Quasi d’amore.

Non esistono perfezioni, ma l’ho scoperto piuttosto tardi.
Quando ho capito che le cose non stavano come le avevo immaginate da bambino, ho provato delusione ma anche sollievo. Mi è mancata la terra da sotto i piedi, e allo stesso tempo mi sono sentito assolto: non ero tenuto ad essere impeccabile.

claudia recanati

“Muoviti!” mi disse tirandomi per la manica, mentre correva con le sue gambe da airone che non sapevano più di ragazzina senza essere ancora quelle di una donna. I suoi malleoli distruggevano i fili d’erba alta che osavano ostacolare la sua corsa furiosa e leggera; quando sfioravamo le mulattiere alzavamo sabbia e sassolini. Una delle sue scarpe di tela, scarpe da ginnastica, era parzialmente slacciata, ma la cosa non sembrava turbarla. Alla fine dell’anno scolastico, le Superga da mercato che mia madre mi comprava a settembre non erano più relegate alle ore di ginnastica, e diventavano le calzature estive ufficiali: le suole che servivano solo per il gioco controllato della palestra inauguravano la stagione di gioco perpetuo che era l’estate. Mi sembrava una specie di piccolo miracolo, come quando alle elementari, a casa del compagno di classe, ad un certo punto rimanevamo scalzi per giocare più agevolmente alla lotta in cameretta. Io e Lene, in due, facevamo poco più di trent’anni. Lei autoctona, un po’ selvatica, io mandato in campagna per temprarmi e respirare aria buona. «Cristo, muoviti!»; avrei voluto accelerare ancora, ma avevo il fiatone ed ero al limite delle mie capacità muscolari; eppure non potevo permettermi di non star dietro a una femmina nella corsa. I suoi capelli, paglierini e lunghi, raccolti in una treccia ormai sfatta, rimbalzavano sulla canottierina a righe che aveva addosso, e che le lasciava le spalle di miele scoperte. Il suo accenno di seno mi teneva sveglio la notte, ma non sapevo ancora sfogare efficacemente quel desiderio prepotente e distantissimo in fondo alla mia coscienza. Prima di iniziare a correre come pazzi eravamo seduti nel suo giardino, lei stava cercando di insegnarmi un gioco di carte che faticavo a capire; era quasi il tramonto di una giornata estiva che non accennava a finire e io pensavo solo ai compiti di matematica che dovevo fare e a un libro dell’orrore che volevo terminare di leggere, preziosa eredità di un cugino più grande; Lene aveva sentito la sirena del battello che riportava gli operai dall’altra parte dell’immenso fiume, fino alla grande segheria che dava da mangiare a tutte le famiglie del borgo. Aveva gettato via le carte con un gesto inconsulto, si era alzata con un entusiasmo tale da ribaltare la sedia su cui era seduta e mi aveva intimato di seguirla, non preoccupandosi affatto di sapere se ne avessi voglia o meno; era un tratto tipico della sua personalità: prendeva iniziative dando per scontato che gli altri l’avrebbero seguita. Io provavo un misto di antipatia quando la mia volontà, o per meglio dire la mia persona, non erano in alcun modo prese in considerazione. Allo stesso tempo provavo un disperato desiderio di emularla, di pensare meno e agire di più. Al suono della sirena avevamo così iniziato a correre per le strade di quel paesino minuscolo, neanche degno di una chiesa. In un minuto scarso l’avevamo attraversato, diretti come forsennati verso l’argine. Mentre credevo che i polmoni mi esplodessero mi ricordai delle parole che mi aveva detto il giorno innanzi: «Quando il battello parte spaventa sempre un banco di pesci, e allora li vedi muovere tutti in gruppo. Sembra una specie di… concerto d’argento sott’acqua». Ogni tanto mi stupiva la sua capacità di inventare delle metafore a prima vista ingenue ma perfettamente efficaci. Mi pareva che non le bastassero le parole che conosceva per descrivere le cose che le piacevano. Una volta mi aveva detto «Vieni con me, ti faccio conoscere una mia amica» e mi aveva trascinato lungo un sentiero, al termine del quale immaginavo di trovare una casa, una famiglia e una nostra coetanea che evidentemente non avevo mai incontrato. Al contrario, ci fermammo presso una pozza d’acqua stagnante: «Ecco questa pozza è mia amica», e ci lanciò un paio di ciottoli dentro guardando i cerchi concentrici che increspavano l’acqua verdastra. Io non capivo. Eppure, nella sua testa, era perfettamente normale che una ragazzina potesse definire amica una pozza d’acqua. Era una cosa che esulava anni luce dalla mia logica. Mentre mi parlava del concerto di pesci, non avevo ascoltato Lene con l’attenzione che meritava perché guardavo le sue gambe, il suo sedere stretto in un paio di jeans tagliati a mo’ di shorts, guardavo le sue iridi di un verde che non esisteva in nessuna delle mie compagne di classe. Non l’avevo ascoltata anche perché spesso faceva discorsi un po’ strani, o almeno così suonavano al mio orecchio da figlio della città con l’inverno tutto impacchettato di impegni e rigore. A volta a scuola mi veniva una voglia terribile di rovesciare il banco su cui ero chino, urlare qualcosa a caso contro le professoresse e i miei compagni, fare uno di quegli urli che ti spaccano la gola di entusiasmo e correre via con i talloni che mi sfioravano il sedere per la foga. Non lo facevo mai: ero il primo della classe, e la mia ribellione rimaneva una scena di ordinaria follia nella mia testa annoiata. Lene era fatta della stessa materia di cui era fatta quell’energia repressa dentro di me.

