Autore: marcogavioli

Ma che ne so.

Bar Sport, capitolo secondo: Il Chiarissimo


Il Chiarissimo entrò fra l’entusiasmo generale sbattendo un po’ la porta, come il più famigerato cacciatore di taglie nel Far West.

Fece la sua entrata trionfale, il bar sport divenne improvvisamente un saloon e io giurai che fosse pronto ad ordinare un whiskey per sé e uno per il suo cavallo, puntando la pistola contro lo sceriffo corrotto in stile Tex Willer.

Il Chiarissimo mi incuriosiva, anche perché era l’unico che nel bar godeva di più d’un soprannome, tanto era camaleontica la sua personalità.
In effetti, nel suo caso lo scarto fra l’essere camaleontico e la schizofrenia era decisamente labile. Lo chiamavano Chiarissimo per i suoi capelli biondastri e la tinta tenue del viso. Lui diceva che si era scolorito a forza di lavorare con la fiamma ossidrica, come una specie di abbronzatura al contrario. La maggior parte degli altri avventori invece aveva la pelle di cuoio, cotta dal lavoro agricolo sotto il sole.

Il Chiarissimo aveva sempre la battuta pronta, fulminea, e nessuno riusciva ad avere l’ultima parola quando discuteva con lui. Parlava una strana miscela tutta sua di italiano quando voleva fare filosofia da bar, e di dialetto quando invece voleva risultare più efficace.

La filosofia da bar mi divertiva sempre molto, perché chiunque al bancone possiede una formula magica, razionale e argomentata per risolvere i problemi dell’universo, formula che inevitabilmente si dissolve non appena si varca la soglia dell’uscita e si torna al grigio mondo reale fatto di panni da stendere e mogli che passano il loro tempo a berciare contro i mariti inadempienti.

D’altronde, in quella fucina di idee a breve scadenza che era il bar sport, più si beveva e più le formule magiche e sgangherate di cui sopra acquistano credibilità, e tutti si sentivano investiti di quella saggezza momentanea e illuminante che solo l’alcol sa regalare; infatti, anche le alleanze e le amicizie più momentaneamente indissolubili erano bagnate di vino.

Tornando al Chiarissimo, che di certo non era un avvinazzato ma nemmeno un santo, avevo scoperto che era detto anche Gigi Riva non appena le sue mani fatate toccavano le manopole del calcio balilla. Era un vero fuoriclasse del calcio da bar, uno che avrebbe potuto competere a livelli molto più alti della bassa veneta.

Era un attaccante indomabile e quando si iniziava a giocare le sue uniche parole, perentorie è un po’ minacciose erano “Non si frulla”, facendo riferimento a quel movimento rotatorio sguaiato tipico dei principianti. Io, come tutti gli imberbi giocavo più che altro al flipper, che era a un livello inferiore rispetto al calcetto.

Lo guardavo giocare con la coda dell’occhio, e non capivo come potesse governare in maniera così sicura la manopola centrale dei centrocampisti, con tutti quegli omini di plastica impossibili da mettere d’accordo.

Quello era forse l’unico momento in cui le varie personalità del Chiarissimo si fondevano per un unico obiettivo: quello di fare goal, e ovviamente farsi offrire un giro dai perdenti.

Bar Sport, capitolo primo: i nomi da bar.

Dare un nome è qualcosa di estremamente arrogante.
Una vera attività demiurgica, da creatori dell’Universo.
Non a caso colui che dà il nome alle cose è il Dio della Genesi (poco importa quale sia il vostro Dio e quale sia la vostra genesi, arriverà un punto in cui qualcuno dirà “Queste si chiameranno tenebre, e queste si chiameranno stelle”)

Spoiler alert: tendenzialmente nelle Genesi l’uomo è creato con il fango, lo stesso fango sul quale piscia il vostro cane, il che forse dovrebbe ridimensionarvi un attimo… ogni volta che provate un po’ d’ansia per questioni risibili (cioè praticamente tutte le questioni umane) pensate ai gatti che scavano nel fango con cui foste creati e ricordatevi perché lo fanno.

