Gite scolastiche

train on railways during nighttime
Photo by Achilles Kastanas on Pexels.com

Notte casuale di inizio estate, Verona, 2018.

Rientro a casa, nel sottotetto in collina dove vivo; la brezza del nord fa ondeggiare le tende della camera, che lambiscono le copertine dei libri che tengo sul comodino. Tengo sempre le finestre socchiuse, mi piace la luce e qui di macchine non ce ne sono. So già che non dormirò il numero di ore realmente necessario al mio sistema nervoso, quindi tanto vale. Cambio le lenzuola e ho la forza di fare una doccia, per poi abbandonarmi a quella sparuta estasi domestica che è il coricarsi freschi su un copriletto che sa ancora di ammorbidente.

Mi torna in mente qualche gita scolastica al liceo, quando si stava svegli tutta la notte perché c’era della magia nell’aria, e c’erano sigarette e alcolici di scarsa qualità, senso di liberazione dalle assurde pretese dei genitori, tipo essere ascoltati. Il ragionamento (invero inattaccabile) che si faceva tutti stipati in una sola camera era: “Tanto anche se ci addormentiamo adesso non è che domani siamo riposati; a questo punto non dormiamo proprio”. Ripenso a una mia compagna che in gita si era portata i libri per studiare, che quando torniamo siamo pieni di verifiche e interrogazioni.

Lo scorso novembre, ho portato la classe dove insegno lettere in viaggio a Parigi. Treno notturno, e i treni che viaggiano di notte, contrapposti al fragore rapido e incolore degli aerei, già di per sé meritano di stare nell’Olimpo della poesia contemporanea. Mi alzo dalla cuccetta in cui non riesco nemmeno a stendere le gambe, percorro il piccolo corridoio verso il vagone ristorante. Mi rassicura che anche a quell’ora qualcuno sveglio dietro un bancone possa farmi un caffé, seppure ad un prezzo spropositato. Arrivo alla carrozza-caffè, la luce mi brucia per un attimo gli occhi, mi obbliga a sbattere le palpebre e sento un vociare inconfondibile: la mia classe è lì, alcuni giocano a carte, altri ridono. Di dormire non se ne parla proprio e a me sembra impossibile essere passato dall’altra parte della barricata.

Spengo l’acqua della doccia, strofino i denti, entro in camera: silenzio, luce soffusa, camicia per il giorno seguente che non ho voglia di stirare, lo farò il mattino sacrificando la colazione; devo scegliere un libro di cui leggerò poche righe prima di addormentarmi. A togliere tempo alla lettura è il cellulare: prima di metterlo in modalità aereo una capatina sui social è d’obbligo, stupidamente, per leggere un’ultima notizia, o forse perché abbiamo tutti una malcelata dipendenza dai nostri dispositivi. Il mio guardare il telefono deriva dalla speranza, poche volte soddisfatta, di una svolta inattesa. Qualcuno che mi scriva chissà cosa da chissà dove. Il mio Godot, se giungerà, mi invierà un vocale su whatsapp. E poi, va puntata la sveglia, quelle 6:45 che fanno male. Una delle invenzioni più atroci degli ultimi decenni è quell’impietosa scritta sullo schermo “Sveglia impostata fra 4 ore e 17 minuti”.

-Ieri ho comprato una sveglietta quadrata della Casio in un negozietto di piccoli elettrodomestici-

In questo articoletto volevo scrivere tutt’altro, ma di fatto sono finito qui. La domenica fa schifo, sempre.

 

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