Mese: luglio 2020

La chiusura

Difficile pensare ad una chiusura cinematografica più memorabile di quella di Eyes Wide Shut, ultimo capolavoro di Stanley Kubrick: dopo le mille peripezie che conducono i due coniugi sull’orlo della crisi di nervi, Nicole Kidman guarda fisso negli occhi Tom Cruise: “C’è solo una cosa che dobbiamo fare… Scopare”.

In effetti, entrambi in modo diverso si trovano in balìa di istinti profondi e oscuri, in balìa di fiumi carsici in fondo alla psiche che non smettono mai di scorrere, per quanto coperti dalle rispettabili norme di buon portamento imposte dalla società.

Questi istinti possono davvero farci perdere in un secondo tutto quello che abbiamo costruito? Nel caso di Eyes Wide Shut un matrimonio felice, una solidità economica invidiabile e l’aver messo al mondo una bambina?

Fino a che punto abbiamo imparato a non dare ascolto a noi stessi per non turbare il nostro risibile quieto vivere?

Nei nostri comportamenti quanto c’è di vero e quanto c’è di costruito?

Forse le risposte a queste domande inizieremo ad intravederle solo approssimandoci alla chiusura. Forse ci verrà da ridere e scopriremo che le cose dietro le quali ci siamo tanto affannati erano sciocchezze, che non aveva senso essere tesi, nervosi e impauriti di fronte a questa o quell’altra situazione.

Vi capita mai di sorridere pensando a ciò che vi spaventava da bambini? Tipo quel corridoio che da piccoli percorrevate di corsa per paura del buio?

Quello stesso corridoio che anni dopo è stato il vostro rifugio, al termine di una notte di bisboccia con gli amici del Bar Sport…?

Magari, con l’approssimarsi della chiusura, tutta la vita ci sembrerà un corridoio buio in cui in fondo, non c’era nulla da temere.

Chiusura, al bar significa abbassare le saracinesche, dare un colpo di scopa ai pavimenti e lavare per terra, con le luci soffuse e le sedie rovesciate sui tavoli, e tutte le chiacchiere del giorno che scivolano via come la schiuma nel secchiaio dietro il bancone.

Mi piace pensare a Ruggero Caumo, il barman di Ernest Hemingway al celebre Harry’s Bar di Venezia, mentre prepara un ultimo Daiquiri allo scrittore americano che lotta con i suoi demoni. Forse Ruggero, mentre miscela sapientemente gli ingredienti il cocktail notturno, sa che in qualche modo entrerà, a buon diritto, fra le pagine del premio Nobel per la letteratura.

Mi piace immaginarlo mentre fa due chiacchiere con il maestro del romanzo americano, guarda l’orologio e il drink che ha appena finito di versare: “Mr Hemingway, questo è proprio l’ultimo, che tra poco, è ora di chiusura”.

Sogno di una notte di mezza estate

Mezza estate vuol dire più o meno il 5 di agosto, considerato che quest’anno il solstizio è iniziato il 20 giugno e finirà il 22 settembre.

Siamo in anticipo sulla tabella di marcia.

Che l’estate abbia qualcosa di onirico e immaginifico lo sappiamo fin da quando siamo bambini, perché la scuola finisce e ci si rivede a settembre. Vuol dire aver tempo, tantissimo tempo, per il gioco, quando il sole proprio non vuole scendere e ormai è ora di cena, e le foglie splendono di un verde che fa quasi male.

Poi arriva il mondo del lavoro che è altra cosa, ma comunque tradizionalmente agosto è mese di vacanza.

La notte di mezza estate ha una caratteristica importante: ti obbliga a tirar fuori dall’armadio la felpa di cui ti eri dimenticato.

Quando hai 16 anni e si gira in due in motorino con il preciso intento di far mattina, già verso le 3 di notte la felpa è obbligatoria. Il che è veramente destabilizzante se poi ripensi alla canicola del primo pomeriggio.

La mezza estate è propizia agli amori e ai matrimoni, anche se Oberon e Titania, rispettivamente re e regina delle fate, non fanno altro che litigare nella commedia di Shakespeare.

Il sogno shakespeariano ci insegna una cosa importante sulla nostra condizione umana e sulla necessità di restare umili: i nostri amori così totalizzanti non sono altro che lo scherzo di un folletto, che ride di noi dalle profondità del bosco.

Il sogno shakespeariano ci ricorda che i nostri sentimenti sono in balia di forze oscure e imperscrutabili, e la realtà in cui ci muoviamo non è altro che un gigantesco teatro di inganni, gelosie e frivolezze.

