Autore: marcogavioli

Ma che ne so.

30 anni, Bologna, dicembre.

 

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Ma in fondo, che ne so?

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo. Ogni mattina io sono deputato a “sapere”, devo rispondere a domande che spaziano dalla perifrastica passiva (non lo so nemmeno io) alla mia opinione sulla trap. A volte si gioca un po’ di immagine, non c’è dubbio: più che conoscere bene la materia (anche il più preparato ha qualche lacuna qui e là), a volte ho l’impressione che mi sia richiesta un po’ di autorevolezza.

Per autorevolezza intendo quella sensazione rassicurante tipica dell’infanzia per cui c’è sempre un adulto che sa come gira il mondo e prende in mano la situazione mentre io mi sbuccio le ginocchia spensierato.

La fiducia nell’autorevolezza è quella cosa che perdi quando vedi in che modo gestiamo il debito pubblico italiano: danziamo nel ventre del Titanic cercando di non fare caso al pavimento che si inclina.

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo: gli alunni chiedono sicurezze mentre io devo ancora superarla questa cosa che non farò mai il paleontologo al Jurassic Park.

(Per non parlare di quando mi tocca per forza prendere l’ascensore e io odio gli ascensori, bontà di Dio fatele ‘ste due scale)

E dunque, la più consistente scoperta della mia maturità è che l’età non è affatto garanzia di saggezza. Ciò mi ha alquanto destabilizzato, anche per l’estrema ammirazione che ho sempre riservato ai miei maestri. Eppure, la loro incapacità di gestire alcuni aspetti delle loro vite mi ha quasi ferito.

Ho letto una volta su internet, non so dove:

È terribile quando la situazione avrebbe bisogno di un adulto per risolversi e l’adulto sei tu.

Mi interrogo su queste cose perché si dà il caso che questo sarà il mio primo Natale da trentenne. E non credo di essere mai stato così sereno, tutto sommato; va beh, senza il conservatorio è gioco facile essere felici.

Parliamoci chiaro: i festeggiamenti a casa mia per l’occasione sono stati decisamente MEMORABILI, e credo che nessuno degli invitati possa negarlo. Ma ora viene il momento del ritorno all’ordine e di alcune rivelazioni che a quanto pare sono rimaste inespresse, seppur nell’aria, per mesi e mesi.

Domenica ho fatto due passi a Bologna, con Claudia, ed era bello immaginarla lì, qualche anno prima, da studentessa, quando ancora non sapevo esistesse. Tornando, in treno le ho letto qualche pagina di Più lontano ancora di J. Franzen, in cui si parlava di quanto il tentativo di piacere a tutti sia in ultima analisi una rinuncia alla propria dignità. Era da molti anni che non leggevo ad alta voce a scopi non professionali.

Claudia pensa meno della metà rispetto a me e agisce il doppio. Ricordo con un brivido quando per la prima volta, a Trieste, durante quest’estate appiccicosa mi ha raccontato il limbo dei profughi nei campi in Grecia, dove ha fatto la volontaria.

Mi sono quasi sentito in colpa a mangiare, dopo. Ho ridimensionato le mie “sfortune”.

Claudia mi ha fatto conoscere Giulia, che si occupa di richiedenti asilo in Egitto. Ho invitato Giulia a parlare a scuola, perché io non ho visto abbastanza mondo e non ho visto abbastanza sofferenza per rendere conto della realtà dorata in cui viviamo noi.

In fondo, se i boomers hanno le loro mancanze, non significa che non possiamo raccontarci storie, scambiare opinioni ed esperienze, leggere due righe ad alta voce.

P. S.  Con parole altrui:

Do not go gentle into that good night […]
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning
they Do not go gentle into that good night.

Dylan Thomas

 

Comodità dannose.

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Photo by Pixabay on Pexels.com

Tre cose che trovo assurde:

1- Se sei in salute, utilizzare la macchina in città per spostamenti entro i 10 km è PURA FOLLIA.
(Facciamo 5 per i meno allenati, ma vi garantisco che dopo un mese 10 km diventano un’inezia). Il freddo, dopo 5 minuti di pedalata, non lo senti più e anzi, ti pentirai del tuo maglione di lana.

