Mese: luglio 2018

Da solo, al cinema.

"My opinion is I hate it"
“My opinion is I hate it”

Le persone che fanno le cose in solitudine ingenerano sempre un po’ di diffidenza negli altri. Non so se ciò sia dovuto a qualche paradigma sociale: l’immagine del successo spesso significa avere un numero esorbitante di contatti. Insomma, avete presente quelli super-fichi che conoscono il mondo?
Una sera mi sono ritrovato a mangiare una pizza da solo in centro, perché avevo un impegno più tardi e non avevo tempo di tornare a casa. Vi dirò, mi sono sentito un po’ osservato.
-o forse sono paranoico, non lo escludo-

Anyway, a proposito del sentirsi osservati, ieri è accaduto ciò che temevo da tempo e che sapevo essere inevitabile. Per il compleanno di un amico si sale all’Hype* e in mezzo alle luci stroboscopiche e al reggaeton più becero sento un “ODDIO SALVE PROF”.

*evento mondano collinare caratterizzato da musica da discoteca, alcolici e licenziosità.

Tornando alle cose fatte in solitudine, solo due volte sono andato al cinema con me e me medesimo: una volta a Grenoble perché proprio non trovavo nessuno di abbastanza radical chic da venire a vedere Conversation animée avec Noam Chomsky

…e questo giovedì sera perché a Operaforte, al cinema all’aperto davano Midnight in Paris. Quest’estate sublime e piovosa ha scoraggiato buona parte del pubblico, me compreso. Eppure, anche se c’era ancora qualche goccia nell’aria, mi sono concesso una deviazione per vedere se il film lo proiettavano comunque. Con mia somma gioia mi sono avvicinato e ho visto da distante il profilo di Parigi che domina le scene d’apertura. Ah giusto, perché per inciso Midnight in Paris lo conosco più o meno a memoria.

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-Non aprirò un capitolo sulla qualità della pellicola, sulla sua banalità, sul fatto che sia terribilmente commerciale e sdolcinato, sul fatto che sia un’ininterrotta pubblicità della Ville Lumière per turisti asiatici, sul fatto che non abbia alcuna rilevanza sociale, che non abbia questo grande spessore filosofico, che mostri una città che in sostanza non esiste, sul fatto che i film d’amore hanno rotto il cazzo, sul fatto che Woody Allen ormai è finito e altre cose da vero intellettuale cinefilo. Dirò solo che in alcuni momenti apprezzo decisamente Marcel Proust e Umberto Eco, in altri adoro i thriller-gialli dozzinali da edicola dell’aeroporto-

La pioggia era caduta copiosa sulle seggiole davanti allo schermo. Ho pagato il biglietto e in due due quattro avevo i jeans fradici. Ogni volte che partiva Bistro Fada e ogni volta che Marion Cotillard sorrideva, io sorridevo altrettanto e fortunatamente nel buio non mi vedeva nessuno. Gli sproloqui alquanto verosimili del personaggio Hemingway non mi lasciano mai indifferente, il personaggio caricaturale di Dalì mi ha fatto ridere, come di consueto. Saremo stati una ventina al massimo, spettatori fedelissimi.

Per ciò che Parigi rappresenta per me, per i ricordi a cui è legata quella città, devo ammettere che Midnight in Paris mi regala sempre qualche momento mistico. Chiudo citando Andrea Inglese, che nel suo Parigi è un desiderio scrive:

Parigi è questo sogno che mi sono fatto prima ancora di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni.

 

 

Il mistero della foto in biblioteca (Diario veronese estivo)

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Considerazioni casuali, estemporanee e sconnesse sugli ultimi giorni, ovvero cose che faccio vedendo gente:

1- In biblioteca civica c’è un energumeno della “sicurezza” che gironzola con fare guardingo fra i volumi. Il passo è pesante e il pavimento ligneo del terzo piano scricchiola; ha una pistola nel fodero la cui canna beccheggia secondo i movimenti delle sue anche. Mi guarda mentre studio e mi inquieta.
Se davvero abbiamo bisogno di un tizio armato in questo luogo, il disagio della civiltà è allo zenit.

2- Mi basta poco per essere felice, ad esempio ho escogitato un ingegnoso (secondo me) metodo per fondere tra di loro con l’acqua calda le saponette nuove con i frammenti di quelle vecchie ormai inutilizzabili. Non ne potevo più di tutti quegli ossi di seppia profumati in giro per il bagno. Non buttandoli via godo di un’armonia panica con la natura stile San Francesco d’Assisi che ammansisce i lupi. Sì, tendo a sopravvalutare la quotidianità.

3- L’altro ieri un tizio ha strombazzato furiosamente il clacson dietro di me perché mi è morta la macchina. Immagino credesse che la sua aggressività mi avrebbe fatto girare la chiave più rapidamente.
(La macchina è di mia sorella, la quale pretende addirittura che io getti i sacchetti vuoti di mandorle che consumo a bordo. Anche le mandorle sono sue)

4- Qualche sera fa ho visto un ragazzo che in maniera estremamente gentile chiedeva a delle ragazze se poteva offrir loro qualcosa da bere, secondo il più classico degli approcci. Le suddette l’hanno squadrato come fosse stato un alieno pericoloso per l’umanità intera. Mi è dispiaciuto, almeno due chiacchiere falle.
P.S. giuro che il ragazzo in questione non sono io, giuro. Io ero con Simone e parlavamo di motociclette, bici, contrabbassi e fori alle orecchie.

