Mese: giugno 2020

La trasferta


La parola trasferta deriva dal latino trans-fero che significa “andare oltre”, “andare al di là di qualcosa”. Tuttavia fero possiede anche svariati altri significati tra cui quello di “sopportare”
-e quanti viaggi in effetti possono diventare un calvario- 
ma può anche assumere il significato di “raccontare”, o “tramandare” specialmente qualcosa di epico.

Proprio in questo sta l’essenza della trasferta: portiamo noi stessi altrove per poi portare a casa qualcosa da raccontare.

Il grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart ha passato una buona fetta della sua vita viaggiando, per portare il suo talento prodigioso in giro per le corti europee. In molti si sono domandati quando egli trovasse il tempo per comporre i suoi capolavori. La risposta probabilmente è una sola: la musica fluiva nella sua testa nel silenzio delle sue lunghissime trasferte in carrozza.

Viaggiare ci offre tempo per pensare, ci offre tempo per la creatività; in effetti, il mondo come lo conosciamo oggi è frutto di una gigantesca trasferta durata millenni: come racconta lo storico Felipe Fernandez Armesto in un memorabile libro sulle esplorazioni geografiche, l’homo sapiens ha passato la maggior parte della sua breve esistenza a prendere direzioni diverse e inaspettate a partire dalla culla della vita, in Africa.

Forse gioverà qui ricordare ai razzisti del nuovo millennio che noi umani siamo tutti figli di uno stesso ceppo originario, diffusosi proprio a partire dal grande continente africano.

E così, i nostri progenitori dopo essersi separati e aver colonizzato quasi tutte le terre emerse, hanno passato il resto del loro tempo a organizzare grandi esplorazioni geografiche, o trasferte in grande stile se vogliamo, nel tentativo di ricongiungersi, dimenticandosi che il loro DNA era praticamente identico.

L’altro punto su cui si sofferma lo storico è che anche agli albori dell’umanità un oggetto assumeva tanto valore quanto era lunga la strada che aveva percorso per arrivare fra le mani dell’acquirente. I chilometri percorsi insomma nobilitano gli oggetti, e nobilitano un po’ anche noi.

Come ci insegnano i pellegrini che da Canterbury andavano a Gerusalemme, la trasferta deve avere un qualche obiettivo, spirituale o assai più pratico.

Infatti, tornando al magico mondo del bar sport, evidentemente la trasferta si organizza per inseguire qualche vittoria sportiva, con la squadretta locale su improbabili pulmini, oppure come tifosi alla ricerca del gol del vantaggio in zona Cesarini.

E a quel punto, al bancone, le ipotesi sono due: bere per festeggiare la vittoria, oppure bere per dimenticare la sconfitta dei propri beniamini.

A livello sportivo si sa che la trasferta più celebre fu quella della nazionale italiana per partecipare al mondiale del 1950: i giocatori, terrorizzati dalla recente tragedia di Superga pretesero di recarsi in Brasile a giocare via nave. 

Il ponte era ampio e la possibilità di allenarsi a bordo non mancava; se non che, nel giro di alcune ore, tutti i palloni finirono inesorabilmente fra le onde dell’oceano.

-Se state pensando al compianto Wilson del film Cast Away significa che avete ancora un cuore-

Inutile dire che dopo quel terribile mondiale e quella terribile traversata i giocatori nostrani animati da un nuovo leonino coraggio, scelsero chiaramente di tornare in patria in aereo.

Il resto l’ho sperperato


Bar Sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Lo sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Mi spiace per nuotatori, ciclisti, rugbisti, pallavolisti, tiratori di scherma, fuoriclasse del curling su ghiaccio: sarete sempre in secondo piano.
E la colpa non è vostra… ma dei gusti del pubblico.

Intendiamoci, c’è qualcosa di leggendario in undici uomini che si sfidano a pallone in edifici che nell’anima sono arene di antica memoria. Il boato di migliaia di persone che si sente al fischio d’inizio qualche brivido lo regala sempre, anzi, credo sia molto simile all’esplosione della folla quando una rockstar sale sul palco, imbraccia la fender e dice “Good evening everyone”.