2- Le persone cresciute in un modello di sviluppo economico diverso da quello che, spero, si sta profilando all’orizzonte, faranno una fatica immane a rinunciare alle piccole comodità che garantiscono i combustibili fossili o la plastica.
Dobbiamo combattere anche contro di loro per quanto riguarda le minute scelte quotidiane, perché a tutti piace l’acqua fresca frizzante a 50 cent ai distributori automatici, a tutti piace il riscaldamento a 23 gradi in dicembre e via dicendo. Quello che trovo intollerabile sono le persone della mia età che dicono “Anche se abbiamo la differenziata porta a porta buttiamo tutto insieme e portiamo in macchina l’immondizia nei cassonetti a Verona perché è troppo una rottura differenziare”.

Non c’è dubbio su un fatto: ciò che vince in questi tempi di rapidità, ansia, stress, burn-out lavorativi, reperibilità totale, sfida a chi presenta sui social l’immagine più bella di sé stesso (io compreso),
ciò che vince, dicevo, è la comodità. Il marketing su internet insegna che cliccare su un link per aprire una nuova scheda scheda è un’azione già di per sé troppo laboriosa, che farà scendere il numero di utenti che vedranno i contenuti della pagina. Sotto questo aspetto, in controtendenza rispetto alle leggi del mercato, dobbiamo tornare alla lentezza, smettere di impigrirci, trovare soluzioni alternative, anche se è normale aborrire la bicicletta quando piove.

Poi, mi rendo conto che l’economia remi contro le scelte ambientali: io per primo indosso e ho comprato abiti che di certo non hanno un buon pedigree a livello di sostenibilità. Per questo non trovo soluzioni, salvo cercare di riparare i capi che già possiedo o comunque di cercare di comprarne il meno possibile.

3- Vorrei concedermi una piccola gita fuori Italia che sia quanto più sostenibile possa essere: il prezzo del treno è improponibile rispetto a uno dei mezzi più inquinanti in assoluto: l’aereo. Anche a questo non trovo soluzione, salvo accorciare la distanza che voglio percorrere.

Basta deresponsabilizzazioni: le scelte individuali contano eccome.

PS
Sono felice che il Ministro dell’Istruzione abbia legittimato la partecipazione degli studenti alle manifestazioni ambientali di venerdì, chiedendo ai presidi di giustificarli.

Ho giocato a calcio

male, chiaramente. Non per mia volontà. Serviva il decimo giocatore a degli amici che giocavano sotto casa e che fai, dici di no?
Tuttavia, se non sei buono a 13 anni, di certo non lo diventi a 29. Se volete saperlo la partita di calcio era a squadre miste. Mi hanno piazzato in porta e ho preso due goal da una giocatrice incredibilmente valida. Il fatto è che il pallone mi fa paura perché mi sembra mi arrivi in pieno volto. E poi sono una piaga. Ieri in bici da corsa in discesa mi è arrivata un’ape sul braccio mentre ero a tutta birra. Mi ha fatto male e mi ha provocato un piccolo ematoma.

Ematoma che chiaramente vedo soltanto io. Sono una piaga.

Oggi ho conosciuto una delle mie nuove classi. Sembrano ragazzini simpatici. Li ho terrorizzati per metterli un po’ sul chi vive, salvo poi rivelarmi un pezzo di pane come al solito. La mia allocuzione su quanto sia mirifico imparare i sinonimi non ha avuto poi questo gran successo. Va beh, mica devo vendere la mia materia. O forse un po’ sì di questi tempi?

L’antologia non mi soddisfa del tutto; ci sono molti testi che vorrei far loro leggere, ad esempio Il colombre di Dino Buzzati. Vi scongiuro, leggetelo, anche se siete pigri: è un raccontino di appena tre paginette. Cito la mia frase preferita:

Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso.

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Photo by Shvets Anna on Pexels.com

L’inizio dell’anno scolastico, insomma, si apre all’insegna di grandi progetti. Ne realizzerò meno della metà e andrà bene così, perché credo che l’immaginazione debba sempre essere un passo avanti rispetto ai nostri accomplishments. 

In ogni caso, sono arrivato a casa e mentre sbrigavo alcune faccende ho acceso la televisione su un telegiornale, giusto perché mi tenesse compagnia, illudendomi che un oggetto possa in qualche modo “tenere compagnia”. Dopo pochi minuti mi è venuta la nausea a sentire quelle voci che si sbraitavano dietro in non so quale talk show.

