30 anni, Bologna, dicembre.

 

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Ma in fondo, che ne so?

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo. Ogni mattina io sono deputato a “sapere”, devo rispondere a domande che spaziano dalla perifrastica passiva (non lo so nemmeno io) alla mia opinione sulla trap. A volte si gioca un po’ di immagine, non c’è dubbio: più che conoscere bene la materia (anche il più preparato ha qualche lacuna qui e là), a volte ho l’impressione che mi sia richiesta un po’ di autorevolezza.

Per autorevolezza intendo quella sensazione rassicurante tipica dell’infanzia per cui c’è sempre un adulto che sa come gira il mondo e prende in mano la situazione mentre io mi sbuccio le ginocchia spensierato.

La fiducia nell’autorevolezza è quella cosa che perdi quando vedi in che modo gestiamo il debito pubblico italiano: danziamo nel ventre del Titanic cercando di non fare caso al pavimento che si inclina.

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo: gli alunni chiedono sicurezze mentre io devo ancora superarla questa cosa che non farò mai il paleontologo al Jurassic Park.

(Per non parlare di quando mi tocca per forza prendere l’ascensore e io odio gli ascensori, bontà di Dio fatele ‘ste due scale)

E dunque, la più consistente scoperta della mia maturità è che l’età non è affatto garanzia di saggezza. Ciò mi ha alquanto destabilizzato, anche per l’estrema ammirazione che ho sempre riservato ai miei maestri. Eppure, la loro incapacità di gestire alcuni aspetti delle loro vite mi ha quasi ferito.

Ho letto una volta su internet, non so dove:

È terribile quando la situazione avrebbe bisogno di un adulto per risolversi e l’adulto sei tu.

Mi interrogo su queste cose perché si dà il caso che questo sarà il mio primo Natale da trentenne. E non credo di essere mai stato così sereno, tutto sommato; va beh, senza il conservatorio è gioco facile essere felici.

Parliamoci chiaro: i festeggiamenti a casa mia per l’occasione sono stati decisamente MEMORABILI, e credo che nessuno degli invitati possa negarlo. Ma ora viene il momento del ritorno all’ordine e di alcune rivelazioni che a quanto pare sono rimaste inespresse, seppur nell’aria, per mesi e mesi.

Domenica ho fatto due passi a Bologna, con Claudia, ed era bello immaginarla lì, qualche anno prima, da studentessa, quando ancora non sapevo esistesse. Tornando, in treno le ho letto qualche pagina di Più lontano ancora di J. Franzen, in cui si parlava di quanto il tentativo di piacere a tutti sia in ultima analisi una rinuncia alla propria dignità. Era da molti anni che non leggevo ad alta voce a scopi non professionali.

Claudia pensa meno della metà rispetto a me e agisce il doppio. Ricordo con un brivido quando per la prima volta, a Trieste, durante quest’estate appiccicosa mi ha raccontato il limbo dei profughi nei campi in Grecia, dove ha fatto la volontaria.

Mi sono quasi sentito in colpa a mangiare, dopo. Ho ridimensionato le mie “sfortune”.

Claudia mi ha fatto conoscere Giulia, che si occupa di richiedenti asilo in Egitto. Ho invitato Giulia a parlare a scuola, perché io non ho visto abbastanza mondo e non ho visto abbastanza sofferenza per rendere conto della realtà dorata in cui viviamo noi.

In fondo, se i boomers hanno le loro mancanze, non significa che non possiamo raccontarci storie, scambiare opinioni ed esperienze, leggere due righe ad alta voce.

P. S.  Con parole altrui:

Do not go gentle into that good night […]
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning
they Do not go gentle into that good night.

Dylan Thomas

 

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