Si era arrivati finalmente all’argine erboso, il fiume palpitava placido sotto i nostri occhi mentre il battello si apriva un varco fra le acque. Una cicala friniva e si sentiva in lontananza uno scampanare di vacche. In quell’ora crepuscolare i capelli di Lene diventavano di rame. Si mise a scrutare attentamente l’acqua e a un tratto disse «Eccoli!». Mi indicò uno sfarfallio ondeggiante, un muoversi di squame che riverberava di luce. «Sono belli, vero?» mi chiese senza attendersi veramente una risposta. Mi abbandonò e si diresse verso l’albero più vicino, che scalò agevolmente fino a sedersi sul ramo più alto. Non era salita per vedere meglio i pesci, si era arrampicata perché aveva voglia di farlo e basta. «Vieni su!»; la guardai esitante. «No dai, è tardi. Mia nonna mi aspetta. Non ne ho voglia» che significava che mi faceva un po’ paura salire così in alto come aveva fatto lei. In pochi istanti scattò e non si fece attendere: saltò da un’altezza che mi parve spropositata, una cosa che mia madre non mi avrebbe mai permesso di fare. «Va beh, andiamo», disse un po’ scontenta. «Beh comunque erano belli i pesci» dissi in un maldestro tentativo di rincuorarla. Mi venne voglia di prenderle la mano, cosa che ovviamente non feci. Mentre ripercorrevamo camminando la via dell’andata, qualche vecchio iniziava ad accendere le lucerne fuori dai portoni delle case. «Sai pescare?» mi disse a un certo punto. «Beh, io… non l’ho mai fatto». «Magari ti insegno. Beh ciao» e puntò dritta a casa sua girando l’angolo. Mia nonna era sulla porta che mi aspettava. Non avevo voglia né di cenare, né di dormire.

Il tuo lavoro non è la tua vita (HAHAHA SEMBRA UN TITOLO DI INTERNAZIONALE BY OLIVER BURKEMAN)

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Incredibile, l’ultima volta che ho scritto due righe eravamo nel decennio scorso.
Uh, come passa il tempo.
Vorrei parlare di alcune cose sciocche, al mio solito, che tramite un procedimento induttivo mi rivelano aspetti più en profondeur del nostro miserando passaggio su questa terra.

In generale sto ricavando qualche saggezza dai miei 30s: tipo non lo so, che io non sono il centro dell’universo; che quello che ritengo importante è decisamente più trascurabile di quanto io non creda.

Su questo aspetto ci sto ancora lavorando: è difficile arrendersi alla mediocrità se da bambino eri il più bravo a scrivere in una scuola di periferia urbana in una classe di veri figli del proletariato. Ci sono voluti orizzonti ben più ampi per convincermi del fatto che non sono speciale come la maestra mi aveva fatto credere.