Ho letto, con la tv accesa ma lasciata in mute: Alexandre Dumas e Dave Eggers perché mi piace mischiare epoche e prose che non c’entrano nulla tra loro. In più, trovo interessante il modo del tutto particolare con cui gli americani riflettono su loro stessi. A volte ho l’impressione che i narratori europei abbiano la tendenza a rendere eroiche delle vicende tutto sommato banali, e che invece i narratori americani abbiano la sacrosanta necessità di mettersi da parte, di fuggire dalla loro patria troppo sgargiante per accogliere la loro sensibilità.

Ma queste sono generalizzazioni ed è ora di andare a dormire.

 

Vita nova

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Photo by Jonathan Borba on Pexels.com

Faccio fatica a liberarmi da schemi passati,
suppongo si possa parlare di “traumi”,
così tendo a vedere vecchie sofferenze un po’ dappertutto.

Ma categorizzare di continuo, leggere la realtà tramite paradigmi immutabili è la colpa più grave che si possa imputare ad un individuo, ma non solo: è l’unico vero sintomo dell’invecchiamento.

L’estate è passata più o meno velocemente, e agosto è stato decisamente più sopportabile rispetto a quello dell’anno scorso. Ho letto libri di storia da cui ho tratto la conclusione che i miei troubles e la mia persona a vario titolo valgono meno di zero in quest’universo. Non c’è che dire, un duro colpo per noi narcisisti egocentrici insicuri come pavoni spennacchiati.

L’anno scolastico sta per iniziare, un altro all’insegna del precariato. Le linee di didattica che seguirò saranno sempre le stesse, banali ma irrinunciabili quanto l’amore: godetevi la bellezza della prosa e della poesia, la bellezza delle parole che formulano bene un pensiero. Il linguaggio è strumento per dominare la complessità, se no va a finire che ci credete veramente agli immigrati cattivi ladri di lavoro.

Ho letto molto, complice la fine dell’abbonamento a Netflix e complice la fine della ricerca di una compagna a cui scrivere su Instagram / Facebook e diavolerie simili.

Ho altresì lavorato molto, infatti sono spossato e un po’ alienato, giungerà infine un momento in cui acquisterò quella sicurezza in me stesso che mi concederà di oziare privo di sensi di colpa e di liberarmi infine del giogo del conservatorio*

*lo spirito di Bach che mi giudica perché non sto studiando le sue musiche ventiquattr’ore su ventiquattro.

Anche perché, diciamocelo, il conservatorio, unica vera disciplina alla quale sono riuscito a sottoporre my flesh and blood l’ho finito ben quattro anni fa, Gesù.

Ma cosa dicevo a proposito dei traumi passati?

Vi voglio bene,
Marco

 

Sera, tecnologia e Mediterraneo.

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Sera, quasi mezzanotte. Il computer è silenzioso, aperto sulla scrivania, circondato da libri che potrebbero offrire una qualche soluzione. A cosa, poi? Difficile a dirsi, ma di fatto mi piace pensare che ogni autore della storia  della letteratura abbia scritto per rispondere a qualche mancanza. Accanto al computer c’è una tazza di caffè appena fatto. Il vapore che esala è ipnotico, crea figure evanescenti e scompare. Mi siedo, accendo la lampada da tavolo, il silenzio è appena disturbato dai suoni della collina: volatili notturni, stormire di foglie alla minima bava di vento, un neonato che vagisce, in lontananza; 

è difficile non farsi disturbare dal telefono, così decido risolutamente di metterlo in modalità aereo. Mi sento ridicolo a dovermi imporre di rinunciare a una delle grandi comodità dell’Occidente industrializzato, -senza navigatore satellitare, d’altronde, chi mi avrebbe portato sulle Dolomiti a camminare questa mattina?- quantomeno per qualche mezz’ora. La smania di guardare lo schermo, croce e delizia del nostro esibizionismo, è il riflesso di un’attesa. La necessità di controllare il cellulare appartiene agli ottimisti. Ho fiducia che sui social network troverò qualcosa di interessante. Ho fiducia che avrò conversazioni coinvolgenti, che mi arriverà l’e-mail che stavo aspettando. La fiducia nei nostri dispositivi tecnologici è diventata fede. Un avvenire luminoso è il paradiso laico di questi anni sovraccarichi, e verosimilmente si annuncerà con un’e-mail. 

