Quasi d’amore.

Non esistono perfezioni, ma l’ho scoperto piuttosto tardi.
Quando ho capito che le cose non stavano come le avevo immaginate da bambino, ho provato delusione ma anche sollievo. Mi è mancata la terra da sotto i piedi, e allo stesso tempo mi sono sentito assolto: non ero tenuto ad essere impeccabile.

claudia recanati

“Muoviti!” mi disse tirandomi per la manica, mentre correva con le sue gambe da airone che non sapevano più di ragazzina senza essere ancora quelle di una donna. I suoi malleoli distruggevano i fili d’erba alta che osavano ostacolare la sua corsa furiosa e leggera; quando sfioravamo le mulattiere alzavamo sabbia e sassolini. Una delle sue scarpe di tela, scarpe da ginnastica, era parzialmente slacciata, ma la cosa non sembrava turbarla. Alla fine dell’anno scolastico, le Superga da mercato che mia madre mi comprava a settembre non erano più relegate alle ore di ginnastica, e diventavano le calzature estive ufficiali: le suole che servivano solo per il gioco controllato della palestra inauguravano la stagione di gioco perpetuo che era l’estate. Mi sembrava una specie di piccolo miracolo, come quando alle elementari, a casa del compagno di classe, ad un certo punto rimanevamo scalzi per giocare più agevolmente alla lotta in cameretta. Io e Lene, in due, facevamo poco più di trent’anni. Lei autoctona, un po’ selvatica, io mandato in campagna per temprarmi e respirare aria buona. «Cristo, muoviti!»; avrei voluto accelerare ancora, ma avevo il fiatone ed ero al limite delle mie capacità muscolari; eppure non potevo permettermi di non star dietro a una femmina nella corsa. I suoi capelli, paglierini e lunghi, raccolti in una treccia ormai sfatta, rimbalzavano sulla canottierina a righe che aveva addosso, e che le lasciava le spalle di miele scoperte. Il suo accenno di seno mi teneva sveglio la notte, ma non sapevo ancora sfogare efficacemente quel desiderio prepotente e distantissimo in fondo alla mia coscienza. Prima di iniziare a correre come pazzi eravamo seduti nel suo giardino, lei stava cercando di insegnarmi un gioco di carte che faticavo a capire; era quasi il tramonto di una giornata estiva che non accennava a finire e io pensavo solo ai compiti di matematica che dovevo fare e a un libro dell’orrore che volevo terminare di leggere, preziosa eredità di un cugino più grande; Lene aveva sentito la sirena del battello che riportava gli operai dall’altra parte dell’immenso fiume, fino alla grande segheria che dava da mangiare a tutte le famiglie del borgo. Aveva gettato via le carte con un gesto inconsulto, si era alzata con un entusiasmo tale da ribaltare la sedia su cui era seduta e mi aveva intimato di seguirla, non preoccupandosi affatto di sapere se ne avessi voglia o meno; era un tratto tipico della sua personalità: prendeva iniziative dando per scontato che gli altri l’avrebbero seguita. Io provavo un misto di antipatia quando la mia volontà, o per meglio dire la mia persona, non erano in alcun modo prese in considerazione. Allo stesso tempo provavo un disperato desiderio di emularla, di pensare meno e agire di più. Al suono della sirena avevamo così iniziato a correre per le strade di quel paesino minuscolo, neanche degno di una chiesa. In un minuto scarso l’avevamo attraversato, diretti come forsennati verso l’argine. Mentre credevo che i polmoni mi esplodessero mi ricordai delle parole che mi aveva detto il giorno innanzi: «Quando il battello parte spaventa sempre un banco di pesci, e allora li vedi muovere tutti in gruppo. Sembra una specie di… concerto d’argento sott’acqua». Ogni tanto mi stupiva la sua capacità di inventare delle metafore a prima vista ingenue ma perfettamente efficaci. Mi pareva che non le bastassero le parole che conosceva per descrivere le cose che le piacevano. Una volta mi aveva detto «Vieni con me, ti faccio conoscere una mia amica» e mi aveva trascinato lungo un sentiero, al termine del quale immaginavo di trovare una casa, una famiglia e una nostra coetanea che evidentemente non avevo mai incontrato. Al contrario, ci fermammo presso una pozza d’acqua stagnante: «Ecco questa pozza è mia amica», e ci lanciò un paio di ciottoli dentro guardando i cerchi concentrici che increspavano l’acqua verdastra. Io non capivo. Eppure, nella sua testa, era perfettamente normale che una ragazzina potesse definire amica una pozza d’acqua. Era una cosa che esulava anni luce dalla mia logica. Mentre mi parlava del concerto di pesci, non avevo ascoltato Lene con l’attenzione che meritava perché guardavo le sue gambe, il suo sedere stretto in un paio di jeans tagliati a mo’ di shorts, guardavo le sue iridi di un verde che non esisteva in nessuna delle mie compagne di classe. Non l’avevo ascoltata anche perché spesso faceva discorsi un po’ strani, o almeno così suonavano al mio orecchio da figlio della città con l’inverno tutto impacchettato di impegni e rigore. A volta a scuola mi veniva una voglia terribile di rovesciare il banco su cui ero chino, urlare qualcosa a caso contro le professoresse e i miei compagni, fare uno di quegli urli che ti spaccano la gola di entusiasmo e correre via con i talloni che mi sfioravano il sedere per la foga. Non lo facevo mai: ero il primo della classe, e la mia ribellione rimaneva una scena di ordinaria follia nella mia testa annoiata. Lene era fatta della stessa materia di cui era fatta quell’energia repressa dentro di me.

Si era arrivati finalmente all’argine erboso, il fiume palpitava placido sotto i nostri occhi mentre il battello si apriva un varco fra le acque. Una cicala friniva e si sentiva in lontananza uno scampanare di vacche. In quell’ora crepuscolare i capelli di Lene diventavano di rame. Si mise a scrutare attentamente l’acqua e a un tratto disse «Eccoli!». Mi indicò uno sfarfallio ondeggiante, un muoversi di squame che riverberava di luce. «Sono belli, vero?» mi chiese senza attendersi veramente una risposta. Mi abbandonò e si diresse verso l’albero più vicino, che scalò agevolmente fino a sedersi sul ramo più alto. Non era salita per vedere meglio i pesci, si era arrampicata perché aveva voglia di farlo e basta. «Vieni su!»; la guardai esitante. «No dai, è tardi. Mia nonna mi aspetta. Non ne ho voglia» che significava che mi faceva un po’ paura salire così in alto come aveva fatto lei. In pochi istanti scattò e non si fece attendere: saltò da un’altezza che mi parve spropositata, una cosa che mia madre non mi avrebbe mai permesso di fare. «Va beh, andiamo», disse un po’ scontenta. «Beh comunque erano belli i pesci» dissi in un maldestro tentativo di rincuorarla. Mi venne voglia di prenderle la mano, cosa che ovviamente non feci. Mentre ripercorrevamo camminando la via dell’andata, qualche vecchio iniziava ad accendere le lucerne fuori dai portoni delle case. «Sai pescare?» mi disse a un certo punto. «Beh, io… non l’ho mai fatto». «Magari ti insegno. Beh ciao» e puntò dritta a casa sua girando l’angolo. Mia nonna era sulla porta che mi aspettava. Non avevo voglia né di cenare, né di dormire.

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