Autore: marcogavioli

Ma che ne so.

La chiusura

Difficile pensare ad una chiusura cinematografica più memorabile di quella di Eyes Wide Shut, ultimo capolavoro di Stanley Kubrick: dopo le mille peripezie che conducono i due coniugi sull’orlo della crisi di nervi, Nicole Kidman guarda fisso negli occhi Tom Cruise: “C’è solo una cosa che dobbiamo fare… Scopare”.

In effetti, entrambi in modo diverso si trovano in balìa di istinti profondi e oscuri, in balìa di fiumi carsici in fondo alla psiche che non smettono mai di scorrere, per quanto coperti dalle rispettabili norme di buon portamento imposte dalla società.

Questi istinti possono davvero farci perdere in un secondo tutto quello che abbiamo costruito? Nel caso di Eyes Wide Shut un matrimonio felice, una solidità economica invidiabile e l’aver messo al mondo una bambina?

Fino a che punto abbiamo imparato a non dare ascolto a noi stessi per non turbare il nostro risibile quieto vivere?

Nei nostri comportamenti quanto c’è di vero e quanto c’è di costruito?

Forse le risposte a queste domande inizieremo ad intravederle solo approssimandoci alla chiusura. Forse ci verrà da ridere e scopriremo che le cose dietro le quali ci siamo tanto affannati erano sciocchezze, che non aveva senso essere tesi, nervosi e impauriti di fronte a questa o quell’altra situazione.

Vi capita mai di sorridere pensando a ciò che vi spaventava da bambini? Tipo quel corridoio che da piccoli percorrevate di corsa per paura del buio?

Quello stesso corridoio che anni dopo è stato il vostro rifugio, al termine di una notte di bisboccia con gli amici del Bar Sport…?

Magari, con l’approssimarsi della chiusura, tutta la vita ci sembrerà un corridoio buio in cui in fondo, non c’era nulla da temere.

Chiusura, al bar significa abbassare le saracinesche, dare un colpo di scopa ai pavimenti e lavare per terra, con le luci soffuse e le sedie rovesciate sui tavoli, e tutte le chiacchiere del giorno che scivolano via come la schiuma nel secchiaio dietro il bancone.

Mi piace pensare a Ruggero Caumo, il barman di Ernest Hemingway al celebre Harry’s Bar di Venezia, mentre prepara un ultimo Daiquiri allo scrittore americano che lotta con i suoi demoni. Forse Ruggero, mentre miscela sapientemente gli ingredienti il cocktail notturno, sa che in qualche modo entrerà, a buon diritto, fra le pagine del premio Nobel per la letteratura.

Mi piace immaginarlo mentre fa due chiacchiere con il maestro del romanzo americano, guarda l’orologio e il drink che ha appena finito di versare: “Mr Hemingway, questo è proprio l’ultimo, che tra poco, è ora di chiusura”.

Sogno di una notte di mezza estate

Mezza estate vuol dire più o meno il 5 di agosto, considerato che quest’anno il solstizio è iniziato il 20 giugno e finirà il 22 settembre.

Siamo in anticipo sulla tabella di marcia.

Che l’estate abbia qualcosa di onirico e immaginifico lo sappiamo fin da quando siamo bambini, perché la scuola finisce e ci si rivede a settembre. Vuol dire aver tempo, tantissimo tempo, per il gioco, quando il sole proprio non vuole scendere e ormai è ora di cena, e le foglie splendono di un verde che fa quasi male.

Poi arriva il mondo del lavoro che è altra cosa, ma comunque tradizionalmente agosto è mese di vacanza.

La notte di mezza estate ha una caratteristica importante: ti obbliga a tirar fuori dall’armadio la felpa di cui ti eri dimenticato.

Quando hai 16 anni e si gira in due in motorino con il preciso intento di far mattina, già verso le 3 di notte la felpa è obbligatoria. Il che è veramente destabilizzante se poi ripensi alla canicola del primo pomeriggio.