Intrattenimento in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
C’è una massima che dice “Se non ti occupi della politica, la politica si occuperà di te”, come a ricordarci che interessarsi alla vita pubblica è un dovere civico.
Ecco, nel nostro paese a me sembra altrettanto vero che se non ti occupi del calcio, il calcio si occuperà di te, nel senso che se il pallone fra i pali non ti dice granché, pagherai lo scotto di una certa esclusione sociale.

Alle elementari, essere esclusi dal mercato delle figurine Panini, in effetti era un po’ triste.
Per non parlare poi dei compagni che venivano vestiti con la tuta in acetato (Dio perdoni gli anni ’90) con lo stemma sul petto della locale squadretta paesana.
Calcio fino a un certo livello, infatti, significa più che altro inzaccherarsi fino ai capelli la domenica mattina.

Insomma, calcio in Italia significa che può anche non fregartene di meno del pallone, eppure ricordi perfettamente dove stavi guardando la finale Italia-Francia del 2006, e a quale fidanzatina del liceo eri abbracciato. Patriottismo in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.

In Italia ad esempio non puoi fare l’insegnante senza padroneggiare l’abc del campionato, perché a seconda dei risultati della domenica puoi prevedere con che facce si presenteranno a scuola gli alunni il lunedì;
poi, fatte due chiacchiere su quel rigore non dato e su quanto la squadra x meritasse davvero di vincere, allora puoi sperare di avere qualche minuto di attenzione (non di più, per carità).
Se le energie profuse nei raffinati calcoli del Fantacalcio fossero utilizzate per memorizzare la Divina Commedia… ma in fondo, va bene così.

Il mondo del pallone poi al Bar Sport ha delle regole non scritte fondamentali:
1- Occorre parteggiare per Messi o per Cristiano Ronaldo, non si può non prendere posizione; (attualizzazione della sfida Maradona-Pelé)
2- La Juve fa sempre schifo, a prescindere (ladri, Moggi e Calciopoli e via dicendo)
3- Un’inter come quella di Mourinho, non la rivedremo mai più
4- Ibrahimovic ha fatto un altro gol di rovesciata?

In conclusione, chi è il Pantani del calcio, idolo indiscusso che mette d’accordo tutti al Bar Sport? Beh, senza dubbio è George Best, il leggendario calciatore prodigio, finito male tra le spire dell’alcolismo, a cui si deve la frase “Ho speso gran parte dei miei soldi per alcool, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato

A carte scoperte

Aleksej Ivanovic, il celebre ludopatico protagonista de “Il giocatore” di Dostoevskij, delega alla roulette la sua stessa vita.
Incapace di prendere decisioni, eroso da una passione malata per la giovane Polina, Aleksej vede nel gioco d’azzardo la sua autodistruzione e allo stesso tempo la sua unica possibilità di redenzione.

Il circolo vizioso è evidente, e lo stesso Dostoevskij scrisse questo romanzo magistrale in appena 28 giorni. Doveva consegnarlo in fretta al suo editore perché, manco a dirlo, stava sprofondando nei suoi debiti di gioco.

La verità è che la regina di picche ci impiega poco o nulla a tagliare la testa a qualsiasi giocatore, e la brama di rilanciare la posta, manche dopo manche, è dietro l’angolo anche per l’uomo più parco.

Proprio per esorcizzare questo terribile pericolo, il Dio delle Basse ha donato agli avventori del Bar Sport l’innocuo gioco della briscola.

-inocuo si fa per dire, perché non stento a immaginare risse generate da un Tre di Denari messo giù al momento sbagliato-
 
In effetti, nel magico mondo del local internet, cioè quella parte della rete che fa riferimento a situazioni squisitamente regionali, il video di alcuni anziani che giocando a briscola sbagliando alcuni conti è oggetto di culto.

Se chiedete a qualsiasi Veneto quanto fa “15 + 18” lui risponderà senza esitazione “36”.

Che dire poi del linguaggio magico della briscola in 4, giocata a coppie? Le carte dal Negro oppure le Trevigiane fremono in mano agli sfidanti, che però tramite certosini calcoli e codici segreti devono stabilire quando giocarsi il tutto e per tutto.

Perché in fin dei conti il nostro modo di gettare le carte sul tavolo rivela molto della nostra personalità. C’è il Kamikaze, che si gioca briscole e carichi nell’arco delle prime tre mani, e c’è l’Attendista, che osserva la scena da dietro le quinte per cercare di superare il fantomatico 60 nell’ultima giocata.