A proposito di animali domestici: siete voi a dar loro un nome a cui forse risponderanno, e non è un caso che poi vi consideriate i loro padroni. Non sareste tali se non aveste chiamato Gilda la vostra cocorita o Pablito il vostro cane.

Che responsabilità decidere come si chiamerà qualcuno.

Che dire infatti dei genitori: conferire al nascituro un nome convincente è il primo, supremo atto d’amore. Oppure puoi essere davvero un criminale e condannare i vari Gionatan, Kevin e le varie Gennifer al pubblico ludibrio per l’eternità (peraltro registrandoli all’anagrafe con le grafie più fantasiose). Non che i magniloquenti Marcantonio e Clotilde se la passino molto meglio eh. Però…

Insomma, dare un nome è un atto di profondissima responsabilità, di avveduta coscienziosità, di solenne autorevolezza: infatti i nomi ci vengono dati da Giove Pluvio, dal Dio di Abramo e Isacco, dai Padri, dalle Madri…

ma soprattutto, i nomi ci vengono dati nei bar di paese.

Al bar sport quando raggiungi l’età della ragione, la piena maturità per uscire dalla massa indistinta dei bocia… beh è lì che tutto ha inizio, è a quel punto che acquisisci, finalmente, a furor di popolo una tua identità.

Perché ricordati che al bar sport, finché bevi spuma e ti fai offrire ghiaccioli pieni di coloranti, resti poco più che un poppante… Questo, fino al giorno in cui qualcuno, inaspettatamente, non ti battezza; il fonte battesimale è una damigiana di vino di dubbia qualità, ma che va giù che è una meraviglia tra una briscola e l’altra.

Il bancone del bar del paese è il tuo rito di iniziazione, il tuo altare, ti chiama a nuova vita. Gli avventori della locanda, specie i più anziani, sono i tuoi sommi sacerdoti, la Gazzetta è la tua Sacra Bibbia.

Anche perché diciamoci la verità: nei bar veneti il Dio di cui sopra non solo conta poco, ma ne esce anche piuttosto malridotto.

Nietzsche is not enough

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Vorrei avere sempre della gran burocrazia da fare,
perché quando ho della gran burocrazia il mio cervello si ribella
e mentre metto insieme scartoffie piene di errori,
lui continua a girare per i ca**i suoi
e a me vengono delle grandi curiosità e delle grandi tempeste.

Mi smarrisco un po’ nel regno delle potenzialità,
anche se non ho le energie per realizzare tutto quello che vorrei realizzare.

Oppure, riprendo in mano dialoghi lasciati a metà anni prima:
una volta stavo in vacanza con la mia famiglia in qualche borgo toscano vicino Siena, era luglio ed tutto era un abbaglio. Le pietre erano bollenti e gli oleandri oscillavano. Non c’erano gli smartphone nel 2005 e quindi io avevo con me un romanzo (non ricordo quale ma ricordo che mi teneva abbastanza incollato alle pagine). Se avessi avuto uno smartphone avrei letto molto meno e forse ora farei un altro mestiere. Avevo un pacchetto di sigarette in tasca e quindi mi sentivo il più fiquo dell’universo. Mi staccavo da mamma papà e sorelle e andavo a leggere per gli affari miei. Ero nell’estate fra la quarta e la quinta superiore, suonavo la chitarra dignitosamente per una vacanza, avevo capelli improponibili. Avevo una fidanzata a Verona che mi aspettava. Insomma, la fortuna mi arrideva.

In un giardino sperduto in cui sono seduto a leggere arriva un trio: due ragazzi e una ragazza. Sembrano simpatici. Mi sembrano vecchissimi, come ti sembrano vecchissimi tutti quelli che hanno più di 23 anni quando tu ne hai 16. Vado a parlare con loro. Sono napoletani, chiacchieriamo. Mi offrono un sorso di birra ma io non accetto perché sono troppo piccolo per bere la birra. A quello più barbuto faccio una domanda ingenua, terribilmente infantile: “Chi è il tuo filosofo preferito?”. Lui ci pensa e risponde “Mah, forse Nietzsche”. Io sono fregato perché sono arrivato a malapena a Hegel alla fine della quarta. Gli dico “Ah, figo”.