La mezza estate è propizia agli amori e ai matrimoni, anche se Oberon e Titania, rispettivamente re e regina delle fate, non fanno altro che litigare nella commedia di Shakespeare.

Il sogno shakespeariano ci insegna una cosa importante sulla nostra condizione umana e sulla necessità di restare umili: i nostri amori così totalizzanti non sono altro che lo scherzo di un folletto, che ride di noi dalle profondità del bosco.

Il sogno shakespeariano ci ricorda che i nostri sentimenti sono in balia di forze oscure e imperscrutabili, e la realtà in cui ci muoviamo non è altro che un gigantesco teatro di inganni, gelosie e frivolezze.

Ma sopra ogni cosa il sogno shakespeariano ci ricorda quanto la nostra visione del mondo e le emozioni che proviamo, molto spesso siano il frutto di immaginazione e autosuggestione.

Dice Teseo nella scena prima dell’atto V: “[…] Gli amanti e i pazzi hanno cervelli che fremono, hanno una fantasia così piena di inventiva che concepiscono più di quanto la fredda ragione comprenda. Il lunatico, l’amante e il poeta sono fatti di immaginazione”.

Non credo sia casuale la scelta di abbinare coloro che amano, coloro che perdono la ragione e coloro che scrivono versi.

Se uniamo questa riflessione alla celebre “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, sempre da “La Tempesta” del drammaturgo inglese, possiamo concludere che spesso le cose a cui conferiamo importanza non sono altro che illusioni, e come tali andrebbero trattate.

Al folletto Robin Goodfellow, anche detto Puck, è affidato il compito di congedarsi dal pubblico alla fine della commedia: “Se noi ombre vi abbiam dato noia, pensate a questo e tutto sarà risolto: che non avete fatto altro che dormire mentre apparivano queste visioni, e che questa messinscena futile e oziosa, altro non è che un lungo sogno”

La periferia

Un cliché piuttosto comune nella letteratura francese del diciannovesimo secolo è rappresentato dal giovane ragazzo di periferia che ambisce con le tutte le sue forze a diventare un cosmopolita uomo di mondo.

Il ragazzo in questione è sempre un po’ insoddisfatto, arrivista, e di certo desidera celare le sue radici campagnole. Il suo unico obiettivo sono le grandi luci della città. Non a caso, Parigi è detta la Ville Lumiere, l’urbe dalle mille luci.

Il ragazzo in questione di solito cerca di passare per ciò che non è. Inizia con l’indebitarsi per poi sprofondare nell’inevitabile tragedia. Questo accade nei romanzi di Honoré de Balzac, ma accade soprattutto alla povera Madame Bovary di Flaubert, incapace in tutto e per tutto di accettare una noiosa vita di paese corredata dal suo noiosissimo matrimonio.

Sembra quasi che questi scrittori vogliano ricordarci quanto sia impossibile diventare cittadini se si nasce provinciali.

Provinciale, poi, come aggettivo in italiano, ha anche una connotazione piuttosto negativa, indica qualcuno di vedute decisamente ristrette.

Ecco allora che di nuovo la città, rispetto alla periferia si impone come una macchina che può regalare il successo e la scalata sociale, oppure può rimanere una chimera inarrivabile. In effetti, parlando dei giorni nostri vi sfido a trovare un appartamento in affitto a Milano ad un prezzo umano.

Eppure, la città ci attira sempre, ci appare come luogo di fermento in cui spesso proiettiamo ciò che vorremmo essere. Di questo potete chiedere conferma a qualsiasi studente di provincia che affronta il suo primo giorno di scuola superiore in centro.

La città è magnetica. La lingua inglese ha addirittura una locuzione specifica per descrivere il dandy cittadino, il maestro della vita sociale sempre sulla cresta dell’onda: man-about-town, dov’è la parola town non è certo messa a caso.

Chiarito il ruolo della grande capitale nel nostro immaginario, che cosa resta dunque alla periferia?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, come tutti sanno, gli Stati Uniti ci hanno inondati di dollari e questo ha fatto sì che il boom economico riempisse di cemento le nostre periferie, prima così rurali.