Nel lento tentativo di arrendermi al fatto che non sono un enfant prodige mi sono reso conto di alcune cose:

1- Questa follia dell’efficienza nel capitalismo occidentale ha rotto il c***o. Il dogma dell’efficienza è quanto di meno umano esista. Tipo che quando stai pisciando nel bagno di un bar, a neanche metà dello svuotamento vescicale piombi nelle tenebre più assolute. E a quel punto, con il tuo arnese ancora fra le mani non puoi far altro che ondeggiare o portare in alto mano(seguiiltuocapitanooo) per far resuscitare quella ignobile fotocellula. Ai baristi dico che quello che risparmierete nella bolletta della luce lo perderete in detersivi: credete che al buio uno riesca davvero a pisciare dentro la tazza (ondeggiando)?

2- Una volta ero molto stressato e ritenevo che il mio lavoro fosse tutta la mia vita. Fu una fase molto difficile che seguiva il tragico momento della fine degli studi umanistici. L’ansia che ne conseguì fu una delle prime sberle che presi dal mondo. Quando iniziai a perdere il sonno decisi quindi di iscrivermi a un corso di training autogeno, senza sapere bene cosa fosse. Pagai la quota e seguii il corso per tentare di centrare la mia vita come si centra la ruota di una bicicletta con i raggi sballati.

Non posso dire che il corso non sia stato efficace: le tecniche di allontanamento dello stress funzionavano così bene che dopo 5 minuti di training piombavo nel sonno più oscuro e senza sogni di cui possa godere un cristiano. Tecnicamente, quindi IO NON HO MAI FREQUENTATO UN CORSO DI TRAINING AUTOGENO.

3- Raga è inutile che durante le riunioni mi parliate col labiale perché non sono sordomuto e non capisco un ca**o e provo un imbarazzo indegno e alla fine sono costretto a mentirvi facendo cenno che ho capito.

4- Che palle quelli che se la prendono con l’apparenza sui social e con la non autenticità di ciò che mostriamo sui social e alla fine laggente rivela solo il lato più bello di sé sui social e bla bla bla. Dio mio, è ovvio che su Instagram ti pubblico la foto dove sono particolarmente fiquo e il tramonto sul Vesuvio. Cosa devo pubblicare, la bolletta delle Acque Veronesi? Se questa positività finta e piena di filtri non ti piace, stacca internet e prova a cercare lavoro con una laurea in lettere.

5- Vivo gettando le ansie e le preoccupazioni di cui sopra in un grande scompartimento stagno in fondo al mio cervello. Ogni tanto tracima e lì son ca**i amari. Ma finché tutto se ne sta lì io sono felice. Superficialità? Forse. Ma quelli che dicono che i problemi vanno affrontati mi indispongono quasi quanto le fotocellule nei bagni. Più mi inoltro nella maturità, più ho l’impressione che l’essenza della vita sia scansare i problemi, fino a quando ci si riesce.

Quando il fardello dei vostri problemi diverrà insostenibile, fidatevi di me:
iscrivetevi a un corso di training autogeno.

Tu vuo’ fa’ l’Americano (Campari, vermut e una spruzzata di soda).

Comunque, io le prendevo.
Se da piccolo facevo il cretino, le prendevo.
(intravedo già pedagoghi contemporanei che si stracciano le vesti per l’orrore)
Non so, magari sono stato l’ultimo bambino nell’Occidente industrializzato a prenderle.
(Te ne do tante che te le ricordi finché non vai militare era un simpatico refrain di mia madre, che evidentemente non sapeva che il servizio di leva obbligatorio è stato abolito per la classe 1989)

Il punto è che facevo (faccio) piuttosto spesso il cretino; credo di aver messo a dura prova la pazienza dei miei genitori. Ricordo anche un memorabile manrovescio di mio padre quando avevo 16 anni ed ero un vero rebel, ed ero supremo e patetico come scrivono gli Ouchi Toki, magistralmente, nel brano Il ballerino.

Comunque, quel ceffone mi è stato utile, mettiamola così.

Da bambino, prenderle, in concomitanza con una raffinata rete di punizioni e sensi di colpa indotti, era qualcosa che però cozzava violentemente con il fatti valere di matrice patriarcale trasmessomi senza dolo da mio padre.