L’impotenza di quel momento mi è rimasta impressa. Volevo anch’io fare l’universitario che viaggia e beve birra con i suoi amici e ha un filosofo preferito. Vorrei rivedere i tre napoletani adesso. Forse avrei qualcosa di minimamente sensato da rispondere.

Torno da mamma, che finge di non accorgersi che fumo. Mia sorella piccola è una fontana di lacrime perché un’ape l’ha punta.
Io sbuffo e ho una voglia incredibile di essere,

più o meno eh,

quello che sono adesso.

Quasi d’amore.

Non esistono perfezioni, ma l’ho scoperto piuttosto tardi.
Quando ho capito che le cose non stavano come le avevo immaginate da bambino, ho provato delusione ma anche sollievo. Mi è mancata la terra da sotto i piedi, e allo stesso tempo mi sono sentito assolto: non ero tenuto ad essere impeccabile.

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“Muoviti!” mi disse tirandomi per la manica, mentre correva con le sue gambe da airone che non sapevano più di ragazzina senza essere ancora quelle di una donna. I suoi malleoli distruggevano i fili d’erba alta che osavano ostacolare la sua corsa furiosa e leggera; quando sfioravamo le mulattiere alzavamo sabbia e sassolini. Una delle sue scarpe di tela, scarpe da ginnastica, era parzialmente slacciata, ma la cosa non sembrava turbarla. Alla fine dell’anno scolastico, le Superga da mercato che mia madre mi comprava a settembre non erano più relegate alle ore di ginnastica, e diventavano le calzature estive ufficiali: le suole che servivano solo per il gioco controllato della palestra inauguravano la stagione di gioco perpetuo che era l’estate. Mi sembrava una specie di piccolo miracolo, come quando alle elementari, a casa del compagno di classe, ad un certo punto rimanevamo scalzi per giocare più agevolmente alla lotta in cameretta. Io e Lene, in due, facevamo poco più di trent’anni. Lei autoctona, un po’ selvatica, io mandato in campagna per temprarmi e respirare aria buona. «Cristo, muoviti!»; avrei voluto accelerare ancora, ma avevo il fiatone ed ero al limite delle mie capacità muscolari; eppure non potevo permettermi di non star dietro a una femmina nella corsa. I suoi capelli, paglierini e lunghi, raccolti in una treccia ormai sfatta, rimbalzavano sulla canottierina a righe che aveva addosso, e che le lasciava le spalle di miele scoperte. Il suo accenno di seno mi teneva sveglio la notte, ma non sapevo ancora sfogare efficacemente quel desiderio prepotente e distantissimo in fondo alla mia coscienza. Prima di iniziare a correre come pazzi eravamo seduti nel suo giardino, lei stava cercando di insegnarmi un gioco di carte che faticavo a capire; era quasi il tramonto di una giornata estiva che non accennava a finire e io pensavo solo ai compiti di matematica che dovevo fare e a un libro dell’orrore che volevo terminare di leggere, preziosa eredità di un cugino più grande; Lene aveva sentito la sirena del battello che riportava gli operai dall’altra parte dell’immenso fiume, fino alla grande segheria che dava da mangiare a tutte le famiglie del borgo. Aveva gettato via le carte con un gesto inconsulto, si era alzata con un entusiasmo tale da ribaltare la sedia su cui era seduta e mi aveva intimato di seguirla, non preoccupandosi affatto di sapere se ne avessi voglia o meno; era un tratto tipico della sua personalità: prendeva iniziative dando per scontato che gli altri l’avrebbero seguita. Io provavo un misto di antipatia quando la mia volontà, o per meglio dire la mia persona, non erano in alcun modo prese in considerazione. Allo stesso tempo provavo un disperato desiderio di emularla, di pensare meno e agire di più. Al suono della sirena avevamo così iniziato a correre per le strade di quel paesino minuscolo, neanche degno di una chiesa. In un minuto scarso l’avevamo attraversato, diretti come forsennati verso l’argine. Mentre credevo che i polmoni mi esplodessero mi ricordai delle parole che mi aveva detto il giorno innanzi: «Quando il battello parte spaventa sempre un banco di pesci, e allora li vedi muovere tutti in gruppo. Sembra una specie di… concerto d’argento sott’acqua». Ogni tanto mi stupiva la sua capacità di inventare delle metafore a prima vista ingenue ma perfettamente efficaci. Mi pareva che non le bastassero le parole che conosceva per descrivere le cose che le piacevano. Una volta mi aveva detto «Vieni con me, ti faccio conoscere una mia amica» e mi aveva trascinato lungo un sentiero, al termine del quale immaginavo di trovare una casa, una famiglia e una nostra coetanea che evidentemente non avevo mai incontrato. Al contrario, ci fermammo presso una pozza d’acqua stagnante: «Ecco questa pozza è mia amica», e ci lanciò un paio di ciottoli dentro guardando i cerchi concentrici che increspavano l’acqua verdastra. Io non capivo. Eppure, nella sua testa, era perfettamente normale che una ragazzina potesse definire amica una pozza d’acqua. Era una cosa che esulava anni luce dalla mia logica. Mentre mi parlava del concerto di pesci, non avevo ascoltato Lene con l’attenzione che meritava perché guardavo le sue gambe, il suo sedere stretto in un paio di jeans tagliati a mo’ di shorts, guardavo le sue iridi di un verde che non esisteva in nessuna delle mie compagne di classe. Non l’avevo ascoltata anche perché spesso faceva discorsi un po’ strani, o almeno così suonavano al mio orecchio da figlio della città con l’inverno tutto impacchettato di impegni e rigore. A volta a scuola mi veniva una voglia terribile di rovesciare il banco su cui ero chino, urlare qualcosa a caso contro le professoresse e i miei compagni, fare uno di quegli urli che ti spaccano la gola di entusiasmo e correre via con i talloni che mi sfioravano il sedere per la foga. Non lo facevo mai: ero il primo della classe, e la mia ribellione rimaneva una scena di ordinaria follia nella mia testa annoiata. Lene era fatta della stessa materia di cui era fatta quell’energia repressa dentro di me.