Alle Golosine, al bivio fra Stradone Santa Lucia e via Roveggia (cioè dove sono cresciuto), c’era un vecchio Bar Sport, allora detto “Osteria”, dal quale si potevano guardare le pecore che placidamente brucavano la campagna circostante.

Ma il libero mercato non perdona, e così sono sorte periferie anonime, esplose in maniera troppo rapida oltre la circonvallazione. Sembrano adolescenti cresciute troppo in fretta, senza ancora un’identità precisa.

Periferie che boccheggiano, prive di aree verdi, costellate di esercizi commerciali che arrancano per stare al passo con l’innovazione.

Periferie nelle quali, tra un capannone industriale e i fogli di amianto, io vedo ancora qualcosa di genuino, forse per il fascino che esercitano su di noi i luoghi abbandonati e in rovina.

Restano scheletri di locali, discoteche, ristoranti, che dopo un certo successo negli anni ’90, si sono arresi e hanno agonizzato fino a qualche giorno fa.

Le erbacce spaccano pian piano l’asfalto, ridono delle saracinesche arrugginite e dei cartelli su cui sta scritto “Affittasi”.

La trasferta


La parola trasferta deriva dal latino trans-fero che significa “andare oltre”, “andare al di là di qualcosa”. Tuttavia fero possiede anche svariati altri significati tra cui quello di “sopportare”
-e quanti viaggi in effetti possono diventare un calvario- 
ma può anche assumere il significato di “raccontare”, o “tramandare” specialmente qualcosa di epico.

Proprio in questo sta l’essenza della trasferta: portiamo noi stessi altrove per poi portare a casa qualcosa da raccontare.

Il grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart ha passato una buona fetta della sua vita viaggiando, per portare il suo talento prodigioso in giro per le corti europee. In molti si sono domandati quando egli trovasse il tempo per comporre i suoi capolavori. La risposta probabilmente è una sola: la musica fluiva nella sua testa nel silenzio delle sue lunghissime trasferte in carrozza.

Viaggiare ci offre tempo per pensare, ci offre tempo per la creatività; in effetti, il mondo come lo conosciamo oggi è frutto di una gigantesca trasferta durata millenni: come racconta lo storico Felipe Fernandez Armesto in un memorabile libro sulle esplorazioni geografiche, l’homo sapiens ha passato la maggior parte della sua breve esistenza a prendere direzioni diverse e inaspettate a partire dalla culla della vita, in Africa.

Forse gioverà qui ricordare ai razzisti del nuovo millennio che noi umani siamo tutti figli di uno stesso ceppo originario, diffusosi proprio a partire dal grande continente africano.

E così, i nostri progenitori dopo essersi separati e aver colonizzato quasi tutte le terre emerse, hanno passato il resto del loro tempo a organizzare grandi esplorazioni geografiche, o trasferte in grande stile se vogliamo, nel tentativo di ricongiungersi, dimenticandosi che il loro DNA era praticamente identico.

L’altro punto su cui si sofferma lo storico è che anche agli albori dell’umanità un oggetto assumeva tanto valore quanto era lunga la strada che aveva percorso per arrivare fra le mani dell’acquirente. I chilometri percorsi insomma nobilitano gli oggetti, e nobilitano un po’ anche noi.

Come ci insegnano i pellegrini che da Canterbury andavano a Gerusalemme, la trasferta deve avere un qualche obiettivo, spirituale o assai più pratico.

Infatti, tornando al magico mondo del bar sport, evidentemente la trasferta si organizza per inseguire qualche vittoria sportiva, con la squadretta locale su improbabili pulmini, oppure come tifosi alla ricerca del gol del vantaggio in zona Cesarini.

E a quel punto, al bancone, le ipotesi sono due: bere per festeggiare la vittoria, oppure bere per dimenticare la sconfitta dei propri beniamini.