Il risultato di questa LACERANTE DICOTOMIA (SCUSATE IL MAIUSCOLO MA QUESTA LOCUZIONE L’HO TROVATA SCRITTA IN UN BOTTO DI MANUALI DI LETTERATURA E NON VEDEVO L’ORA DI USARLA) è stato un mio generico rammollimento o, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, una mia predilezione per la nonviolenza.

Lo scontro mi stressa e mi stanca enormemente. Poi, le tendenze più bestiali della mia persona devono uscire pur in qualche modo, e così sfogo i miei istinti da serial killer in questi frangenti:
1- Quando a momenti sfondo il foglio con la penna rossa mentre correggo temi sconclusionati dei miei alunni/e.
2- Quando faccio la lotta con le mie sorelle.
3- Quando mi incazzo con la mia partner di turno per delle idiozie passivo-aggressive salvo poi pentirmene e chiederle scusa per le 24 ore successive che alla fine dei conti aver spostato lo stendino delle mutande non è poi così grave, dai.

Al contrario, contro ogni pronostico, quando mi trovo davanti a un venditore di biciclette che mi ha rifilato un mezzo che si spacca ogni due mesi e mi chiede anche denaro per ripararlo, beh, sono un agnellino. Quasi amichevole. Che fenomeno bizzarro.

Data questa lunga prolusione, ora vi racconterò del fiotto di bile che ho ricevuto in pieno volto qualche sera fa. Mi trovavo a una festa (mi trovo spesso a delle feste). Un convitato che non conosco seduto da solo su un divano, sentendo che sto parlando di biciclette con un amico si intromette nel discorso, che qui traduco in lingua italiana:
-Ah ma vai in bici?
Io fieramente: -Non ho altro mezzo-, sorrido.
-Ma sei un ciclista?- (tautologicamente)
-Vado anche in bici da corsa nel fine settimana.
-ALLORA SE VEDI UNA BMW ROSSA CHE CERCA DI AMMAZZARTI SONO IO, DIO ****. IO LI INVESTIREI TUTTI I CICLISTI DIO ****.
Cerco di assumere l’aria più affabile che mi riesca e con voce scherzosa: -Quantomeno non inquino, dai.
-MA CHE CAZZO ME NE FREGA DELL’INQUINAMENTO DIO ****-
Mi volto verso il bartender: -UN ALTRO AMERICANO PER FAVORE.

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Prendere un altro drink insomma, mi è sembrata la cosa più saggia da fare. Eppure mi chiedo: quale frustrazione porta a pronunciare parole simili all’indirizzo della mia persona, e per giunta a una festa? Perché non potevamo riempirci il bicchiere a vicenda e fare due parole in tranquillità?

E per inciso, esattamente, chi cazzo ti conosce?

In any case, fai bene a non preoccuparti dell’inquinamento.
Sarà l’inquinamento a preoccuparsi di te.
OPPURE SI PREOCCUPERÀ DI TE GRETA THUNBERG CHE IERI È STATA NOMINATA PERSON OF THE YEAR DAL TIME, BOOM BABY,  E ADESSO PEDALA.

Ero talmente scosso che sono fuggito e ho concluso la serata con altre compagnie, a Madonna Verona: poesia!

30 anni, Bologna, dicembre.

 

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Ma in fondo, che ne so?

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo. Ogni mattina io sono deputato a “sapere”, devo rispondere a domande che spaziano dalla perifrastica passiva (non lo so nemmeno io) alla mia opinione sulla trap. A volte si gioca un po’ di immagine, non c’è dubbio: più che conoscere bene la materia (anche il più preparato ha qualche lacuna qui e là), a volte ho l’impressione che mi sia richiesta un po’ di autorevolezza.

Per autorevolezza intendo quella sensazione rassicurante tipica dell’infanzia per cui c’è sempre un adulto che sa come gira il mondo e prende in mano la situazione mentre io mi sbuccio le ginocchia spensierato.

La fiducia nell’autorevolezza è quella cosa che perdi quando vedi in che modo gestiamo il debito pubblico italiano: danziamo nel ventre del Titanic cercando di non fare caso al pavimento che si inclina.

