Sera, tecnologia e Mediterraneo.

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Sera, quasi mezzanotte. Il computer è silenzioso, aperto sulla scrivania, circondato da libri che potrebbero offrire una qualche soluzione. A cosa, poi? Difficile a dirsi, ma di fatto mi piace pensare che ogni autore della storia  della letteratura abbia scritto per rispondere a qualche mancanza. Accanto al computer c’è una tazza di caffè appena fatto. Il vapore che esala è ipnotico, crea figure evanescenti e scompare. Mi siedo, accendo la lampada da tavolo, il silenzio è appena disturbato dai suoni della collina: volatili notturni, stormire di foglie alla minima bava di vento, un neonato che vagisce, in lontananza; 

è difficile non farsi disturbare dal telefono, così decido risolutamente di metterlo in modalità aereo. Mi sento ridicolo a dovermi imporre di rinunciare a una delle grandi comodità dell’Occidente industrializzato, -senza navigatore satellitare, d’altronde, chi mi avrebbe portato sulle Dolomiti a camminare questa mattina?- quantomeno per qualche mezz’ora. La smania di guardare lo schermo, croce e delizia del nostro esibizionismo, è il riflesso di un’attesa. La necessità di controllare il cellulare appartiene agli ottimisti. Ho fiducia che sui social network troverò qualcosa di interessante. Ho fiducia che avrò conversazioni coinvolgenti, che mi arriverà l’e-mail che stavo aspettando. La fiducia nei nostri dispositivi tecnologici è diventata fede. Un avvenire luminoso è il paradiso laico di questi anni sovraccarichi, e verosimilmente si annuncerà con un’e-mail. 

Giunge notizia di una ragazza tedesca, mia coetanea, che ha sfidato un’Italia ostile, miope, succube sempre più dei sordidi meccanismi della propaganda. Mancano strumenti culturali per difendersi dalle più becere semplificazioni, dall’elementare e ferina equazione Noi = Bene, Loro = Male. Coloro che governano, legittimamente eletti, soffiano sul fuoco della frustrazione nazionale, offrono facili capri espiatori. La politica, la più bella delle arti, che è gestione oculata del Bene Comune, è sostituita dall’aggressività, ha perso l’eleganza che dovrebbe contraddistinguerla. Nel frattempo il nostro debito pubblico schizza alle stelle, e non è affatto chiaro chi lo pagherà. I disoccupati forse credono davvero che la colpa delle loro sventure sia di quei 40 disperati che preferiscono il rischio della morte alla certezza della sofferenza nei loro paesi d’origine. 

La mia cultura di riferimento, quella europea, ha dimenticato, o finge di dimenticare che ha spadroneggiato nel mondo intero per secoli, perpetrando ogni sorta di abuso nei confronti delle altre popolazioni. Tutt’ora il low-cost di cui beneficiamo in qualsiasi comparto produttivo esiste perché qualcuno, altrove, paga per noi rinunciando all’istruzione, alla salute, a diritti che per noi stessi consideriamo inalienabili. La febbre coloniale che ha inaugurato l’età moderna ci ha concesso il progresso, la stabilità, la ricchezza. E quei poveretti sulla Sea Watch 3 sono la Storia, che bussa alle nostre coscienze e viene a chiederci il conto per secoli di imperialismo.          

Porto la tazza alle labbra, bevo l’ultimo sorso del caffè che ormai si è freddato. Ripenso alle mie sciocchezze quotidiane, all’infantilismo di alcune mie pretese, al falso disagio psicologico che devo crearmi, perché a me non manca nulla. 

Io non sono Carola. Al massimo, dalla mia comodità, donerò qualcosa per sostenere le spese legali della sua Ong.

Eppure, il mio dovere minimo è riflettere su queste cose, provare a scriverne.     

 

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