Si era arrivati finalmente all’argine erboso, il fiume palpitava placido sotto i nostri occhi mentre il battello si apriva un varco fra le acque. Una cicala friniva e si sentiva in lontananza uno scampanare di vacche. In quell’ora crepuscolare i capelli di Lene diventavano di rame. Si mise a scrutare attentamente l’acqua e a un tratto disse «Eccoli!». Mi indicò uno sfarfallio ondeggiante, un muoversi di squame che riverberava di luce. «Sono belli, vero?» mi chiese senza attendersi veramente una risposta. Mi abbandonò e si diresse verso l’albero più vicino, che scalò agevolmente fino a sedersi sul ramo più alto. Non era salita per vedere meglio i pesci, si era arrampicata perché aveva voglia di farlo e basta. «Vieni su!»; la guardai esitante. «No dai, è tardi. Mia nonna mi aspetta. Non ne ho voglia» che significava che mi faceva un po’ paura salire così in alto come aveva fatto lei. In pochi istanti scattò e non si fece attendere: saltò da un’altezza che mi parve spropositata, una cosa che mia madre non mi avrebbe mai permesso di fare. «Va beh, andiamo», disse un po’ scontenta. «Beh comunque erano belli i pesci» dissi in un maldestro tentativo di rincuorarla. Mi venne voglia di prenderle la mano, cosa che ovviamente non feci. Mentre ripercorrevamo camminando la via dell’andata, qualche vecchio iniziava ad accendere le lucerne fuori dai portoni delle case. «Sai pescare?» mi disse a un certo punto. «Beh, io… non l’ho mai fatto». «Magari ti insegno. Beh ciao» e puntò dritta a casa sua girando l’angolo. Mia nonna era sulla porta che mi aspettava. Non avevo voglia né di cenare, né di dormire.