A livello sportivo si sa che la trasferta più celebre fu quella della nazionale italiana per partecipare al mondiale del 1950: i giocatori, terrorizzati dalla recente tragedia di Superga pretesero di recarsi in Brasile a giocare via nave. 

Il ponte era ampio e la possibilità di allenarsi a bordo non mancava; se non che, nel giro di alcune ore, tutti i palloni finirono inesorabilmente fra le onde dell’oceano.

-Se state pensando al compianto Wilson del film Cast Away significa che avete ancora un cuore-

Inutile dire che dopo quel terribile mondiale e quella terribile traversata i giocatori nostrani animati da un nuovo leonino coraggio, scelsero chiaramente di tornare in patria in aereo.

Il resto l’ho sperperato


Bar Sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Lo sport in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
Mi spiace per nuotatori, ciclisti, rugbisti, pallavolisti, tiratori di scherma, fuoriclasse del curling su ghiaccio: sarete sempre in secondo piano.
E la colpa non è vostra… ma dei gusti del pubblico.

Intendiamoci, c’è qualcosa di leggendario in undici uomini che si sfidano a pallone in edifici che nell’anima sono arene di antica memoria. Il boato di migliaia di persone che si sente al fischio d’inizio qualche brivido lo regala sempre, anzi, credo sia molto simile all’esplosione della folla quando una rockstar sale sul palco, imbraccia la fender e dice “Good evening everyone”.

Intrattenimento in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.
C’è una massima che dice “Se non ti occupi della politica, la politica si occuperà di te”, come a ricordarci che interessarsi alla vita pubblica è un dovere civico.
Ecco, nel nostro paese a me sembra altrettanto vero che se non ti occupi del calcio, il calcio si occuperà di te, nel senso che se il pallone fra i pali non ti dice granché, pagherai lo scotto di una certa esclusione sociale.

Alle elementari, essere esclusi dal mercato delle figurine Panini, in effetti era un po’ triste.
Per non parlare poi dei compagni che venivano vestiti con la tuta in acetato (Dio perdoni gli anni ’90) con lo stemma sul petto della locale squadretta paesana.
Calcio fino a un certo livello, infatti, significa più che altro inzaccherarsi fino ai capelli la domenica mattina.

Insomma, calcio in Italia significa che può anche non fregartene di meno del pallone, eppure ricordi perfettamente dove stavi guardando la finale Italia-Francia del 2006, e a quale fidanzatina del liceo eri abbracciato. Patriottismo in Italia significa senza ombra di dubbio calcio.

In Italia ad esempio non puoi fare l’insegnante senza padroneggiare l’abc del campionato, perché a seconda dei risultati della domenica puoi prevedere con che facce si presenteranno a scuola gli alunni il lunedì;
poi, fatte due chiacchiere su quel rigore non dato e su quanto la squadra x meritasse davvero di vincere, allora puoi sperare di avere qualche minuto di attenzione (non di più, per carità).
Se le energie profuse nei raffinati calcoli del Fantacalcio fossero utilizzate per memorizzare la Divina Commedia… ma in fondo, va bene così.

Il mondo del pallone poi al Bar Sport ha delle regole non scritte fondamentali:
1- Occorre parteggiare per Messi o per Cristiano Ronaldo, non si può non prendere posizione; (attualizzazione della sfida Maradona-Pelé)
2- La Juve fa sempre schifo, a prescindere (ladri, Moggi e Calciopoli e via dicendo)
3- Un’inter come quella di Mourinho, non la rivedremo mai più
4- Ibrahimovic ha fatto un altro gol di rovesciata?

In conclusione, chi è il Pantani del calcio, idolo indiscusso che mette d’accordo tutti al Bar Sport? Beh, senza dubbio è George Best, il leggendario calciatore prodigio, finito male tra le spire dell’alcolismo, a cui si deve la frase “Ho speso gran parte dei miei soldi per alcool, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato

A carte scoperte

Aleksej Ivanovic, il celebre ludopatico protagonista de “Il giocatore” di Dostoevskij, delega alla roulette la sua stessa vita.
Incapace di prendere decisioni, eroso da una passione malata per la giovane Polina, Aleksej vede nel gioco d’azzardo la sua autodistruzione e allo stesso tempo la sua unica possibilità di redenzione.