D’altronde, guardando a ritroso le nostre vite, ci rendiamo conto di quanto ciò che siamo sia il frutto di una serie di scelte che in tempi non sospetti ci sembravano del tutto insignificanti. Ma per un punto si può perdere la cappa come Martin, che desiderava tanto indossare un giorno il mantello (la cappa appunto) dell’Abate.

Ecco allora che gli assi della briscola ci raccontano grandi verità filosofiche: Martin ci ammonisce dall’asso di coppe;

“Se ti perdi tuo danno” ci dice invece l’asso di bastoni invitandoci a riflettere sulle nostre responsabilità

-e chissà quanti frequentatori del bar sport, inebetiti dai fumi dell’alcol, hanno perso la via di casa-

L’asso di denari ci rammenta quanto sia inutile e controproducente conoscere il futuro se la jella ci aspetta al varco: “Non val sapere a chi ha fortuna contra”.

Insomma, come insegnano i più valenti filosofi del bancone, tra un bicchiere e l’altro tanto vale vivere alla giornata.

Bar Sport, Capitolo Terzo: Marco Pantani dalla vasca da bagno alle Alpi.


Mia nonna mi raccontava: “Una volta Bartali è passato qui in campagna e la maestra ha portato tutti noi bambini sul ciglio della strada a vedere la corsa e fare il tifo”

C’è qualcosa di magico nell’idea di spingere due ruote solo con la forza delle gambe, soprattutto quando si macinano abbastanza chilometri da far impallidire anche il marciatore più allenato.

Quando si è in salita poi, e ogni pedalata è una pugnalata e si boccheggia prossimi al traguardo (ovvero la birretta nel locale bar sport), quando si arranca in salita e i motociclisti ti sorpassano in maniera anche un po’ stizzita, è impossibile non pensare “Facile andar su, con un motore sotto il culo”.

Al bar sport, quando arriva maggio, il calcio inizia a languire e nella tv gracchiante a tubo catodico sopra il bancone iniziano a scorrere le interminabili tappe del Giro d’Italia prima e del Tour de France poi.

Il Belpaese ha un rapporto un po’ ambivalente col ciclismo. Al Bar sport si amavano più che altro i grandi campioni che lo sport in sé. Eppure, tempo addietro non era così: fino alla metà del Novecento lo sport più amato era nettamente il ciclismo, anche perché in quei tempi di strade bianche, la bicicletta era la quotidianità per la maggior parte degli Italiani.

Poi il calcio si impose, anche con qualche complicità del Regime, che preferiva gli sport di squadra agli sport individuali, per creare nella gioventù un certo spirito nazionalistico, o per meglio dire “squadrista”.

Poi chiaro, anche il ciclismo è uno sport di squadra -e quando stai in scia finalmente te ne accorgi- ma quello che taglia il traguardo è uno solo: di solito si fa il tifo per il singolo corridore, a prescindere dalla squadra per cui corre, relegando i pur valenti gregari ingiustamente nell’oblio.

Bartali era particolarmente amato al bancone per un celebre suo insulto pronunciato all’indirizzo di un Fausto Coppi prossimo ad arrendersi in salita: “Coppi, sei proprio un acquaiolo”, gli disse con quel suo accento toscano, che significa non sei neanche abbastanza uomo da bere il vino.

Al Bar Sport, quando proprio erano terminati tutti i pretesti per litigare, si poteva sempre ritirar fuori la storia di chi avesse passato la borraccia a chi fra Coppi e Bartali; si poteva sempre sparare a zero sul ciclismo perché tanto sono tutti dopati; si poteva esprimere tutto l’odio del mondo per i ciclisti che la domenica pedalavano l’uno in fianco all’altro; ma in mezzo a queste baruffe tra allenatori e direttori sportivi dozzinali, solo un atleta metteva d’accordo tutti: Marco Pantani, che in ogni caso non doveva morire, e in ogni caso era stato squalificato ingiustamente.

Pantani, che da ragazzino lavava la bicicletta nella vasca da bagno, ultimo eroe in grado di vincere Giro e Tour nella stessa annata, era stato protagonista di un’impresa omerica e impossibile ai nostri tempi di ciclismo scientifico e biciclette sviluppate nelle gallerie del vento come auto di formula-uno.