Il tuo lavoro non è la tua vita (HAHAHA SEMBRA UN TITOLO DI INTERNAZIONALE BY OLIVER BURKEMAN)

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Incredibile, l’ultima volta che ho scritto due righe eravamo nel decennio scorso.
Uh, come passa il tempo.
Vorrei parlare di alcune cose sciocche, al mio solito, che tramite un procedimento induttivo mi rivelano aspetti più en profondeur del nostro miserando passaggio su questa terra.

In generale sto ricavando qualche saggezza dai miei 30s: tipo non lo so, che io non sono il centro dell’universo; che quello che ritengo importante è decisamente più trascurabile di quanto io non creda.

Su questo aspetto ci sto ancora lavorando: è difficile arrendersi alla mediocrità se da bambino eri il più bravo a scrivere in una scuola di periferia urbana in una classe di veri figli del proletariato. Ci sono voluti orizzonti ben più ampi per convincermi del fatto che non sono speciale come la maestra mi aveva fatto credere.

Nel lento tentativo di arrendermi al fatto che non sono un enfant prodige mi sono reso conto di alcune cose:

1- Questa follia dell’efficienza nel capitalismo occidentale ha rotto il c***o. Il dogma dell’efficienza è quanto di meno umano esista. Tipo che quando stai pisciando nel bagno di un bar, a neanche metà dello svuotamento vescicale piombi nelle tenebre più assolute. E a quel punto, con il tuo arnese ancora fra le mani non puoi far altro che ondeggiare o portare in alto mano(seguiiltuocapitanooo) per far resuscitare quella ignobile fotocellula. Ai baristi dico che quello che risparmierete nella bolletta della luce lo perderete in detersivi: credete che al buio uno riesca davvero a pisciare dentro la tazza (ondeggiando)?

2- Una volta ero molto stressato e ritenevo che il mio lavoro fosse tutta la mia vita. Fu una fase molto difficile che seguiva il tragico momento della fine degli studi umanistici. L’ansia che ne conseguì fu una delle prime sberle che presi dal mondo. Quando iniziai a perdere il sonno decisi quindi di iscrivermi a un corso di training autogeno, senza sapere bene cosa fosse. Pagai la quota e seguii il corso per tentare di centrare la mia vita come si centra la ruota di una bicicletta con i raggi sballati.

Non posso dire che il corso non sia stato efficace: le tecniche di allontanamento dello stress funzionavano così bene che dopo 5 minuti di training piombavo nel sonno più oscuro e senza sogni di cui possa godere un cristiano. Tecnicamente, quindi IO NON HO MAI FREQUENTATO UN CORSO DI TRAINING AUTOGENO.

3- Raga è inutile che durante le riunioni mi parliate col labiale perché non sono sordomuto e non capisco un ca**o e provo un imbarazzo indegno e alla fine sono costretto a mentirvi facendo cenno che ho capito.

4- Che palle quelli che se la prendono con l’apparenza sui social e con la non autenticità di ciò che mostriamo sui social e alla fine laggente rivela solo il lato più bello di sé sui social e bla bla bla. Dio mio, è ovvio che su Instagram ti pubblico la foto dove sono particolarmente fiquo e il tramonto sul Vesuvio. Cosa devo pubblicare, la bolletta delle Acque Veronesi? Se questa positività finta e piena di filtri non ti piace, stacca internet e prova a cercare lavoro con una laurea in lettere.

5- Vivo gettando le ansie e le preoccupazioni di cui sopra in un grande scompartimento stagno in fondo al mio cervello. Ogni tanto tracima e lì son ca**i amari. Ma finché tutto se ne sta lì io sono felice. Superficialità? Forse. Ma quelli che dicono che i problemi vanno affrontati mi indispongono quasi quanto le fotocellule nei bagni. Più mi inoltro nella maturità, più ho l’impressione che l’essenza della vita sia scansare i problemi, fino a quando ci si riesce.

Quando il fardello dei vostri problemi diverrà insostenibile, fidatevi di me:
iscrivetevi a un corso di training autogeno.

