Mese: dicembre 2019

Tu vuo’ fa’ l’Americano (Campari, vermut e una spruzzata di soda).

Comunque, io le prendevo.
Se da piccolo facevo il cretino, le prendevo.
(intravedo già pedagoghi contemporanei che si stracciano le vesti per l’orrore)
Non so, magari sono stato l’ultimo bambino nell’Occidente industrializzato a prenderle.
(Te ne do tante che te le ricordi finché non vai militare era un simpatico refrain di mia madre, che evidentemente non sapeva che il servizio di leva obbligatorio è stato abolito per la classe 1989)

Il punto è che facevo (faccio) piuttosto spesso il cretino; credo di aver messo a dura prova la pazienza dei miei genitori. Ricordo anche un memorabile manrovescio di mio padre quando avevo 16 anni ed ero un vero rebel, ed ero supremo e patetico come scrivono gli Ouchi Toki, magistralmente, nel brano Il ballerino.

Comunque, quel ceffone mi è stato utile, mettiamola così.

Da bambino, prenderle, in concomitanza con una raffinata rete di punizioni e sensi di colpa indotti, era qualcosa che però cozzava violentemente con il fatti valere di matrice patriarcale trasmessomi senza dolo da mio padre.

Il risultato di questa LACERANTE DICOTOMIA (SCUSATE IL MAIUSCOLO MA QUESTA LOCUZIONE L’HO TROVATA SCRITTA IN UN BOTTO DI MANUALI DI LETTERATURA E NON VEDEVO L’ORA DI USARLA) è stato un mio generico rammollimento o, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, una mia predilezione per la nonviolenza.

Lo scontro mi stressa e mi stanca enormemente. Poi, le tendenze più bestiali della mia persona devono uscire pur in qualche modo, e così sfogo i miei istinti da serial killer in questi frangenti:
1- Quando a momenti sfondo il foglio con la penna rossa mentre correggo temi sconclusionati dei miei alunni/e.
2- Quando faccio la lotta con le mie sorelle.
3- Quando mi incazzo con la mia partner di turno per delle idiozie passivo-aggressive salvo poi pentirmene e chiederle scusa per le 24 ore successive che alla fine dei conti aver spostato lo stendino delle mutande non è poi così grave, dai.

Al contrario, contro ogni pronostico, quando mi trovo davanti a un venditore di biciclette che mi ha rifilato un mezzo che si spacca ogni due mesi e mi chiede anche denaro per ripararlo, beh, sono un agnellino. Quasi amichevole. Che fenomeno bizzarro.

Data questa lunga prolusione, ora vi racconterò del fiotto di bile che ho ricevuto in pieno volto qualche sera fa. Mi trovavo a una festa (mi trovo spesso a delle feste). Un convitato che non conosco seduto da solo su un divano, sentendo che sto parlando di biciclette con un amico si intromette nel discorso, che qui traduco in lingua italiana:
-Ah ma vai in bici?
Io fieramente: -Non ho altro mezzo-, sorrido.
-Ma sei un ciclista?- (tautologicamente)
-Vado anche in bici da corsa nel fine settimana.
-ALLORA SE VEDI UNA BMW ROSSA CHE CERCA DI AMMAZZARTI SONO IO, DIO ****. IO LI INVESTIREI TUTTI I CICLISTI DIO ****.
Cerco di assumere l’aria più affabile che mi riesca e con voce scherzosa: -Quantomeno non inquino, dai.
-MA CHE CAZZO ME NE FREGA DELL’INQUINAMENTO DIO ****-
Mi volto verso il bartender: -UN ALTRO AMERICANO PER FAVORE.

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Prendere un altro drink insomma, mi è sembrata la cosa più saggia da fare. Eppure mi chiedo: quale frustrazione porta a pronunciare parole simili all’indirizzo della mia persona, e per giunta a una festa? Perché non potevamo riempirci il bicchiere a vicenda e fare due parole in tranquillità?

E per inciso, esattamente, chi cazzo ti conosce?

