Mese: giugno 2019

Sera, tecnologia e Mediterraneo.

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Sera, quasi mezzanotte. Il computer è silenzioso, aperto sulla scrivania, circondato da libri che potrebbero offrire una qualche soluzione. A cosa, poi? Difficile a dirsi, ma di fatto mi piace pensare che ogni autore della storia  della letteratura abbia scritto per rispondere a qualche mancanza. Accanto al computer c’è una tazza di caffè appena fatto. Il vapore che esala è ipnotico, crea figure evanescenti e scompare. Mi siedo, accendo la lampada da tavolo, il silenzio è appena disturbato dai suoni della collina: volatili notturni, stormire di foglie alla minima bava di vento, un neonato che vagisce, in lontananza; 

è difficile non farsi disturbare dal telefono, così decido risolutamente di metterlo in modalità aereo. Mi sento ridicolo a dovermi imporre di rinunciare a una delle grandi comodità dell’Occidente industrializzato, -senza navigatore satellitare, d’altronde, chi mi avrebbe portato sulle Dolomiti a camminare questa mattina?- quantomeno per qualche mezz’ora. La smania di guardare lo schermo, croce e delizia del nostro esibizionismo, è il riflesso di un’attesa. La necessità di controllare il cellulare appartiene agli ottimisti. Ho fiducia che sui social network troverò qualcosa di interessante. Ho fiducia che avrò conversazioni coinvolgenti, che mi arriverà l’e-mail che stavo aspettando. La fiducia nei nostri dispositivi tecnologici è diventata fede. Un avvenire luminoso è il paradiso laico di questi anni sovraccarichi, e verosimilmente si annuncerà con un’e-mail. 

Giunge notizia di una ragazza tedesca, mia coetanea, che ha sfidato un’Italia ostile, miope, succube sempre più dei sordidi meccanismi della propaganda. Mancano strumenti culturali per difendersi dalle più becere semplificazioni, dall’elementare e ferina equazione Noi = Bene, Loro = Male. Coloro che governano, legittimamente eletti, soffiano sul fuoco della frustrazione nazionale, offrono facili capri espiatori. La politica, la più bella delle arti, che è gestione oculata del Bene Comune, è sostituita dall’aggressività, ha perso l’eleganza che dovrebbe contraddistinguerla. Nel frattempo il nostro debito pubblico schizza alle stelle, e non è affatto chiaro chi lo pagherà. I disoccupati forse credono davvero che la colpa delle loro sventure sia di quei 40 disperati che preferiscono il rischio della morte alla certezza della sofferenza nei loro paesi d’origine. 

La mia cultura di riferimento, quella europea, ha dimenticato, o finge di dimenticare che ha spadroneggiato nel mondo intero per secoli, perpetrando ogni sorta di abuso nei confronti delle altre popolazioni. Tutt’ora il low-cost di cui beneficiamo in qualsiasi comparto produttivo esiste perché qualcuno, altrove, paga per noi rinunciando all’istruzione, alla salute, a diritti che per noi stessi consideriamo inalienabili. La febbre coloniale che ha inaugurato l’età moderna ci ha concesso il progresso, la stabilità, la ricchezza. E quei poveretti sulla Sea Watch 3 sono la Storia, che bussa alle nostre coscienze e viene a chiederci il conto per secoli di imperialismo.          

Porto la tazza alle labbra, bevo l’ultimo sorso del caffè che ormai si è freddato. Ripenso alle mie sciocchezze quotidiane, all’infantilismo di alcune mie pretese, al falso disagio psicologico che devo crearmi, perché a me non manca nulla. 

Io non sono Carola. Al massimo, dalla mia comodità, donerò qualcosa per sostenere le spese legali della sua Ong.

Eppure, il mio dovere minimo è riflettere su queste cose, provare a scriverne.     

 

Cene finali, mia madre e Albert Camus

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Photo by Engin Akyurt on Pexels.com

Sono sommerso di burocrazia,
giugno si sa, è così. Da una parte detesto le carte che devo produrre al lavoro, per la dichiarazione dei redditi e via dicendo; dall’altra la burocrazia è figlia dell’Illuminismo che scelse di abolire i privilegi nobiliari aprendo ad un rapporto più diretto fra il cittadino e lo Stato; quindi alla fine sopporto e grido Allons enfants de la Patrie!