Tu vuo’ fa’ l’Americano (Campari, vermut e una spruzzata di soda).

Comunque, io le prendevo.
Se da piccolo facevo il cretino, le prendevo.
(intravedo già pedagoghi contemporanei che si stracciano le vesti per l’orrore)
Non so, magari sono stato l’ultimo bambino nell’Occidente industrializzato a prenderle.
(Te ne do tante che te le ricordi finché non vai militare era un simpatico refrain di mia madre, che evidentemente non sapeva che il servizio di leva obbligatorio è stato abolito per la classe 1989)

Il punto è che facevo (faccio) piuttosto spesso il cretino; credo di aver messo a dura prova la pazienza dei miei genitori. Ricordo anche un memorabile manrovescio di mio padre quando avevo 16 anni ed ero un vero rebel, ed ero supremo e patetico come scrivono gli Ouchi Toki, magistralmente, nel brano Il ballerino.

Comunque, quel ceffone mi è stato utile, mettiamola così.

Da bambino, prenderle, in concomitanza con una raffinata rete di punizioni e sensi di colpa indotti, era qualcosa che però cozzava violentemente con il fatti valere di matrice patriarcale trasmessomi senza dolo da mio padre.

Il risultato di questa LACERANTE DICOTOMIA (SCUSATE IL MAIUSCOLO MA QUESTA LOCUZIONE L’HO TROVATA SCRITTA IN UN BOTTO DI MANUALI DI LETTERATURA E NON VEDEVO L’ORA DI USARLA) è stato un mio generico rammollimento o, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, una mia predilezione per la nonviolenza.

Lo scontro mi stressa e mi stanca enormemente. Poi, le tendenze più bestiali della mia persona devono uscire pur in qualche modo, e così sfogo i miei istinti da serial killer in questi frangenti:
1- Quando a momenti sfondo il foglio con la penna rossa mentre correggo temi sconclusionati dei miei alunni/e.
2- Quando faccio la lotta con le mie sorelle.
3- Quando mi incazzo con la mia partner di turno per delle idiozie passivo-aggressive salvo poi pentirmene e chiederle scusa per le 24 ore successive che alla fine dei conti aver spostato lo stendino delle mutande non è poi così grave, dai.

Al contrario, contro ogni pronostico, quando mi trovo davanti a un venditore di biciclette che mi ha rifilato un mezzo che si spacca ogni due mesi e mi chiede anche denaro per ripararlo, beh, sono un agnellino. Quasi amichevole. Che fenomeno bizzarro.

Data questa lunga prolusione, ora vi racconterò del fiotto di bile che ho ricevuto in pieno volto qualche sera fa. Mi trovavo a una festa (mi trovo spesso a delle feste). Un convitato che non conosco seduto da solo su un divano, sentendo che sto parlando di biciclette con un amico si intromette nel discorso, che qui traduco in lingua italiana:
-Ah ma vai in bici?
Io fieramente: -Non ho altro mezzo-, sorrido.
-Ma sei un ciclista?- (tautologicamente)
-Vado anche in bici da corsa nel fine settimana.
-ALLORA SE VEDI UNA BMW ROSSA CHE CERCA DI AMMAZZARTI SONO IO, DIO ****. IO LI INVESTIREI TUTTI I CICLISTI DIO ****.
Cerco di assumere l’aria più affabile che mi riesca e con voce scherzosa: -Quantomeno non inquino, dai.
-MA CHE CAZZO ME NE FREGA DELL’INQUINAMENTO DIO ****-
Mi volto verso il bartender: -UN ALTRO AMERICANO PER FAVORE.

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Prendere un altro drink insomma, mi è sembrata la cosa più saggia da fare. Eppure mi chiedo: quale frustrazione porta a pronunciare parole simili all’indirizzo della mia persona, e per giunta a una festa? Perché non potevamo riempirci il bicchiere a vicenda e fare due parole in tranquillità?

E per inciso, esattamente, chi cazzo ti conosce?