Il circolo vizioso è evidente, e lo stesso Dostoevskij scrisse questo romanzo magistrale in appena 28 giorni. Doveva consegnarlo in fretta al suo editore perché, manco a dirlo, stava sprofondando nei suoi debiti di gioco.

La verità è che la regina di picche ci impiega poco o nulla a tagliare la testa a qualsiasi giocatore, e la brama di rilanciare la posta, manche dopo manche, è dietro l’angolo anche per l’uomo più parco.

Proprio per esorcizzare questo terribile pericolo, il Dio delle Basse ha donato agli avventori del Bar Sport l’innocuo gioco della briscola.

-inocuo si fa per dire, perché non stento a immaginare risse generate da un Tre di Denari messo giù al momento sbagliato-
 
In effetti, nel magico mondo del local internet, cioè quella parte della rete che fa riferimento a situazioni squisitamente regionali, il video di alcuni anziani che giocando a briscola sbagliando alcuni conti è oggetto di culto.

Se chiedete a qualsiasi Veneto quanto fa “15 + 18” lui risponderà senza esitazione “36”.

Che dire poi del linguaggio magico della briscola in 4, giocata a coppie? Le carte dal Negro oppure le Trevigiane fremono in mano agli sfidanti, che però tramite certosini calcoli e codici segreti devono stabilire quando giocarsi il tutto e per tutto.

Perché in fin dei conti il nostro modo di gettare le carte sul tavolo rivela molto della nostra personalità. C’è il Kamikaze, che si gioca briscole e carichi nell’arco delle prime tre mani, e c’è l’Attendista, che osserva la scena da dietro le quinte per cercare di superare il fantomatico 60 nell’ultima giocata.

D’altronde, guardando a ritroso le nostre vite, ci rendiamo conto di quanto ciò che siamo sia il frutto di una serie di scelte che in tempi non sospetti ci sembravano del tutto insignificanti. Ma per un punto si può perdere la cappa come Martin, che desiderava tanto indossare un giorno il mantello (la cappa appunto) dell’Abate.

Ecco allora che gli assi della briscola ci raccontano grandi verità filosofiche: Martin ci ammonisce dall’asso di coppe;

“Se ti perdi tuo danno” ci dice invece l’asso di bastoni invitandoci a riflettere sulle nostre responsabilità

-e chissà quanti frequentatori del bar sport, inebetiti dai fumi dell’alcol, hanno perso la via di casa-

L’asso di denari ci rammenta quanto sia inutile e controproducente conoscere il futuro se la jella ci aspetta al varco: “Non val sapere a chi ha fortuna contra”.

Insomma, come insegnano i più valenti filosofi del bancone, tra un bicchiere e l’altro tanto vale vivere alla giornata.

Bar Sport, Capitolo Terzo: Marco Pantani dalla vasca da bagno alle Alpi.


Mia nonna mi raccontava: “Una volta Bartali è passato qui in campagna e la maestra ha portato tutti noi bambini sul ciglio della strada a vedere la corsa e fare il tifo”

C’è qualcosa di magico nell’idea di spingere due ruote solo con la forza delle gambe, soprattutto quando si macinano abbastanza chilometri da far impallidire anche il marciatore più allenato.

Quando si è in salita poi, e ogni pedalata è una pugnalata e si boccheggia prossimi al traguardo (ovvero la birretta nel locale bar sport), quando si arranca in salita e i motociclisti ti sorpassano in maniera anche un po’ stizzita, è impossibile non pensare “Facile andar su, con un motore sotto il culo”.

Al bar sport, quando arriva maggio, il calcio inizia a languire e nella tv gracchiante a tubo catodico sopra il bancone iniziano a scorrere le interminabili tappe del Giro d’Italia prima e del Tour de France poi.

