Bar Sport, capitolo primo: i nomi da bar.

Dare un nome è qualcosa di estremamente arrogante.
Una vera attività demiurgica, da creatori dell’Universo.
Non a caso colui che dà il nome alle cose è il Dio della Genesi (poco importa quale sia il vostro Dio e quale sia la vostra genesi, arriverà un punto in cui qualcuno dirà “Queste si chiameranno tenebre, e queste si chiameranno stelle”)

Spoiler alert: tendenzialmente nelle Genesi l’uomo è creato con il fango, lo stesso fango sul quale piscia il vostro cane, il che forse dovrebbe ridimensionarvi un attimo… ogni volta che provate un po’ d’ansia per questioni risibili (cioè praticamente tutte le questioni umane) pensate ai gatti che scavano nel fango con cui foste creati e ricordatevi perché lo fanno.

A proposito di animali domestici: siete voi a dar loro un nome a cui forse risponderanno, e non è un caso che poi vi consideriate i loro padroni. Non sareste tali se non aveste chiamato Gilda la vostra cocorita o Pablito il vostro cane.

Che responsabilità decidere come si chiamerà qualcuno.

Che dire infatti dei genitori: conferire al nascituro un nome convincente è il primo, supremo atto d’amore. Oppure puoi essere davvero un criminale e condannare i vari Gionatan, Kevin e le varie Gennifer al pubblico ludibrio per l’eternità (peraltro registrandoli all’anagrafe con le grafie più fantasiose). Non che i magniloquenti Marcantonio e Clotilde se la passino molto meglio eh. Però…

Insomma, dare un nome è un atto di profondissima responsabilità, di avveduta coscienziosità, di solenne autorevolezza: infatti i nomi ci vengono dati da Giove Pluvio, dal Dio di Abramo e Isacco, dai Padri, dalle Madri…

ma soprattutto, i nomi ci vengono dati nei bar di paese.

Al bar sport quando raggiungi l’età della ragione, la piena maturità per uscire dalla massa indistinta dei bocia… beh è lì che tutto ha inizio, è a quel punto che acquisisci, finalmente, a furor di popolo una tua identità.

Perché ricordati che al bar sport, finché bevi spuma e ti fai offrire ghiaccioli pieni di coloranti, resti poco più che un poppante… Questo, fino al giorno in cui qualcuno, inaspettatamente, non ti battezza; il fonte battesimale è una damigiana di vino di dubbia qualità, ma che va giù che è una meraviglia tra una briscola e l’altra.

Il bancone del bar del paese è il tuo rito di iniziazione, il tuo altare, ti chiama a nuova vita. Gli avventori della locanda, specie i più anziani, sono i tuoi sommi sacerdoti, la Gazzetta è la tua Sacra Bibbia.

Anche perché diciamoci la verità: nei bar veneti il Dio di cui sopra non solo conta poco, ma ne esce anche piuttosto malridotto.

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