C’è sempre uno iato considerevole fra il nostro lavoro di insegnanti e le persone che siamo: gli alunni chiedono sicurezze mentre io devo ancora superarla questa cosa che non farò mai il paleontologo al Jurassic Park.

(Per non parlare di quando mi tocca per forza prendere l’ascensore e io odio gli ascensori, bontà di Dio fatele ‘ste due scale)

E dunque, la più consistente scoperta della mia maturità è che l’età non è affatto garanzia di saggezza. Ciò mi ha alquanto destabilizzato, anche per l’estrema ammirazione che ho sempre riservato ai miei maestri. Eppure, la loro incapacità di gestire alcuni aspetti delle loro vite mi ha quasi ferito.

Ho letto una volta su internet, non so dove:

È terribile quando la situazione avrebbe bisogno di un adulto per risolversi e l’adulto sei tu.

Mi interrogo su queste cose perché si dà il caso che questo sarà il mio primo Natale da trentenne. E non credo di essere mai stato così sereno, tutto sommato; va beh, senza il conservatorio è gioco facile essere felici.

Parliamoci chiaro: i festeggiamenti a casa mia per l’occasione sono stati decisamente MEMORABILI, e credo che nessuno degli invitati possa negarlo. Ma ora viene il momento del ritorno all’ordine e di alcune rivelazioni che a quanto pare sono rimaste inespresse, seppur nell’aria, per mesi e mesi.

Domenica ho fatto due passi a Bologna, con Claudia, ed era bello immaginarla lì, qualche anno prima, da studentessa, quando ancora non sapevo esistesse. Tornando, in treno le ho letto qualche pagina di Più lontano ancora di J. Franzen, in cui si parlava di quanto il tentativo di piacere a tutti sia in ultima analisi una rinuncia alla propria dignità. Era da molti anni che non leggevo ad alta voce a scopi non professionali.

Claudia pensa meno della metà rispetto a me e agisce il doppio. Ricordo con un brivido quando per la prima volta, a Trieste, durante quest’estate appiccicosa mi ha raccontato il limbo dei profughi nei campi in Grecia, dove ha fatto la volontaria.

Mi sono quasi sentito in colpa a mangiare, dopo. Ho ridimensionato le mie “sfortune”.

Claudia mi ha fatto conoscere Giulia, che si occupa di richiedenti asilo in Egitto. Ho invitato Giulia a parlare a scuola, perché io non ho visto abbastanza mondo e non ho visto abbastanza sofferenza per rendere conto della realtà dorata in cui viviamo noi.

In fondo, se i boomers hanno le loro mancanze, non significa che non possiamo raccontarci storie, scambiare opinioni ed esperienze, leggere due righe ad alta voce.

P. S.  Con parole altrui:

Do not go gentle into that good night […]
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning
they Do not go gentle into that good night.

Dylan Thomas

 

Comodità dannose.

close up photography of penguin on snow
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Tre cose che trovo assurde:

1- Se sei in salute, utilizzare la macchina in città per spostamenti entro i 10 km è PURA FOLLIA.
(Facciamo 5 per i meno allenati, ma vi garantisco che dopo un mese 10 km diventano un’inezia). Il freddo, dopo 5 minuti di pedalata, non lo senti più e anzi, ti pentirai del tuo maglione di lana.

2- Le persone cresciute in un modello di sviluppo economico diverso da quello che, spero, si sta profilando all’orizzonte, faranno una fatica immane a rinunciare alle piccole comodità che garantiscono i combustibili fossili o la plastica.
Dobbiamo combattere anche contro di loro per quanto riguarda le minute scelte quotidiane, perché a tutti piace l’acqua fresca frizzante a 50 cent ai distributori automatici, a tutti piace il riscaldamento a 23 gradi in dicembre e via dicendo. Quello che trovo intollerabile sono le persone della mia età che dicono “Anche se abbiamo la differenziata porta a porta buttiamo tutto insieme e portiamo in macchina l’immondizia nei cassonetti a Verona perché è troppo una rottura differenziare”.