Il Belpaese ha un rapporto un po’ ambivalente col ciclismo. Al Bar sport si amavano più che altro i grandi campioni che lo sport in sé. Eppure, tempo addietro non era così: fino alla metà del Novecento lo sport più amato era nettamente il ciclismo, anche perché in quei tempi di strade bianche, la bicicletta era la quotidianità per la maggior parte degli Italiani.

Poi il calcio si impose, anche con qualche complicità del Regime, che preferiva gli sport di squadra agli sport individuali, per creare nella gioventù un certo spirito nazionalistico, o per meglio dire “squadrista”.

Poi chiaro, anche il ciclismo è uno sport di squadra -e quando stai in scia finalmente te ne accorgi- ma quello che taglia il traguardo è uno solo: di solito si fa il tifo per il singolo corridore, a prescindere dalla squadra per cui corre, relegando i pur valenti gregari ingiustamente nell’oblio.

Bartali era particolarmente amato al bancone per un celebre suo insulto pronunciato all’indirizzo di un Fausto Coppi prossimo ad arrendersi in salita: “Coppi, sei proprio un acquaiolo”, gli disse con quel suo accento toscano, che significa non sei neanche abbastanza uomo da bere il vino.

Al Bar Sport, quando proprio erano terminati tutti i pretesti per litigare, si poteva sempre ritirar fuori la storia di chi avesse passato la borraccia a chi fra Coppi e Bartali; si poteva sempre sparare a zero sul ciclismo perché tanto sono tutti dopati; si poteva esprimere tutto l’odio del mondo per i ciclisti che la domenica pedalavano l’uno in fianco all’altro; ma in mezzo a queste baruffe tra allenatori e direttori sportivi dozzinali, solo un atleta metteva d’accordo tutti: Marco Pantani, che in ogni caso non doveva morire, e in ogni caso era stato squalificato ingiustamente.

Pantani, che da ragazzino lavava la bicicletta nella vasca da bagno, ultimo eroe in grado di vincere Giro e Tour nella stessa annata, era stato protagonista di un’impresa omerica e impossibile ai nostri tempi di ciclismo scientifico e biciclette sviluppate nelle gallerie del vento come auto di formula-uno.

Impresa titanica la doppietta del 1998, quando solo tre anni prima si era troncato di netto tibia e perone per una macchina inspiegabilmente venuta su in contromano alla Milano Torino.

Fa quasi rabbrividire il ciclismo senza caschetti di quegli anni; d’altronde sappiamo tutti che con la bandana coperta dal casco, Marco non sarebbe mai diventato nell’immaginario collettivo, il Pirata.

Che controsenso questo soprannome, ho sempre pensato: in fondo i pirati sono uomini di mare mentre lui, leggero come una piuma, è stato prima di tutto l’uomo delle cime innevate, scalatore invitto e perduto per sempre, purtroppo.

Perché alla fine, bella la pianura e le tappe a cronometro, ma il vero campione che ti fa alzare in piedi è il signore della montagna, quello che riesce a domare la forza di gravità e alza le mani al cielo dopo l’agonia infinita e verticale dei passi alpini.

Bar Sport, capitolo secondo: Il Chiarissimo


Il Chiarissimo entrò fra l’entusiasmo generale sbattendo un po’ la porta, come il più famigerato cacciatore di taglie nel Far West.

Fece la sua entrata trionfale, il bar sport divenne improvvisamente un saloon e io giurai che fosse pronto ad ordinare un whiskey per sé e uno per il suo cavallo, puntando la pistola contro lo sceriffo corrotto in stile Tex Willer.

Il Chiarissimo mi incuriosiva, anche perché era l’unico che nel bar godeva di più d’un soprannome, tanto era camaleontica la sua personalità.
In effetti, nel suo caso lo scarto fra l’essere camaleontico e la schizofrenia era decisamente labile. Lo chiamavano Chiarissimo per i suoi capelli biondastri e la tinta tenue del viso. Lui diceva che si era scolorito a forza di lavorare con la fiamma ossidrica, come una specie di abbronzatura al contrario. La maggior parte degli altri avventori invece aveva la pelle di cuoio, cotta dal lavoro agricolo sotto il sole.

