Vado a Parigi con la quinta B, leggo Baudelaire alla quinta B.

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Sì, ok il programma di quinta prevede che si continui con Verga, il ciclo dei Vinti, Rosso Malpelo et cetera.

Ma io questi figli la settimana prossima li porto a Parigi.

“Ragazzi andate avanti di un centinaio di pagine”
E così oggi ho fatto la mia prima lezione su Charles Baudelaire. Abbiamo letto, ovviamente, Spleen, e forse ci siamo sentiti i ragni orrendi zampettarci nelle cervella.

Baudelaire lo lessi per la prima volta in seconda superiore, quando credevo che la letteratura non avrebbe occupato alcun posto di rilievo nella mia vita.
Me ne procurai un’edizione vetusta e ingiallita dalla biblioteca dell’Istituto magistrale, che non aveva nemmeno il testo originale francese; dimenticai di restituirla e la resi alcuni anni dopo con sincero imbarazzo.

Spiegare Baudelaire è difficilissimo, come è difficilissimo spiegare qualsiasi autore per cui si prova un autentico trasporto.
La stessa ansia da prestazione mi ha invaso confrontandomi per la prima volta con l’Infinito, per la serie: “Ok, devo soltanto essere all’altezza della poesia zenit della lirica italiana”

Spiegare la poesia è pericoloso, perché spiegarla è pressappoco il contrario di viverla. D’altronde ricordiamoci sempre che, come recita un detto mordace e veritiero, chi non sa fare, insegna.
Il fatto è che le parole non sono importanti, per parafrasare Nanni Moretti, le definirei piuttosto ingombranti. Ho sempre paura di rovinare tutto, di suonare irrimediabilmente scolastico, di derubricare la grandezza di alcuni scrittori con l’aridità dei miei sproloqui. Ricordo con orrore un professore al primo anno di lettere che ci spiegava Ossi di Seppia, e quando ci leggeva Montale con quella sua vociaccia aspra e senza intonazione era una tragedia. Inoltre, cercare di penetrare in ogni anfratto delle opere d’arte dà un senso di nausea: se volete odiare una canzone che vi piace, suonatela con la vostra band.

Non saprei dire come sia andata la lezione su Baudelaire. So che abbiamo dovuto leggerla in traduzione, anche se non ho resistito dal leggerla in francese alla fine dell’ora.

Mi torna alla mente un aforisma di Robert Frost, che trovo sia la necessaria conclusione a questi pensieri sparsi che ho appena scritto:
I could define poetry this way: it is that which is lost out of both prose and verse in translation.

PS: il 23 novembre compio ventotto anni e sarò nella ville lumière con la mia classe. Dati i recenti accadimenti, credo sia giusto così.

 

 

 

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