Giunge notizia di una ragazza tedesca, mia coetanea, che ha sfidato un’Italia ostile, miope, succube sempre più dei sordidi meccanismi della propaganda. Mancano strumenti culturali per difendersi dalle più becere semplificazioni, dall’elementare e ferina equazione Noi = Bene, Loro = Male. Coloro che governano, legittimamente eletti, soffiano sul fuoco della frustrazione nazionale, offrono facili capri espiatori. La politica, la più bella delle arti, che è gestione oculata del Bene Comune, è sostituita dall’aggressività, ha perso l’eleganza che dovrebbe contraddistinguerla. Nel frattempo il nostro debito pubblico schizza alle stelle, e non è affatto chiaro chi lo pagherà. I disoccupati forse credono davvero che la colpa delle loro sventure sia di quei 40 disperati che preferiscono il rischio della morte alla certezza della sofferenza nei loro paesi d’origine. 

La mia cultura di riferimento, quella europea, ha dimenticato, o finge di dimenticare che ha spadroneggiato nel mondo intero per secoli, perpetrando ogni sorta di abuso nei confronti delle altre popolazioni. Tutt’ora il low-cost di cui beneficiamo in qualsiasi comparto produttivo esiste perché qualcuno, altrove, paga per noi rinunciando all’istruzione, alla salute, a diritti che per noi stessi consideriamo inalienabili. La febbre coloniale che ha inaugurato l’età moderna ci ha concesso il progresso, la stabilità, la ricchezza. E quei poveretti sulla Sea Watch 3 sono la Storia, che bussa alle nostre coscienze e viene a chiederci il conto per secoli di imperialismo.          

Porto la tazza alle labbra, bevo l’ultimo sorso del caffè che ormai si è freddato. Ripenso alle mie sciocchezze quotidiane, all’infantilismo di alcune mie pretese, al falso disagio psicologico che devo crearmi, perché a me non manca nulla. 

Io non sono Carola. Al massimo, dalla mia comodità, donerò qualcosa per sostenere le spese legali della sua Ong.

Eppure, il mio dovere minimo è riflettere su queste cose, provare a scriverne.     

 

Cene finali, mia madre e Albert Camus

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Photo by Engin Akyurt on Pexels.com

Sono sommerso di burocrazia,
giugno si sa, è così. Da una parte detesto le carte che devo produrre al lavoro, per la dichiarazione dei redditi e via dicendo; dall’altra la burocrazia è figlia dell’Illuminismo che scelse di abolire i privilegi nobiliari aprendo ad un rapporto più diretto fra il cittadino e lo Stato; quindi alla fine sopporto e grido Allons enfants de la Patrie!

In realtà la dichiarazione dei redditi è, tutto sommato, il prezzo dell’entrata nella vita adulta,
come l’ansia, le bollette, chiamare il medico senza farlo fare alla mamma.

Per quanto concerne il mio modesto lavoro di insegnante precario, questo è il momento del raccolto; non intendo culturalmente, ma intendo che questo è il periodo delle rutilanti cene di fine anno scolastico. A me piacciono moltissimo le cene, infatti ne faccio molte a casa mia, ma ancor più mi piace esservi invitato.

Una variante che amo delle cene di fine anno sono le cene colleghi. Le cene colleghi servono in ultima analisi per essere tutti un po’ avvinazzati e dire cose catartiche non dette durante l’anno. Tutte le categorie professionali credo facciano le cene colleghi al termine di un lavoro. Quello che mi chiedevo stamattina è se anche i cast dei film pornografici organizzassero questi banchetti:

*attore che si sta asciugando le pudenda*
-A regà, m’è venuta fame, se famo pizzetta stasera?
(L’attore abita sulla Tiburtina)
Verosimilmente, come alle cene docenti si ricordano episodi faceti, lo stesso dovrebbe avvenire anche alla cena finale di Rocco e le casalinghe annoiate:
Prof 1 a prof 2: “Ehi ti ricordi quando hai firmato il registro sbagliato, che mattacchione”
Ha ha ha
Attrice ad attore: “Ehi ti ricordi quando hai eiaculato nel posto sbagliato al momento sbagliato?”
Ha ha ha

Comunque, tornando alle cose serie, quest’anno sono stato molto attento a non ammorbarvi con le mie tirate sentimentali “Oh quanto bello è il mio lavoro” stile Attimo fuggente di serie B. L’ultima fase di questo decadimento nervoso credo sia pubblicare su facebook vignette tratte da pagine (di cui immagino il titolo) tipo Insegnare: la nostra missione o La dura vita del prof dove rivendichiamo che non è vero che facciamo tre mesi di ferie d’estate.