Il Chiarissimo aveva sempre la battuta pronta, fulminea, e nessuno riusciva ad avere l’ultima parola quando discuteva con lui. Parlava una strana miscela tutta sua di italiano quando voleva fare filosofia da bar, e di dialetto quando invece voleva risultare più efficace.

La filosofia da bar mi divertiva sempre molto, perché chiunque al bancone possiede una formula magica, razionale e argomentata per risolvere i problemi dell’universo, formula che inevitabilmente si dissolve non appena si varca la soglia dell’uscita e si torna al grigio mondo reale fatto di panni da stendere e mogli che passano il loro tempo a berciare contro i mariti inadempienti.

D’altronde, in quella fucina di idee a breve scadenza che era il bar sport, più si beveva e più le formule magiche e sgangherate di cui sopra acquistavano credibilità, e tutti si sentivano investiti di quella saggezza momentanea e illuminante che solo l’alcol sa regalare; infatti, anche le alleanze e le amicizie più momentaneamente indissolubili erano bagnate di vino.

Tornando al Chiarissimo, che di certo non era un avvinazzato ma nemmeno un santo, avevo scoperto che era detto anche Gigi Riva non appena le sue mani fatate toccavano le manopole del calcio balilla. Era un vero fuoriclasse del calcio da bar, uno che avrebbe potuto competere a livelli molto più alti della bassa veneta.

Era un attaccante indomabile e quando si iniziava a giocare le sue uniche parole, perentorie è un po’ minacciose erano “Non si frulla”, facendo riferimento a quel movimento rotatorio sguaiato tipico dei principianti. Io, come tutti gli imberbi giocavo più che altro al flipper, che era a un livello inferiore rispetto al calcetto.

Lo guardavo giocare con la coda dell’occhio, e non capivo come potesse governare in maniera così sicura la manopola centrale dei centrocampisti, con tutti quegli omini di plastica impossibili da mettere d’accordo.

Quello era forse l’unico momento in cui le varie personalità del Chiarissimo si fondevano per un unico obiettivo: quello di fare goal, e ovviamente farsi offrire un giro dai perdenti.

Bar Sport, capitolo primo: i nomi da bar.

Dare un nome è qualcosa di estremamente arrogante.
Una vera attività demiurgica, da creatori dell’Universo.
Non a caso colui che dà il nome alle cose è il Dio della Genesi (poco importa quale sia il vostro Dio e quale sia la vostra genesi, arriverà un punto in cui qualcuno dirà “Queste si chiameranno tenebre, e queste si chiameranno stelle”)

Spoiler alert: tendenzialmente nelle Genesi l’uomo è creato con il fango, lo stesso fango sul quale piscia il vostro cane, il che forse dovrebbe ridimensionarvi un attimo… ogni volta che provate un po’ d’ansia per questioni risibili (cioè praticamente tutte le questioni umane) pensate ai gatti che scavano nel fango con cui foste creati e ricordatevi perché lo fanno.

A proposito di animali domestici: siete voi a dar loro un nome a cui forse risponderanno, e non è un caso che poi vi consideriate i loro padroni. Non sareste tali se non aveste chiamato Gilda la vostra cocorita o Pablito il vostro cane.

Che responsabilità decidere come si chiamerà qualcuno.

Che dire infatti dei genitori: conferire al nascituro un nome convincente è il primo, supremo atto d’amore. Oppure puoi essere davvero un criminale e condannare i vari Gionatan, Kevin e le varie Gennifer al pubblico ludibrio per l’eternità (peraltro registrandoli all’anagrafe con le grafie più fantasiose). Non che i magniloquenti Marcantonio e Clotilde se la passino molto meglio eh. Però…

Insomma, dare un nome è un atto di profondissima responsabilità, di avveduta coscienziosità, di solenne autorevolezza: infatti i nomi ci vengono dati da Giove Pluvio, dal Dio di Abramo e Isacco, dai Padri, dalle Madri…

ma soprattutto, i nomi ci vengono dati nei bar di paese.

