Bar Sport, capitolo secondo: Il Chiarissimo


Il Chiarissimo entrò fra l’entusiasmo generale sbattendo un po’ la porta, come il più famigerato cacciatore di taglie nel Far West.

Fece la sua entrata trionfale, il bar sport divenne improvvisamente un saloon e io giurai che fosse pronto ad ordinare un whiskey per sé e uno per il suo cavallo, puntando la pistola contro lo sceriffo corrotto in stile Tex Willer.

Il Chiarissimo mi incuriosiva, anche perché era l’unico che nel bar godeva di più d’un soprannome, tanto era camaleontica la sua personalità.
In effetti, nel suo caso lo scarto fra l’essere camaleontico e la schizofrenia era decisamente labile. Lo chiamavano Chiarissimo per i suoi capelli biondastri e la tinta tenue del viso. Lui diceva che si era scolorito a forza di lavorare con la fiamma ossidrica, come una specie di abbronzatura al contrario. La maggior parte degli altri avventori invece aveva la pelle di cuoio, cotta dal lavoro agricolo sotto il sole.

Il Chiarissimo aveva sempre la battuta pronta, fulminea, e nessuno riusciva ad avere l’ultima parola quando discuteva con lui. Parlava una strana miscela tutta sua di italiano quando voleva fare filosofia da bar, e di dialetto quando invece voleva risultare più efficace.

La filosofia da bar mi divertiva sempre molto, perché chiunque al bancone possiede una formula magica, razionale e argomentata per risolvere i problemi dell’universo, formula che inevitabilmente si dissolve non appena si varca la soglia dell’uscita e si torna al grigio mondo reale fatto di panni da stendere e mogli che passano il loro tempo a berciare contro i mariti inadempienti.

D’altronde, in quella fucina di idee a breve scadenza che era il bar sport, più si beveva e più le formule magiche e sgangherate di cui sopra acquistavano credibilità, e tutti si sentivano investiti di quella saggezza momentanea e illuminante che solo l’alcol sa regalare; infatti, anche le alleanze e le amicizie più momentaneamente indissolubili erano bagnate di vino.

Tornando al Chiarissimo, che di certo non era un avvinazzato ma nemmeno un santo, avevo scoperto che era detto anche Gigi Riva non appena le sue mani fatate toccavano le manopole del calcio balilla. Era un vero fuoriclasse del calcio da bar, uno che avrebbe potuto competere a livelli molto più alti della bassa veneta.

Era un attaccante indomabile e quando si iniziava a giocare le sue uniche parole, perentorie è un po’ minacciose erano “Non si frulla”, facendo riferimento a quel movimento rotatorio sguaiato tipico dei principianti. Io, come tutti gli imberbi giocavo più che altro al flipper, che era a un livello inferiore rispetto al calcetto.

Lo guardavo giocare con la coda dell’occhio, e non capivo come potesse governare in maniera così sicura la manopola centrale dei centrocampisti, con tutti quegli omini di plastica impossibili da mettere d’accordo.

Quello era forse l’unico momento in cui le varie personalità del Chiarissimo si fondevano per un unico obiettivo: quello di fare goal, e ovviamente farsi offrire un giro dai perdenti.

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