Eppure, è vero che nella scuola tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza e se quest’anno non ho scritto nulla di particolare è perché sono stato sostanzialmente felice, sereno e tutto è andato liscio. A conferma di ciò, ieri parlavo con mia madre: si è rotta una spalla e questo forzato distacco dalle occupazioni quotidiane l’ha ammantata di un’improvvisa saggezza; mi ha chiesto “Come va” rispetto a diversi aspetti della mia vita. Uno in particolare. Io ho risposto “Molto bene sai”. Mia mamma ha detto “Fermo. Stai zitto, non dire niente e goditi solo il momento”.

Sono rimasto un po’ colpito perché non ho ancora imparato a starmene zitto. D’altronde, se fai lettere è perché di base le parole ti piacciono. Tutto questo mi ha fatto pensare ad Albert Camus, al suo a dir poco esiziale Lo straniero: è un testo breve, lucidissimo, che non ha altro fine se non metterti angoscia per il non-senso della vita. Mi è parso un’estremizzazione di Madame Bovary, in cui la cosa più terribile non è ciò che è scritto, ma ciò che l’autore lascia alla nostra immaginazione non fornendo ulteriori dettagli.

Da Lo straniero:
Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio do una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

*in my head*
E ALLORA?! E DUNQUE?! SPIEGAMI PERCHÉ CAVOLO HA SPARATO, COSA GLI È PASSATO PER LA TESTA VIVADDIO

Tecnicamente questo procedimento si chiama reticenza (o aposiopesi se proprio vuoi fare l’erudito); sembra essere la negazione stessa della letteratura, perché in fondo io non sto scrivendo, sto solo creando un vuoto, un abisso gigantesco che può inghiottirci tutti con terrore di ubriachi. La vertigine del non detto, l’horror vacui che non riesco a scrollarmi di dosso.

Non per forza la reticenza deve avere una connotazione negativa, infatti Dante la usa per esprimere la meraviglia nel Paradiso. Il mio verso preferito in assoluto della Divina Commedia è A l’alta fantasia qui mancò possa: tradotto, più di così, o mio lettore, io non posso fare.

Concludo dicendo che cercherò di starmene un po’ più zitto:
*Spoiler alert*
Non ci riuscirò.

 

P.s. Se vi infastidiscono gli spazi vuoti, fate un giro al Vittoriale di Gabriele d’Annunzio.

 

 

Il week-end è morto, viva il week-end!

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Madame Bovary è un libro chirurgico e spietato: c’è una sostanziale contraddizione fra il suo farsi leggere così piacevolmente e la gravità del tema trattato.
Di solito mi piace sottolineare i passaggi più significativi dei libri; con Flaubert è impossibile, perché bisognerebbe prendere in mano la matita ad ogni singola pagina.

Flaubert non ha la rarefazione di Dostoevskij, che quantomeno lascia il tempo di prendere fiato tra un senso di colpa e l’altro.

Quello che trovo geniale e insopportabile di Madame Bovary è che obbliga di continuo il lettore a fare i conti con la propria esistenza, a chiedersi quanto sia autentica la vita che sta conducendo; a confrontarsi con la sua mediocrità.

questa domanda e la risposta che segue penso siano ciò che spaventa di più l’uomo contemporaneo, che infatti mette in atto svariati meccanismi di rimozione, più o meno consapevolmente.

Io ieri mi sono comprato delle scarpe nuove, ho pubblicato due story su Instagram, mi sono perso nei “fumi del barismo cordiale” e ora sto scrivendo.

Il week-end è morto, viva il week-end!

Agosto è una domenica che non finisce mai

Considerazioni casuali odierne:

1- Agosto è una gigantesca domenica che non finisce mai. Io detesto la domenica e non occorre un complesso sillogismo per capire che detesto anche il mese di agosto.
Agosto è un mese così letargico che quasi quasi ti tocca fare i conti con te stesso.
Le vacanze sono sempre un po’ sintetiche, l’asma non è mai passata e non ho mai scritto romanzi erotici, bensì mi interessa la giallistica.