5- Continuo, quasi quotidianamente, a prendere pioggia. Arrivo a casa che so di cane selvatico delle praterie. Continuo, quasi quotidianamente, ad asciugare con mezzi di fortuna la pioggia sul pavimento del bagno, visto che dimentico sempre l’abbaino aperto.

6- Ho acquistato degli occhiali da sole grazie ai quali mi sento estremamente cool
salvo poi non poterli indossare perché sono miope come una talpa.

7- Da un po’ di tempo sto leggendo Michele Mari, perché uno che scrive una raccolta di poesie dedicate all’amore mai davvero sbocciato per una compagna del liceo mi incuriosiva. In Tutto il ferro della Tour Eiffel, preso in biblioteca, ho trovato la foto di un tramonto. Qualcuno l’ha lasciata fra le pagine. Queste cose mi fanno impazzire, mi appaiono come risibili magie urbane.
Autore dello scatto, se mi stai leggendo, ti rendo la foto volentieri, altrimenti la lascio nel libro e altri come me godranno della sua appropriata presenza.

8- Sto ascoltando con estrema voluttà la seconda jazz suite di Dimitri Shostakovitch; adoro la sua capacità di parodiare il mondo dei valzer che nel 1938 si era già accartocciato su sé stesso come un gigante dai piedi d’argilla. Trovo ironico che la trasposizione nella contemporaneità di questa suite sia stata a cura di Stanley Kubrick in Eyes wide shut: quando inizia il secondo valzer mi vedo già Nicole Kidman nel bagno della sua meravigliosa casa di New York. La Vienna di Arthur Schnitzler, Sigmund Freud e Karl Kraus non è poi così diversa dalla New York degli anni ’90 fra crack e oppiacei.

9- Mi avviliscono e mi inquietano i segni neri come il carbone che restano sul marmo delle fontane su cui l’acqua non scorre, o sugli anfratti di pietra non lambiti dalle piogge.

10- Stamattina ho messo via il barattolo del caffè salvo poi riaprirlo perché non l’avevo sniffato a sufficienza.

Gite scolastiche

train on railways during nighttime
Photo by Achilles Kastanas on Pexels.com

Notte casuale di inizio estate, Verona, 2018.

Rientro a casa, nel sottotetto in collina dove vivo; la brezza del nord fa ondeggiare le tende della camera, che lambiscono le copertine dei libri che tengo sul comodino. Tengo sempre le finestre socchiuse, mi piace la luce e qui di macchine non ce ne sono. So già che non dormirò il numero di ore realmente necessario al mio sistema nervoso, quindi tanto vale. Cambio le lenzuola e ho la forza di fare una doccia, per poi abbandonarmi a quella sparuta estasi domestica che è il coricarsi freschi su un copriletto che sa ancora di ammorbidente.

Mi torna in mente qualche gita scolastica al liceo, quando si stava svegli tutta la notte perché c’era della magia nell’aria, e c’erano sigarette e alcolici di scarsa qualità, senso di liberazione dalle assurde pretese dei genitori, tipo essere ascoltati. Il ragionamento (invero inattaccabile) che si faceva tutti stipati in una sola camera era: “Tanto anche se ci addormentiamo adesso non è che domani siamo riposati; a questo punto non dormiamo proprio”. Ripenso a una mia compagna che in gita si era portata i libri per studiare, che quando torniamo siamo pieni di verifiche e interrogazioni.

Lo scorso novembre, ho portato la classe dove insegno lettere in viaggio a Parigi. Treno notturno, e i treni che viaggiano di notte, contrapposti al fragore rapido e incolore degli aerei, già di per sé meritano di stare nell’Olimpo della poesia contemporanea. Mi alzo dalla cuccetta in cui non riesco nemmeno a stendere le gambe, percorro il piccolo corridoio verso il vagone ristorante. Mi rassicura che anche a quell’ora qualcuno sveglio dietro un bancone possa farmi un caffé, seppure ad un prezzo spropositato. Arrivo alla carrozza-caffè, la luce mi brucia per un attimo gli occhi, mi obbliga a sbattere le palpebre e sento un vociare inconfondibile: la mia classe è lì, alcuni giocano a carte, altri ridono. Di dormire non se ne parla proprio e a me sembra impossibile essere passato dall’altra parte della barricata.

Spengo l’acqua della doccia, strofino i denti, entro in camera: silenzio, luce soffusa, camicia per il giorno seguente che non ho voglia di stirare, lo farò il mattino sacrificando la colazione; devo scegliere un libro di cui leggerò poche righe prima di addormentarmi. A togliere tempo alla lettura è il cellulare: prima di metterlo in modalità aereo una capatina sui social è d’obbligo, stupidamente, per leggere un’ultima notizia, o forse perché abbiamo tutti una malcelata dipendenza dai nostri dispositivi. Il mio guardare il telefono deriva dalla speranza, poche volte soddisfatta, di una svolta inattesa. Qualcuno che mi scriva chissà cosa da chissà dove. Il mio Godot, se giungerà, mi invierà un vocale su whatsapp. E poi, va puntata la sveglia, quelle 6:45 che fanno male. Una delle invenzioni più atroci degli ultimi decenni è quell’impietosa scritta sullo schermo “Sveglia impostata fra 4 ore e 17 minuti”.

-Ieri ho comprato una sveglietta quadrata della Casio in un negozietto di piccoli elettrodomestici-

In questo articoletto volevo scrivere tutt’altro, ma di fatto sono finito qui. La domenica fa schifo, sempre.