti, credo sia giusto così.

 

 

 

Milton è un dio in inglese

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L’altra sera sono stato al cinema, a vedere “Una questione privata”, film tratto dal romanzo di Fenoglio. Con Beppe ho un rapporto strano, “Il partigiano Johnny” credo di averlo iniziato e abbandonato almeno 5 volte. Sono libri, i suoi, viscerali, screziati continuamente d’inglese, e l’eroismo che spesso cerco nei romanzi non è esattamente sotto gli occhi del lettore.

Il Partigiano Johnny, inoltre, mi fa sentire indiscreto e mentre lo leggo provo un senso di intimità violata: Fenoglio non l’ha mai portato a termine. Il titolo non l’ha scelto lui, bensì i suoi editori. Insomma, il libro che leggiamo in realtà non è che una crisalide del testo che lui progettava;
-nel mio piccolo, l’idea che gli abbozzi di quello che scrivo vadano pubblicati senza il mio controllo mi riempie di imbarazzo e di smarrimento; non riesco nemmeno ad immaginare come potrebbe vivere un sopruso del genere uno scrittore di professione. Ho dato un nome a questo disagio, lo chiamo il pudore della brutta copia-

Per Una questione Privata sono andato alla proiezione delle 22:00; è stato difficile non addormentarmi. Ho tanto di quel sonno arretrato che ogni tanto mi sembra di impazzire.
I prodotti culturali sulla Resistenza mi fanno sempre sentire un inetto. Tornando a casa in bici col freddo che mi spaccava le labbra pensavo che l’intensità della propria vita è direttamente proporzionale alla possibilità di perderla da un momento all’altro. E allora ho riletto il libro e mi sono sentito rassicurato e meno solo sapendo che qualcuno prima di me ha già descritto alla perfezione questi miei pensieri sparsi:

Arrivò sotto il portichetto.
«Fulvia, Fulvia, amore mio».
Davanti alla porta di lei gli sembrava di non dirlo al vento, per la prima volta in tanti mesi.
«Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi sono visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso»¹.

Di conseguenza, rivedo i miei giorni e a volte li ritrovo allungati come un cattivo caffè. Ho trovato la pellicola talmente nebbiosa ed esistenziale che mi è rimasto addosso quel senso di ispirazione inquieta che solo i buoni film regalano.

La protagonista femminile, Fulvia, è stupenda, il tipo di ragazza per cui sarebbe valsa la pena tornare vivi dalla guerra contro gli scarafaggi neri:

Milton si premette le mani sul viso e in quel buio cercò di rivedere gli occhi di Fulvia. Alla fine abbassò le mani e sospirò, esausto dallo sforzo e dalla paura di non ricordarli. Erano di un caldo nocciola, pagliettati d’oro¹.

Io a questo punto non riesco a non pensare ad un’altra frase femminile, meravigliosa e affusolata al limite del sopportabile, una dichiarazione di poetica che pronuncia una ragazza nel Partigiano Johnny:

Se non fossi una donna, vorrei essere una donna. E ancora una donna. E poi ancora una donna. Ma se non potessi vorrei essere un airone².

Il protagonista maschile è frusto e carsico, ma non così brutto come viene descritto nel libro. In effetti Fulvia gli dice:

«Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così». Poi guardando il sole disse «Sei brutto». Milton assentì con gli occhi e lei riprese «Hai gli occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto». Girò impercettibilmente la testa verso di lui e disse: «Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto? Lo dicono senza… senza riflettere»³

Credo che per oggi non scriverò altro. Non commenterò ulteriormente le parole degli altri, che comunque sono più che sufficienti. Andare oltre la sufficienza con le parole, d’altronde, è il mestiere degli scrittori.

Io comunque amo le donne, e ancora di più l’airone che è in loro.

 

 

1- B. Fenoglio, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, Torino Einaudi 1990, p. 6.
2- B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Torino Einaudi 1978, 1994 e 2005, p. 16.
3- B. Fenoglio, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, Torino Einaudi 1990, p. 3.