La periferia

Un cliché piuttosto comune nella letteratura francese del diciannovesimo secolo è rappresentato dal giovane ragazzo di periferia che ambisce con le tutte le sue forze a diventare un cosmopolita uomo di mondo.

Il ragazzo in questione è sempre un po’ insoddisfatto, arrivista, e di certo desidera celare le sue radici campagnole. Il suo unico obiettivo sono le grandi luci della città. Non a caso, Parigi è detta la Ville Lumiere, l’urbe dalle mille luci.

Il ragazzo in questione di solito cerca di passare per ciò che non è. Inizia con l’indebitarsi per poi sprofondare nell’inevitabile tragedia. Questo accade nei romanzi di Honoré de Balzac, ma accade soprattutto alla povera Madame Bovary di Flaubert, incapace in tutto e per tutto di accettare una noiosa vita di paese corredata dal suo noiosissimo matrimonio.

Sembra quasi che questi scrittori vogliano ricordarci quanto sia impossibile diventare cittadini se si nasce provinciali.

Provinciale, poi, come aggettivo in italiano, ha anche una connotazione piuttosto negativa, indica qualcuno di vedute decisamente ristrette.

Ecco allora che di nuovo la città, rispetto alla periferia si impone come una macchina che può regalare il successo e la scalata sociale, oppure può rimanere una chimera inarrivabile. In effetti, parlando dei giorni nostri vi sfido a trovare un appartamento in affitto a Milano ad un prezzo umano.

Eppure, la città ci attira sempre, ci appare come luogo di fermento in cui spesso proiettiamo ciò che vorremmo essere. Di questo potete chiedere conferma a qualsiasi studente di provincia che affronta il suo primo giorno di scuola superiore in centro.

La città è magnetica. La lingua inglese ha addirittura una locuzione specifica per descrivere il dandy cittadino, il maestro della vita sociale sempre sulla cresta dell’onda: man-about-town, dov’è la parola town non è certo messa a caso.

Chiarito il ruolo della grande capitale nel nostro immaginario, che cosa resta dunque alla periferia?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, come tutti sanno, gli Stati Uniti ci hanno inondati di dollari e questo ha fatto sì che il boom economico riempisse di cemento le nostre periferie, prima così rurali.

Alle Golosine, al bivio fra Stradone Santa Lucia e via Roveggia (cioè dove sono cresciuto), c’era un vecchio Bar Sport, allora detto “Osteria”, dal quale si potevano guardare le pecore che placidamente brucavano la campagna circostante.

Ma il libero mercato non perdona, e così sono sorte periferie anonime, esplose in maniera troppo rapida oltre la circonvallazione. Sembrano adolescenti cresciute troppo in fretta, senza ancora un’identità precisa.

Periferie che boccheggiano, prive di aree verdi, costellate di esercizi commerciali che arrancano per stare al passo con l’innovazione.

Periferie nelle quali, tra un capannone industriale e i fogli di amianto, io vedo ancora qualcosa di genuino, forse per il fascino che esercitano su di noi i luoghi abbandonati e in rovina.

Restano scheletri di locali, discoteche, ristoranti, che dopo un certo successo negli anni ’90, si sono arresi e hanno agonizzato fino a qualche giorno fa.

Le erbacce spaccano pian piano l’asfalto, ridono delle saracinesche arrugginite e dei cartelli su cui sta scritto “Affittasi”.

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