In realtà la dichiarazione dei redditi è, tutto sommato, il prezzo dell’entrata nella vita adulta,
come l’ansia, le bollette, chiamare il medico senza farlo fare alla mamma.

Per quanto concerne il mio modesto lavoro di insegnante precario, questo è il momento del raccolto; non intendo culturalmente, ma intendo che questo è il periodo delle rutilanti cene di fine anno scolastico. A me piacciono moltissimo le cene, infatti ne faccio molte a casa mia, ma ancor più mi piace esservi invitato.

Una variante che amo delle cene di fine anno sono le cene colleghi. Le cene colleghi servono in ultima analisi per essere tutti un po’ avvinazzati e dire cose catartiche non dette durante l’anno. Tutte le categorie professionali credo facciano le cene colleghi al termine di un lavoro. Quello che mi chiedevo stamattina è se anche i cast dei film pornografici organizzassero questi banchetti:

*attore che si sta asciugando le pudenda*
-A regà, m’è venuta fame, se famo pizzetta stasera?
(L’attore abita sulla Tiburtina)
Verosimilmente, come alle cene docenti si ricordano episodi faceti, lo stesso dovrebbe avvenire anche alla cena finale di Rocco e le casalinghe annoiate:
Prof 1 a prof 2: “Ehi ti ricordi quando hai firmato il registro sbagliato, che mattacchione”
Ha ha ha
Attrice ad attore: “Ehi ti ricordi quando hai eiaculato nel posto sbagliato al momento sbagliato?”
Ha ha ha

Comunque, tornando alle cose serie, quest’anno sono stato molto attento a non ammorbarvi con le mie tirate sentimentali “Oh quanto bello è il mio lavoro” stile Attimo fuggente di serie B. L’ultima fase di questo decadimento nervoso credo sia pubblicare su facebook vignette tratte da pagine (di cui immagino il titolo) tipo Insegnare: la nostra missione o La dura vita del prof dove rivendichiamo che non è vero che facciamo tre mesi di ferie d’estate.

Eppure, è vero che nella scuola tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza e se quest’anno non ho scritto nulla di particolare è perché sono stato sostanzialmente felice, sereno e tutto è andato liscio. A conferma di ciò, ieri parlavo con mia madre: si è rotta una spalla e questo forzato distacco dalle occupazioni quotidiane l’ha ammantata di un’improvvisa saggezza; mi ha chiesto “Come va” rispetto a diversi aspetti della mia vita. Uno in particolare. Io ho risposto “Molto bene sai”. Mia mamma ha detto “Fermo. Stai zitto, non dire niente e goditi solo il momento”.

Sono rimasto un po’ colpito perché non ho ancora imparato a starmene zitto. D’altronde, se fai lettere è perché di base le parole ti piacciono. Tutto questo mi ha fatto pensare ad Albert Camus, al suo a dir poco esiziale Lo straniero: è un testo breve, lucidissimo, che non ha altro fine se non metterti angoscia per il non-senso della vita. Mi è parso un’estremizzazione di Madame Bovary, in cui la cosa più terribile non è ciò che è scritto, ma ciò che l’autore lascia alla nostra immaginazione non fornendo ulteriori dettagli.

Da Lo straniero:
Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio do una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

*in my head*
E ALLORA?! E DUNQUE?! SPIEGAMI PERCHÉ CAVOLO HA SPARATO, COSA GLI È PASSATO PER LA TESTA VIVADDIO

Tecnicamente questo procedimento si chiama reticenza (o aposiopesi se proprio vuoi fare l’erudito); sembra essere la negazione stessa della letteratura, perché in fondo io non sto scrivendo, sto solo creando un vuoto, un abisso gigantesco che può inghiottirci tutti con terrore di ubriachi. La vertigine del non detto, l’horror vacui che non riesco a scrollarmi di dosso.

Non per forza la reticenza deve avere una connotazione negativa, infatti Dante la usa per esprimere la meraviglia nel Paradiso. Il mio verso preferito in assoluto della Divina Commedia è A l’alta fantasia qui mancò possa: tradotto, più di così, o mio lettore, io non posso fare.

Concludo dicendo che cercherò di starmene un po’ più zitto:
*Spoiler alert*
Non ci riuscirò.

 

P.s. Se vi infastidiscono gli spazi vuoti, fate un giro al Vittoriale di Gabriele d’Annunzio.