Impresa titanica la doppietta del 1998, quando solo tre anni prima si era troncato di netto tibia e perone per una macchina inspiegabilmente venuta su in contromano alla Milano Torino.

Fa quasi rabbrividire il ciclismo senza caschetti di quegli anni; d’altronde sappiamo tutti che con la bandana coperta dal casco, Marco non sarebbe mai diventato nell’immaginario collettivo, il Pirata.

Che controsenso questo soprannome, ho sempre pensato: in fondo i pirati sono uomini di mare mentre lui, leggero come una piuma, è stato prima di tutto l’uomo delle cime innevate, scalatore invitto e perduto per sempre, purtroppo.

Perché alla fine, bella la pianura e le tappe a cronometro, ma il vero campione che ti fa alzare in piedi è il signore della montagna, quello che riesce a domare la forza di gravità e alza le mani al cielo dopo l’agonia infinita e verticale dei passi alpini.

Bar Sport, capitolo secondo: Il Chiarissimo


Il Chiarissimo entrò fra l’entusiasmo generale sbattendo un po’ la porta, come il più famigerato cacciatore di taglie nel Far West.

Fece la sua entrata trionfale, il bar sport divenne improvvisamente un saloon e io giurai che fosse pronto ad ordinare un whiskey per sé e uno per il suo cavallo, puntando la pistola contro lo sceriffo corrotto in stile Tex Willer.

Il Chiarissimo mi incuriosiva, anche perché era l’unico che nel bar godeva di più d’un soprannome, tanto era camaleontica la sua personalità.
In effetti, nel suo caso lo scarto fra l’essere camaleontico e la schizofrenia era decisamente labile. Lo chiamavano Chiarissimo per i suoi capelli biondastri e la tinta tenue del viso. Lui diceva che si era scolorito a forza di lavorare con la fiamma ossidrica, come una specie di abbronzatura al contrario. La maggior parte degli altri avventori invece aveva la pelle di cuoio, cotta dal lavoro agricolo sotto il sole.

Il Chiarissimo aveva sempre la battuta pronta, fulminea, e nessuno riusciva ad avere l’ultima parola quando discuteva con lui. Parlava una strana miscela tutta sua di italiano quando voleva fare filosofia da bar, e di dialetto quando invece voleva risultare più efficace.

La filosofia da bar mi divertiva sempre molto, perché chiunque al bancone possiede una formula magica, razionale e argomentata per risolvere i problemi dell’universo, formula che inevitabilmente si dissolve non appena si varca la soglia dell’uscita e si torna al grigio mondo reale fatto di panni da stendere e mogli che passano il loro tempo a berciare contro i mariti inadempienti.

D’altronde, in quella fucina di idee a breve scadenza che era il bar sport, più si beveva e più le formule magiche e sgangherate di cui sopra acquistavano credibilità, e tutti si sentivano investiti di quella saggezza momentanea e illuminante che solo l’alcol sa regalare; infatti, anche le alleanze e le amicizie più momentaneamente indissolubili erano bagnate di vino.

Tornando al Chiarissimo, che di certo non era un avvinazzato ma nemmeno un santo, avevo scoperto che era detto anche Gigi Riva non appena le sue mani fatate toccavano le manopole del calcio balilla. Era un vero fuoriclasse del calcio da bar, uno che avrebbe potuto competere a livelli molto più alti della bassa veneta.

Era un attaccante indomabile e quando si iniziava a giocare le sue uniche parole, perentorie è un po’ minacciose erano “Non si frulla”, facendo riferimento a quel movimento rotatorio sguaiato tipico dei principianti. Io, come tutti gli imberbi giocavo più che altro al flipper, che era a un livello inferiore rispetto al calcetto.

Lo guardavo giocare con la coda dell’occhio, e non capivo come potesse governare in maniera così sicura la manopola centrale dei centrocampisti, con tutti quegli omini di plastica impossibili da mettere d’accordo.

Quello era forse l’unico momento in cui le varie personalità del Chiarissimo si fondevano per un unico obiettivo: quello di fare goal, e ovviamente farsi offrire un giro dai perdenti.