In any case, fai bene a non preoccuparti dell’inquinamento.
Sarà l’inquinamento a preoccuparsi di te.
OPPURE SI PREOCCUPERÀ DI TE GRETA THUNBERG CHE IERI È STATA NOMINATA PERSON OF THE YEAR DAL TIME, BOOM BABY,  E ADESSO PEDALA.

Ero talmente scosso che sono fuggito e ho concluso la serata con altre compagnie, a Madonna Verona: poesia!

30 anni, Bologna, dicembre.

 

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Ma in fondo, che ne so?

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo. Ogni mattina io sono deputato a “sapere”, devo rispondere a domande che spaziano dalla perifrastica passiva (non lo so nemmeno io) alla mia opinione sulla trap. A volte si gioca un po’ di immagine, non c’è dubbio: più che conoscere bene la materia (anche il più preparato ha qualche lacuna qui e là), a volte ho l’impressione che mi sia richiesta un po’ di autorevolezza.

Per autorevolezza intendo quella sensazione rassicurante tipica dell’infanzia per cui c’è sempre un adulto che sa come gira il mondo e prende in mano la situazione mentre io mi sbuccio le ginocchia spensierato.

La fiducia nell’autorevolezza è quella cosa che perdi quando vedi in che modo gestiamo il debito pubblico italiano: danziamo nel ventre del Titanic cercando di non fare caso al pavimento che si inclina.

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo: gli alunni chiedono sicurezze mentre io devo ancora superarla questa cosa che non farò mai il paleontologo al Jurassic Park.

(Per non parlare di quando mi tocca per forza prendere l’ascensore e io odio gli ascensori, bontà di Dio fatele ‘ste due scale)

E dunque, la più consistente scoperta della mia maturità è che l’età non è affatto garanzia di saggezza. Ciò mi ha alquanto destabilizzato, anche per l’estrema ammirazione che ho sempre riservato ai miei maestri. Eppure, la loro incapacità di gestire alcuni aspetti delle loro vite mi ha quasi ferito.

Ho letto una volta su internet, non so dove:

È terribile quando la situazione avrebbe bisogno di un adulto per risolversi e l’adulto sei tu.

Mi interrogo su queste cose perché si dà il caso che questo sarà il mio primo Natale da trentenne. E non credo di essere mai stato così sereno, tutto sommato; va beh, senza il conservatorio è gioco facile essere felici.

Parliamoci chiaro: i festeggiamenti a casa mia per l’occasione sono stati decisamente MEMORABILI, e credo che nessuno degli invitati possa negarlo. Ma ora viene il momento del ritorno all’ordine e di alcune rivelazioni che a quanto pare sono rimaste inespresse, seppur nell’aria, per mesi e mesi.

Domenica ho fatto due passi a Bologna, con Claudia, ed era bello immaginarla lì, qualche anno prima, da studentessa, quando ancora non sapevo esistesse. Tornando, in treno le ho letto qualche pagina di Più lontano ancora di J. Franzen, in cui si parlava di quanto il tentativo di piacere a tutti sia in ultima analisi una rinuncia alla propria dignità. Era da molti anni che non leggevo ad alta voce a scopi non professionali.

Claudia pensa meno della metà rispetto a me e agisce il doppio. Ricordo con un brivido quando per la prima volta, a Trieste, durante quest’estate appiccicosa mi ha raccontato il limbo dei profughi nei campi in Grecia, dove ha fatto la volontaria.

Mi sono quasi sentito in colpa a mangiare, dopo. Ho ridimensionato le mie “sfortune”.

Claudia mi ha fatto conoscere Giulia, che si occupa di richiedenti asilo in Egitto. Ho invitato Giulia a parlare a scuola, perché io non ho visto abbastanza mondo e non ho visto abbastanza sofferenza per rendere conto della realtà dorata in cui viviamo noi.

In fondo, se i boomers hanno le loro mancanze, non significa che non possiamo raccontarci storie, scambiare opinioni ed esperienze, leggere due righe ad alta voce.

P. S.  Con parole altrui:

Do not go gentle into that good night […]
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning
they Do not go gentle into that good night.

Dylan Thomas