Mese: maggio 2018

Di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. E di colline.

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La casa in collina assomma in sé diversi vantaggi; innanzitutto, vivendoci puoi sentirti un po’ Cesare Pavese, anche se a pensarci bene non è una gran cosa: Pavese è bravo a scrivere, a rielaborare il disagio esistenziale, a tradurre Moby Dick, a farsi rifiutare proposte di matrimonio, ma non è certo una cima nella gestione della propria umanità.

Uno dei vantaggi veri invece è che internet, se prende, ha un segnale flebilissimo che impedisce di guardare cose non puramente testuali, tipo cose in streaming. Per questo, il fatto che stamattina alcuni operai abbiano messo qualcosa sottoterra (verosimilmente questa fantomatica “fibra”) coprendola con un impasto di cemento rosato, mi disturba alquanto; sorvoliamo sul fatto queste strisce rosa al lato dell’asfalto prima o poi ammazzeranno qualche ciclista, tipo me.

Uno degli altri vantaggi è che le stradine a volte sono talmente strette che le auto non riescono a superarti e la gerarchia dei rapporti di forza si ribalta. Non esiste che io mi fermi mentre spasimo in salita per farti passare. Puntami pure i fari sul culo, qui quello sbagliato sei tu.

Stare in un po’ più in alto rispetto ai boulevards veronesi inoltre mette di buon umore, perché è noto che fuori città la primavera arrivi in anticipo, ad uso esclusivo dei vecchi che mettono i gilet color crema multi-tasca da pescatori del Mississipi. Anche la pioggia cade prima, ed è dunque più fresca e sa ancora un po’ di grigio. I piovaschi lavano le vene della collina e poi intasano i tombini esausti di via Mameli.

Per salire a Quinzano in piazza Righetti, ci sono poi due strade che corrispondono ad altrettanti modi di affrontare la vita. Da entrambe si vede bene il campanile illuminato di San Rocchetto. La prima via è più lunga ma meno ripida, si può quasi arrivare su senza accaldarsi; solo, non finisce più. L’altra è più breve, ha degli strappi che se imbocchi senza l’impeto giusto ti obbligano a scendere e spingere la bici a piedi -disonore supremo-. È decisamente meno illuminata. La sera si vede qualche bagliore di stella in più e le foglie sono più verdi. Inoltre è circondata in parte da muri che hanno in cima cocci aguzzi di bottiglia. Io preferisco sempre quest’ultima strada. Faccio fatica ma dura poco: non sono organizzato e paziente, mi piace il rush finale.

L’altra cosa interessante della vita collinare è che se la scrittura viene a cercarti, di solito ti trova pronto.

Ieri ho scagliato per terra una penna in classe perché spiegare con qualcuno che parla in sottofondo è come contare con qualcuno che ti dice nell’orecchio numeri a caso. Cose che i nervi ti franano, e a me non succede mai. La bic nera è esplosa. La collina ti abbraccia e rilassa, anche perché se lanci una penna nell’erba di maggio, difficilmente la distruggi.

Me ne vado a morire, dormire, forse sognare, ma non prima di avervi ricordato che come Dante nell’ultimo canto del Paradiso, tentando di contemplare nel volto di Dio il mistero dell’universo, non vede altro che l’immagine dell’uomo, anche l’enciclopedista di Borges, tentando di disegnare il mondo, in punto di morte di accorge di aver disegnato minuziosamente il suo stesso volto.