Bar Sport, Capitolo Terzo: Marco Pantani dalla vasca da bagno alle Alpi.


Mia nonna mi raccontava: “Una volta Bartali è passato qui in campagna e la maestra ha portato tutti noi bambini sul ciglio della strada a vedere la corsa e fare il tifo”

C’è qualcosa di magico nell’idea di spingere due ruote solo con la forza delle gambe, soprattutto quando si macinano abbastanza chilometri da far impallidire anche il marciatore più allenato.

Quando si è in salita poi, e ogni pedalata è una pugnalata e si boccheggia prossimi al traguardo (ovvero la birretta nel locale bar sport), quando si arranca in salita e i motociclisti ti sorpassano in maniera anche un po’ stizzita, è impossibile non pensare “Facile andar su, con un motore sotto il culo”.

Al bar sport, quando arriva maggio, il calcio inizia a languire e nella tv gracchiante a tubo catodico sopra il bancone iniziano a scorrere le interminabili tappe del Giro d’Italia prima e del Tour de France poi.

Il Belpaese ha un rapporto un po’ ambivalente col ciclismo. Al Bar sport si amavano più che altro i grandi campioni che lo sport in sé. Eppure, tempo addietro non era così: fino alla metà del Novecento lo sport più amato era nettamente il ciclismo, anche perché in quei tempi di strade bianche, la bicicletta era la quotidianità per la maggior parte degli Italiani.

Poi il calcio si impose, anche con qualche complicità del Regime, che preferiva gli sport di squadra agli sport individuali, per creare nella gioventù un certo spirito nazionalistico, o per meglio dire “squadrista”.

Poi chiaro, anche il ciclismo è uno sport di squadra -e quando stai in scia finalmente te ne accorgi- ma quello che taglia il traguardo è uno solo: di solito si fa il tifo per il singolo corridore, a prescindere dalla squadra per cui corre, relegando i pur valenti gregari ingiustamente nell’oblio.

Bartali era particolarmente amato al bancone per un celebre suo insulto pronunciato all’indirizzo di un Fausto Coppi prossimo ad arrendersi in salita: “Coppi, sei proprio un acquaiolo”, gli disse con quel suo accento toscano, che significa non sei neanche abbastanza uomo da bere il vino.

Al Bar Sport, quando proprio erano terminati tutti i pretesti per litigare, si poteva sempre ritirar fuori la storia di chi avesse passato la borraccia a chi fra Coppi e Bartali; si poteva sempre sparare a zero sul ciclismo perché tanto sono tutti dopati; si poteva esprimere tutto l’odio del mondo per i ciclisti che la domenica pedalavano l’uno in fianco all’altro; ma in mezzo a queste baruffe tra allenatori e direttori sportivi dozzinali, solo un atleta metteva d’accordo tutti: Marco Pantani, che in ogni caso non doveva morire, e in ogni caso era stato squalificato ingiustamente.

Pantani, che da ragazzino lavava la bicicletta nella vasca da bagno, ultimo eroe in grado di vincere Giro e Tour nella stessa annata, era stato protagonista di un’impresa omerica e impossibile ai nostri tempi di ciclismo scientifico e biciclette sviluppate nelle gallerie del vento come auto di formula-uno.

Impresa titanica la doppietta del 1998, quando solo tre anni prima si era troncato di netto tibia e perone per una macchina inspiegabilmente venuta su in contromano alla Milano Torino.

Fa quasi rabbrividire il ciclismo senza caschetti di quegli anni; d’altronde sappiamo tutti che con la bandana coperta dal casco, Marco non sarebbe mai diventato nell’immaginario collettivo, il Pirata.

Che controsenso questo soprannome, ho sempre pensato: in fondo i pirati sono uomini di mare mentre lui, leggero come una piuma, è stato prima di tutto l’uomo delle cime innevate, scalatore invitto e perduto per sempre, purtroppo.

Perché alla fine, bella la pianura e le tappe a cronometro, ma il vero campione che ti fa alzare in piedi è il signore della montagna, quello che riesce a domare la forza di gravità e alza le mani al cielo dopo l’agonia infinita e verticale dei passi alpini.

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