Mese: dicembre 2017

Merry Christmas Mr. Hemingway.

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C’è un libro che mi piace particolarmente, Canone Inverso di Paolo Maurensig, che inizia con la descrizione di una memorabile esecuzione della Chaconne di J. S. Bach: il violinista entra in una rumorosa stamberga di Vienna, ha l’aria trasandata dell’artista di strada, e soprattutto imbraccia lo strumento per rispondere ad una sfida. L’uditorio rimane senza parole, la musica esce dalle sue mani cristallina e appassionata.

Spesso mi sono chiesto quanto impieghi l’ultima nota di un brano musicale a spegnersi del tutto. Non solo fisicamente, ma come vibrazione emotiva. Chi può dirlo?
Mi sembrò che nessuno osasse applaudire, che quella musica ci avesse tolto ogni volontà. Era stato un momento in cui il mondo s’era arrestato sul suo asse, e non c’era da stupirsi se ora stentava a rimettersi in moto. Certo è che l’intervallo di tempo che intercorse tra l’ultima nota della sua impeccabile esecuzione e il primo battito di mani (il mio), che si moltiplicò subito in un applauso appassionato, mi sembrò senza fine.
                                                                                                   P. Maurensig, Canone inverso, p. 23.

Ieri era la Vigilia di Natale, io mi sentivo esuberante, le gambe mi frullavano bene sulla bicicletta. Dovevo raggiungere amici vari per aperitivi, familiari vari per cene, altri amici per feste. E così mi sono ritrovato in Lungadige San Giorgio, che è un luogo davvero suggestivo, non fosse per un nefando albero di Natale rotante super kitsch. Fortunatamente era quasi sera e buona parte della gente stava tornando a casa. Nella tasca interna della giacca avevo Fiesta (The Sun Also Rises) del buon vecchio Ernest, autore che ultimamente sto leggendo con particolare voluttà.

Mi piace avere sempre qualcosa da leggere a portata, perché se c’è una cosa che ho imparato da Hemingway è che non bisogna mai farsi cogliere impreparati. Questo non significa affatto perdere il gusto dell’improvvisazione: I can’t stand it to think my life is going so fast and I’m not really living it (E. Hemingway, Fiesta, p. 12).

E così ho cercato di guardarmi attorno, di cogliere quanto si poteva cogliere, col fiume senza forza che mi scorreva sotto i piedi. Ma quando sono tornato alla bicicletta ho sentito che la musica non era ancora finita, che non era ancora il momento di armeggiare goffamente con la catena, salire in sella e andare. Mi sono ritrovato in quel lasso che separa l’ultima nota della Chaconne dall’applauso. Così mi sono appoggiato alla balaustra e ho letto sotto la luce del lampione, ho letto finché il calore residuo dalla pedalata non se n’è andato del tutto dal mio corpo, finché le mani non riuscivano più a voltare le pagine.

Per non saper né leggere né scrivere, poi, ho dato una sbirciata ad un articolo del Nostro, scritto quando faceva il corrispondente per il Toronto Star, Christmas on the roof of the world. Ho provato invidia per quest’uomo, trovatosi affamato a dover fare da spola fra il Nuovo Mondo da cui proveniva ed il Vecchio di cui si è innamorato alla follia. Parte di questo articolo si intitola Christmas in Paris, e scusate la monotonia ma inizia così:

Paris with the snow falling. Paris with the big charcoal braziers outside the cafes, glowing red. At the cafe tables, men huddled, their coat collars turned up, while they finger glasses of grog Americain and the newsboys shout the evening papers.

Come diavolo si fa a scrivere così? Con i primi due verbi al participio che non sono azioni, sono caleidoscopi di immagini.
Ora la vedo la città, chiara nei suoi profili, sento il calore dei bracieri.

È il momento di slegare la bici, che devo andare. E quando si pedala, non resta mai tempo per farsi delle domande.

PS
Buon Natale.
Ciò che si vede nella foto è ciò che si vede dalla finestra della mia camera da letto.