La chiusura

Difficile pensare ad una chiusura cinematografica più memorabile di quella di Eyes Wide Shut, ultimo capolavoro di Stanley Kubrick: dopo le mille peripezie che conducono i due coniugi sull’orlo della crisi di nervi, Nicole Kidman guarda fisso negli occhi Tom Cruise: “C’è solo una cosa che dobbiamo fare… Scopare”.

In effetti, entrambi in modo diverso si trovano in balìa di istinti profondi e oscuri, in balìa di fiumi carsici in fondo alla psiche che non smettono mai di scorrere, per quanto coperti dalle rispettabili norme di buon portamento imposte dalla società.

Questi istinti possono davvero farci perdere in un secondo tutto quello che abbiamo costruito? Nel caso di Eyes Wide Shut un matrimonio felice, una solidità economica invidiabile e l’aver messo al mondo una bambina?

Fino a che punto abbiamo imparato a non dare ascolto a noi stessi per non turbare il nostro risibile quieto vivere?

Nei nostri comportamenti quanto c’è di vero e quanto c’è di costruito?

Forse le risposte a queste domande inizieremo ad intravederle solo approssimandoci alla chiusura. Forse ci verrà da ridere e scopriremo che le cose dietro le quali ci siamo tanto affannati erano sciocchezze, che non aveva senso essere tesi, nervosi e impauriti di fronte a questa o quell’altra situazione.

Vi capita mai di sorridere pensando a ciò che vi spaventava da bambini? Tipo quel corridoio che da piccoli percorrevate di corsa per paura del buio?

Quello stesso corridoio che anni dopo è stato il vostro rifugio, al termine di una notte di bisboccia con gli amici del Bar Sport…?

Magari, con l’approssimarsi della chiusura, tutta la vita ci sembrerà un corridoio buio in cui in fondo, non c’era nulla da temere.

Chiusura, al bar significa abbassare le saracinesche, dare un colpo di scopa ai pavimenti e lavare per terra, con le luci soffuse e le sedie rovesciate sui tavoli, e tutte le chiacchiere del giorno che scivolano via come la schiuma nel secchiaio dietro il bancone.

Mi piace pensare a Ruggero Caumo, il barman di Ernest Hemingway al celebre Harry’s Bar di Venezia, mentre prepara un ultimo Daiquiri allo scrittore americano che lotta con i suoi demoni. Forse Ruggero, mentre miscela sapientemente gli ingredienti il cocktail notturno, sa che in qualche modo entrerà, a buon diritto, fra le pagine del premio Nobel per la letteratura.

Mi piace immaginarlo mentre fa due chiacchiere con il maestro del romanzo americano, guarda l’orologio e il drink che ha appena finito di versare: “Mr Hemingway, questo è proprio l’ultimo, che tra poco, è ora di chiusura”.

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