2- C’è qualche altro psicopatico che riascolta i propri vocali di whatsapp dopo averli inviati? Ditemi che non sono il solo.

3- Possibile che quasi tutte le avanguardie artistiche fossero a Parigi nei primi decenni del Novecento?

4- Ascoltare i Baustelle rende tristi però è bello lo stesso.

5- Quasi sempre è un errore ritenere che il passato sia meglio del presente, altrimenti si cade nell’errore di Sergéj Aleksándrovič Esénin, il quale in Confessioni di un malandrino ammette:

Son malato d’infanzia e di ricordi 
e di freschi crepuscoli d’aprile

6- Nella medesima poesia troviamo il distico:

Quest’oggi ho tanta voglia di pisciare
Dalla finestra mia contro la luna.

Il che mi ha fatto sorridere perché una volta da adolescenti io e un mio compare abbiamo pisciato di notte giù dal balcone di un’amica. Ne abbiamo riso molto. Che cretini.

Da solo, al cinema.

"My opinion is I hate it"
“My opinion is I hate it”

Le persone che fanno le cose in solitudine ingenerano sempre un po’ di diffidenza negli altri. Non so se ciò sia dovuto a qualche paradigma sociale: l’immagine del successo spesso significa avere un numero esorbitante di contatti. Insomma, avete presente quelli super-fichi che conoscono il mondo?
Una sera mi sono ritrovato a mangiare una pizza da solo in centro, perché avevo un impegno più tardi e non avevo tempo di tornare a casa. Vi dirò, mi sono sentito un po’ osservato.
-o forse sono paranoico, non lo escludo-

Anyway, a proposito del sentirsi osservati, ieri è accaduto ciò che temevo da tempo e che sapevo essere inevitabile. Per il compleanno di un amico si sale all’Hype* e in mezzo alle luci stroboscopiche e al reggaeton più becero sento un “ODDIO SALVE PROF”.

*evento mondano collinare caratterizzato da musica da discoteca, alcolici e licenziosità.

Tornando alle cose fatte in solitudine, solo due volte sono andato al cinema con me e me medesimo: una volta a Grenoble perché proprio non trovavo nessuno di abbastanza radical chic da venire a vedere Conversation animée avec Noam Chomsky

…e questo giovedì sera perché a Operaforte, al cinema all’aperto davano Midnight in Paris. Quest’estate sublime e piovosa ha scoraggiato buona parte del pubblico, me compreso. Eppure, anche se c’era ancora qualche goccia nell’aria, mi sono concesso una deviazione per vedere se il film lo proiettavano comunque. Con mia somma gioia mi sono avvicinato e ho visto da distante il profilo di Parigi che domina le scene d’apertura. Ah giusto, perché per inciso Midnight in Paris lo conosco più o meno a memoria.

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-Non aprirò un capitolo sulla qualità della pellicola, sulla sua banalità, sul fatto che sia terribilmente commerciale e sdolcinato, sul fatto che sia un’ininterrotta pubblicità della Ville Lumière per turisti asiatici, sul fatto che non abbia alcuna rilevanza sociale, che non abbia questo grande spessore filosofico, che mostri una città che in sostanza non esiste, sul fatto che i film d’amore hanno rotto il cazzo, sul fatto che Woody Allen ormai è finito e altre cose da vero intellettuale cinefilo. Dirò solo che in alcuni momenti apprezzo decisamente Marcel Proust e Umberto Eco, in altri adoro i thriller-gialli dozzinali da edicola dell’aeroporto-

La pioggia era caduta copiosa sulle seggiole davanti allo schermo. Ho pagato il biglietto e in due due quattro avevo i jeans fradici. Ogni volte che partiva Bistro Fada e ogni volta che Marion Cotillard sorrideva, io sorridevo altrettanto e fortunatamente nel buio non mi vedeva nessuno. Gli sproloqui alquanto verosimili del personaggio Hemingway non mi lasciano mai indifferente, il personaggio caricaturale di Dalì mi ha fatto ridere, come di consueto. Saremo stati una ventina al massimo, spettatori fedelissimi.

Per ciò che Parigi rappresenta per me, per i ricordi a cui è legata quella città, devo ammettere che Midnight in Paris mi regala sempre qualche momento mistico. Chiudo citando Andrea Inglese, che nel suo Parigi è un desiderio scrive:

Parigi è questo sogno che mi sono fatto prima ancora di averci messo piede e quando della vita sapevo poco, ossia quando pensavo di sapere che cosa contasse o meno in una vita, che è un tipo di sapere di corta durata, molto florido tra i diciotto e i venticinque anni.