Ma sopra ogni cosa il sogno shakespeariano ci ricorda quanto la nostra visione del mondo e le emozioni che proviamo, molto spesso siano il frutto di immaginazione e autosuggestione.

Dice Teseo nella scena prima dell’atto V: “[…] Gli amanti e i pazzi hanno cervelli che fremono, hanno una fantasia così piena di inventiva che concepiscono più di quanto la fredda ragione comprenda. Il lunatico, l’amante e il poeta sono fatti di immaginazione”.

Non credo sia casuale la scelta di abbinare coloro che amano, coloro che perdono la ragione e coloro che scrivono versi.

Se uniamo questa riflessione alla celebre “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, sempre da “La Tempesta” del drammaturgo inglese, possiamo concludere che spesso le cose a cui conferiamo importanza non sono altro che illusioni, e come tali andrebbero trattate.

Al folletto Robin Goodfellow, anche detto Puck, è affidato il compito di congedarsi dal pubblico alla fine della commedia: “Se noi ombre vi abbiam dato noia, pensate a questo e tutto sarà risolto: che non avete fatto altro che dormire mentre apparivano queste visioni, e che questa messinscena futile e oziosa, altro non è che un lungo sogno”

La periferia

Un cliché piuttosto comune nella letteratura francese del diciannovesimo secolo è rappresentato dal giovane ragazzo di periferia che ambisce con le tutte le sue forze a diventare un cosmopolita uomo di mondo.

Il ragazzo in questione è sempre un po’ insoddisfatto, arrivista, e di certo desidera celare le sue radici campagnole. Il suo unico obiettivo sono le grandi luci della città. Non a caso, Parigi è detta la Ville Lumiere, l’urbe dalle mille luci.

Il ragazzo in questione di solito cerca di passare per ciò che non è. Inizia con l’indebitarsi per poi sprofondare nell’inevitabile tragedia. Questo accade nei romanzi di Honoré de Balzac, ma accade soprattutto alla povera Madame Bovary di Flaubert, incapace in tutto e per tutto di accettare una noiosa vita di paese corredata dal suo noiosissimo matrimonio.

Sembra quasi che questi scrittori vogliano ricordarci quanto sia impossibile diventare cittadini se si nasce provinciali.

Provinciale, poi, come aggettivo in italiano, ha anche una connotazione piuttosto negativa, indica qualcuno di vedute decisamente ristrette.

Ecco allora che di nuovo la città, rispetto alla periferia si impone come una macchina che può regalare il successo e la scalata sociale, oppure può rimanere una chimera inarrivabile. In effetti, parlando dei giorni nostri vi sfido a trovare un appartamento in affitto a Milano ad un prezzo umano.

Eppure, la città ci attira sempre, ci appare come luogo di fermento in cui spesso proiettiamo ciò che vorremmo essere. Di questo potete chiedere conferma a qualsiasi studente di provincia che affronta il suo primo giorno di scuola superiore in centro.

La città è magnetica. La lingua inglese ha addirittura una locuzione specifica per descrivere il dandy cittadino, il maestro della vita sociale sempre sulla cresta dell’onda: man-about-town, dov’è la parola town non è certo messa a caso.

Chiarito il ruolo della grande capitale nel nostro immaginario, che cosa resta dunque alla periferia?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, come tutti sanno, gli Stati Uniti ci hanno inondati di dollari e questo ha fatto sì che il boom economico riempisse di cemento le nostre periferie, prima così rurali.

Alle Golosine, al bivio fra Stradone Santa Lucia e via Roveggia (cioè dove sono cresciuto), c’era un vecchio Bar Sport, allora detto “Osteria”, dal quale si potevano guardare le pecore che placidamente brucavano la campagna circostante.

Ma il libero mercato non perdona, e così sono sorte periferie anonime, esplose in maniera troppo rapida oltre la circonvallazione. Sembrano adolescenti cresciute troppo in fretta, senza ancora un’identità precisa.

Periferie che boccheggiano, prive di aree verdi, costellate di esercizi commerciali che arrancano per stare al passo con l’innovazione.

Periferie nelle quali, tra un capannone industriale e i fogli di amianto, io vedo ancora qualcosa di genuino, forse per il fascino che esercitano su di noi i luoghi abbandonati e in rovina.

Restano scheletri di locali, discoteche, ristoranti, che dopo un certo successo negli anni ’90, si sono arresi e hanno agonizzato fino a qualche giorno fa.

Le erbacce spaccano pian piano l’asfalto, ridono delle saracinesche arrugginite e dei cartelli su cui sta scritto “Affittasi”.