La trasferta


La parola trasferta deriva dal latino trans-fero che significa “andare oltre”, “andare al di là di qualcosa”. Tuttavia fero possiede anche svariati altri significati tra cui quello di “sopportare”
-e quanti viaggi in effetti possono diventare un calvario- 
ma può anche assumere il significato di “raccontare”, o “tramandare” specialmente qualcosa di epico.

Proprio in questo sta l’essenza della trasferta: portiamo noi stessi altrove per poi portare a casa qualcosa da raccontare.

Il grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart ha passato una buona fetta della sua vita viaggiando, per portare il suo talento prodigioso in giro per le corti europee. In molti si sono domandati quando egli trovasse il tempo per comporre i suoi capolavori. La risposta probabilmente è una sola: la musica fluiva nella sua testa nel silenzio delle sue lunghissime trasferte in carrozza.

Viaggiare ci offre tempo per pensare, ci offre tempo per la creatività; in effetti, il mondo come lo conosciamo oggi è frutto di una gigantesca trasferta durata millenni: come racconta lo storico Felipe Fernandez Armesto in un memorabile libro sulle esplorazioni geografiche, l’homo sapiens ha passato la maggior parte della sua breve esistenza a prendere direzioni diverse e inaspettate a partire dalla culla della vita, in Africa.

Forse gioverà qui ricordare ai razzisti del nuovo millennio che noi umani siamo tutti figli di uno stesso ceppo originario, diffusosi proprio a partire dal grande continente africano.

E così, i nostri progenitori dopo essersi separati e aver colonizzato quasi tutte le terre emerse, hanno passato il resto del loro tempo a organizzare grandi esplorazioni geografiche, o trasferte in grande stile se vogliamo, nel tentativo di ricongiungersi, dimenticandosi che il loro DNA era praticamente identico.

L’altro punto su cui si sofferma lo storico è che anche agli albori dell’umanità un oggetto assumeva tanto valore quanto era lunga la strada che aveva percorso per arrivare fra le mani dell’acquirente. I chilometri percorsi insomma nobilitano gli oggetti, e nobilitano un po’ anche noi.

Come ci insegnano i pellegrini che da Canterbury andavano a Gerusalemme, la trasferta deve avere un qualche obiettivo, spirituale o assai più pratico.

Infatti, tornando al magico mondo del bar sport, evidentemente la trasferta si organizza per inseguire qualche vittoria sportiva, con la squadretta locale su improbabili pulmini, oppure come tifosi alla ricerca del gol del vantaggio in zona Cesarini.

E a quel punto, al bancone, le ipotesi sono due: bere per festeggiare la vittoria, oppure bere per dimenticare la sconfitta dei propri beniamini.

A livello sportivo si sa che la trasferta più celebre fu quella della nazionale italiana per partecipare al mondiale del 1950: i giocatori, terrorizzati dalla recente tragedia di Superga pretesero di recarsi in Brasile a giocare via nave. 

Il ponte era ampio e la possibilità di allenarsi a bordo non mancava; se non che, nel giro di alcune ore, tutti i palloni finirono inesorabilmente fra le onde dell’oceano.

-Se state pensando al compianto Wilson del film Cast Away significa che avete ancora un cuore-

Inutile dire che dopo quel terribile mondiale e quella terribile traversata i giocatori nostrani animati da un nuovo leonino coraggio, scelsero chiaramente di tornare in patria in aereo.

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