 

 

Il mistero della foto in biblioteca (Diario veronese estivo)

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Considerazioni casuali, estemporanee e sconnesse sugli ultimi giorni, ovvero cose che faccio vedendo gente:

1- In biblioteca civica c’è un energumeno della “sicurezza” che gironzola con fare guardingo fra i volumi. Il passo è pesante e il pavimento ligneo del terzo piano scricchiola; ha una pistola nel fodero la cui canna beccheggia secondo i movimenti delle sue anche. Mi guarda mentre studio e mi inquieta.
Se davvero abbiamo bisogno di un tizio armato in questo luogo, il disagio della civiltà è allo zenit.

2- Mi basta poco per essere felice, ad esempio ho escogitato un ingegnoso (secondo me) metodo per fondere tra di loro con l’acqua calda le saponette nuove con i frammenti di quelle vecchie ormai inutilizzabili. Non ne potevo più di tutti quegli ossi di seppia profumati in giro per il bagno. Non buttandoli via godo di un’armonia panica con la natura stile San Francesco d’Assisi che ammansisce i lupi. Sì, tendo a sopravvalutare la quotidianità.

3- L’altro ieri un tizio ha strombazzato furiosamente il clacson dietro di me perché mi è morta la macchina. Immagino credesse che la sua aggressività mi avrebbe fatto girare la chiave più rapidamente.
(La macchina è di mia sorella, la quale pretende addirittura che io getti i sacchetti vuoti di mandorle che consumo a bordo. Anche le mandorle sono sue)

4- Qualche sera fa ho visto un ragazzo che in maniera estremamente gentile chiedeva a delle ragazze se poteva offrir loro qualcosa da bere, secondo il più classico degli approcci. Le suddette l’hanno squadrato come fosse stato un alieno pericoloso per l’umanità intera. Mi è dispiaciuto, almeno due chiacchiere falle.
P.S. giuro che il ragazzo in questione non sono io, giuro. Io ero con Simone e parlavamo di motociclette, bici, contrabbassi e fori alle orecchie.

5- Continuo, quasi quotidianamente, a prendere pioggia. Arrivo a casa che so di cane selvatico delle praterie. Continuo, quasi quotidianamente, ad asciugare con mezzi di fortuna la pioggia sul pavimento del bagno, visto che dimentico sempre l’abbaino aperto.

6- Ho acquistato degli occhiali da sole grazie ai quali mi sento estremamente cool
salvo poi non poterli indossare perché sono miope come una talpa.

7- Da un po’ di tempo sto leggendo Michele Mari, perché uno che scrive una raccolta di poesie dedicate all’amore mai davvero sbocciato per una compagna del liceo mi incuriosiva. In Tutto il ferro della Tour Eiffel, preso in biblioteca, ho trovato la foto di un tramonto. Qualcuno l’ha lasciata fra le pagine. Queste cose mi fanno impazzire, mi appaiono come risibili magie urbane.
Autore dello scatto, se mi stai leggendo, ti rendo la foto volentieri, altrimenti la lascio nel libro e altri come me godranno della sua appropriata presenza.

8- Sto ascoltando con estrema voluttà la seconda jazz suite di Dimitri Shostakovitch; adoro la sua capacità di parodiare il mondo dei valzer che nel 1938 si era già accartocciato su sé stesso come un gigante dai piedi d’argilla. Trovo ironico che la trasposizione nella contemporaneità di questa suite sia stata a cura di Stanley Kubrick in Eyes wide shut: quando inizia il secondo valzer mi vedo già Nicole Kidman nel bagno della sua meravigliosa casa di New York. La Vienna di Arthur Schnitzler, Sigmund Freud e Karl Kraus non è poi così diversa dalla New York degli anni ’90 fra crack e oppiacei.

9- Mi avviliscono e mi inquietano i segni neri come il carbone che restano sul marmo delle fontane su cui l’acqua non scorre, o sugli anfratti di pietra non lambiti dalle piogge.

10- Stamattina ho messo via il barattolo del caffè salvo poi riaprirlo perché non l’avevo sniffato a sufficienza.