Al bar sport quando raggiungi l’età della ragione, la piena maturità per uscire dalla massa indistinta dei bocia… beh è lì che tutto ha inizio, è a quel punto che acquisisci, finalmente, a furor di popolo una tua identità.

Perché ricordati che al bar sport, finché bevi spuma e ti fai offrire ghiaccioli pieni di coloranti, resti poco più che un poppante… Questo, fino al giorno in cui qualcuno, inaspettatamente, non ti battezza; il fonte battesimale è una damigiana di vino di dubbia qualità, ma che va giù che è una meraviglia tra una briscola e l’altra.

Il bancone del bar del paese è il tuo rito di iniziazione, il tuo altare, ti chiama a nuova vita. Gli avventori della locanda, specie i più anziani, sono i tuoi sommi sacerdoti, la Gazzetta è la tua Sacra Bibbia.

Anche perché diciamoci la verità: nei bar veneti il Dio di cui sopra non solo conta poco, ma ne esce anche piuttosto malridotto.

Nietzsche is not enough

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Vorrei avere sempre della gran burocrazia da fare,
perché quando ho della gran burocrazia il mio cervello si ribella
e mentre metto insieme scartoffie piene di errori,
lui continua a girare per i ca**i suoi
e a me vengono delle grandi curiosità e delle grandi tempeste.

Mi smarrisco un po’ nel regno delle potenzialità,
anche se non ho le energie per realizzare tutto quello che vorrei realizzare.

Oppure, riprendo in mano dialoghi lasciati a metà anni prima:
una volta stavo in vacanza con la mia famiglia in qualche borgo toscano vicino Siena, era luglio ed tutto era un abbaglio. Le pietre erano bollenti e gli oleandri oscillavano. Non c’erano gli smartphone nel 2005 e quindi io avevo con me un romanzo (non ricordo quale ma ricordo che mi teneva abbastanza incollato alle pagine). Se avessi avuto uno smartphone avrei letto molto meno e forse ora farei un altro mestiere. Avevo un pacchetto di sigarette in tasca e quindi mi sentivo il più fiquo dell’universo. Mi staccavo da mamma papà e sorelle e andavo a leggere per gli affari miei. Ero nell’estate fra la quarta e la quinta superiore, suonavo la chitarra dignitosamente per una vacanza, avevo capelli improponibili. Avevo una fidanzata a Verona che mi aspettava. Insomma, la fortuna mi arrideva.

In un giardino sperduto in cui sono seduto a leggere arriva un trio: due ragazzi e una ragazza. Sembrano simpatici. Mi sembrano vecchissimi, come ti sembrano vecchissimi tutti quelli che hanno più di 23 anni quando tu ne hai 16. Vado a parlare con loro. Sono napoletani, chiacchieriamo. Mi offrono un sorso di birra ma io non accetto perché sono troppo piccolo per bere la birra. A quello più barbuto faccio una domanda ingenua, terribilmente infantile: “Chi è il tuo filosofo preferito?”. Lui ci pensa e risponde “Mah, forse Nietzsche”. Io sono fregato perché sono arrivato a malapena a Hegel alla fine della quarta. Gli dico “Ah, figo”.

L’impotenza di quel momento mi è rimasta impressa. Volevo anch’io fare l’universitario che viaggia e beve birra con i suoi amici e ha un filosofo preferito. Vorrei rivedere i tre napoletani adesso. Forse avrei qualcosa di minimamente sensato da rispondere.

Torno da mamma, che finge di non accorgersi che fumo. Mia sorella piccola è una fontana di lacrime perché un’ape l’ha punta.
Io sbuffo e ho una voglia incredibile di essere,

più o meno eh,

quello che sono adesso.