In any case, fai bene a non preoccuparti dell’inquinamento.
Sarà l’inquinamento a preoccuparsi di te.
OPPURE SI PREOCCUPERÀ DI TE GRETA THUNBERG CHE IERI È STATA NOMINATA PERSON OF THE YEAR DAL TIME, BOOM BABY,  E ADESSO PEDALA.

Ero talmente scosso che sono fuggito e ho concluso la serata con altre compagnie, a Madonna Verona: poesia!

30 anni, Bologna, dicembre.

 

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Ma in fondo, che ne so?

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo. Ogni mattina io sono deputato a “sapere”, devo rispondere a domande che spaziano dalla perifrastica passiva (non lo so nemmeno io) alla mia opinione sulla trap. A volte si gioca un po’ di immagine, non c’è dubbio: più che conoscere bene la materia (anche il più preparato ha qualche lacuna qui e là), a volte ho l’impressione che mi sia richiesta un po’ di autorevolezza.

Per autorevolezza intendo quella sensazione rassicurante tipica dell’infanzia per cui c’è sempre un adulto che sa come gira il mondo e prende in mano la situazione mentre io mi sbuccio le ginocchia spensierato.

La fiducia nell’autorevolezza è quella cosa che perdi quando vedi in che modo gestiamo il debito pubblico italiano: danziamo nel ventre del Titanic cercando di non fare caso al pavimento che si inclina.

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo: gli alunni chiedono sicurezze mentre io devo ancora superarla questa cosa che non farò mai il paleontologo al Jurassic Park.

(Per non parlare di quando mi tocca per forza prendere l’ascensore e io odio gli ascensori, bontà di Dio fatele ‘ste due scale)

E dunque, la più consistente scoperta della mia maturità è che l’età non è affatto garanzia di saggezza. Ciò mi ha alquanto destabilizzato, anche per l’estrema ammirazione che ho sempre riservato ai miei maestri. Eppure, la loro incapacità di gestire alcuni aspetti delle loro vite mi ha quasi ferito.

Ho letto una volta su internet, non so dove:

È terribile quando la situazione avrebbe bisogno di un adulto per risolversi e l’adulto sei tu.

Mi interrogo su queste cose perché si dà il caso che questo sarà il mio primo Natale da trentenne. E non credo di essere mai stato così sereno, tutto sommato; va beh, senza il conservatorio è gioco facile essere felici.

Parliamoci chiaro: i festeggiamenti a casa mia per l’occasione sono stati decisamente MEMORABILI, e credo che nessuno degli invitati possa negarlo. Ma ora viene il momento del ritorno all’ordine e di alcune rivelazioni che a quanto pare sono rimaste inespresse, seppur nell’aria, per mesi e mesi.

Domenica ho fatto due passi a Bologna, con Claudia, ed era bello immaginarla lì, qualche anno prima, da studentessa, quando ancora non sapevo esistesse. Tornando, in treno le ho letto qualche pagina di Più lontano ancora di J. Franzen, in cui si parlava di quanto il tentativo di piacere a tutti sia in ultima analisi una rinuncia alla propria dignità. Era da molti anni che non leggevo ad alta voce a scopi non professionali.

Claudia pensa meno della metà rispetto a me e agisce il doppio. Ricordo con un brivido quando per la prima volta, a Trieste, durante quest’estate appiccicosa mi ha raccontato il limbo dei profughi nei campi in Grecia, dove ha fatto la volontaria.

Mi sono quasi sentito in colpa a mangiare, dopo. Ho ridimensionato le mie “sfortune”.

Claudia mi ha fatto conoscere Giulia, che si occupa di richiedenti asilo in Egitto. Ho invitato Giulia a parlare a scuola, perché io non ho visto abbastanza mondo e non ho visto abbastanza sofferenza per rendere conto della realtà dorata in cui viviamo noi.

In fondo, se i boomers hanno le loro mancanze, non significa che non possiamo raccontarci storie, scambiare opinioni ed esperienze, leggere due righe ad alta voce.

P. S.  Con parole altrui:

Do not go gentle into that good night […]
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning
they Do not go gentle into that good night.

Dylan Thomas