Non c’è dubbio su un fatto: ciò che vince in questi tempi di rapidità, ansia, stress, burn-out lavorativi, reperibilità totale, sfida a chi presenta sui social l’immagine più bella di sé stesso (io compreso),
ciò che vince, dicevo, è la comodità. Il marketing su internet insegna che cliccare su un link per aprire una nuova scheda scheda è un’azione già di per sé troppo laboriosa, che farà scendere il numero di utenti che vedranno i contenuti della pagina. Sotto questo aspetto, in controtendenza rispetto alle leggi del mercato, dobbiamo tornare alla lentezza, smettere di impigrirci, trovare soluzioni alternative, anche se è normale aborrire la bicicletta quando piove.

Poi, mi rendo conto che l’economia remi contro le scelte ambientali: io per primo indosso e ho comprato abiti che di certo non hanno un buon pedigree a livello di sostenibilità. Per questo non trovo soluzioni, salvo cercare di riparare i capi che già possiedo o comunque di cercare di comprarne il meno possibile.

3- Vorrei concedermi una piccola gita fuori Italia che sia quanto più sostenibile possa essere: il prezzo del treno è improponibile rispetto a uno dei mezzi più inquinanti in assoluto: l’aereo. Anche a questo non trovo soluzione, salvo accorciare la distanza che voglio percorrere.

Basta deresponsabilizzazioni: le scelte individuali contano eccome.

PS
Sono felice che il Ministro dell’Istruzione abbia legittimato la partecipazione degli studenti alle manifestazioni ambientali di venerdì, chiedendo ai presidi di giustificarli.

Ho giocato a calcio

male, chiaramente. Non per mia volontà. Serviva il decimo giocatore a degli amici che giocavano sotto casa e che fai, dici di no?
Tuttavia, se non sei buono a 13 anni, di certo non lo diventi a 29. Se volete saperlo la partita di calcio era a squadre miste. Mi hanno piazzato in porta e ho preso due goal da una giocatrice incredibilmente valida. Il fatto è che il pallone mi fa paura perché mi sembra mi arrivi in pieno volto. E poi sono una piaga. Ieri in bici da corsa in discesa mi è arrivata un’ape sul braccio mentre ero a tutta birra. Mi ha fatto male e mi ha provocato un piccolo ematoma.

Ematoma che chiaramente vedo soltanto io. Sono una piaga.

Oggi ho conosciuto una delle mie nuove classi. Sembrano ragazzini simpatici. Li ho terrorizzati per metterli un po’ sul chi vive, salvo poi rivelarmi un pezzo di pane come al solito. La mia allocuzione su quanto sia mirifico imparare i sinonimi non ha avuto poi questo gran successo. Va beh, mica devo vendere la mia materia. O forse un po’ sì di questi tempi?

L’antologia non mi soddisfa del tutto; ci sono molti testi che vorrei far loro leggere, ad esempio Il colombre di Dino Buzzati. Vi scongiuro, leggetelo, anche se siete pigri: è un raccontino di appena tre paginette. Cito la mia frase preferita:

Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora più grande è l’attrazione dell’abisso.

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L’inizio dell’anno scolastico, insomma, si apre all’insegna di grandi progetti. Ne realizzerò meno della metà e andrà bene così, perché credo che l’immaginazione debba sempre essere un passo avanti rispetto ai nostri accomplishments. 

In ogni caso, sono arrivato a casa e mentre sbrigavo alcune faccende ho acceso la televisione su un telegiornale, giusto perché mi tenesse compagnia, illudendomi che un oggetto possa in qualche modo “tenere compagnia”. Dopo pochi minuti mi è venuta la nausea a sentire quelle voci che si sbraitavano dietro in non so quale talk show.

Ho letto, con la tv accesa ma lasciata in mute: Alexandre Dumas e Dave Eggers perché mi piace mischiare epoche e prose che non c’entrano nulla tra loro. In più, trovo interessante il modo del tutto particolare con cui gli americani riflettono su loro stessi. A volte ho l’impressione che i narratori europei abbiano la tendenza a rendere eroiche delle vicende tutto sommato banali, e che invece i narratori americani abbiano la sacrosanta necessità di mettersi da parte, di fuggire dalla loro patria troppo sgargiante per accogliere la loro sensibilità.

Ma queste sono generalizzazioni ed è ora di andare a dormire.

 

Vita nova

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Faccio fatica a liberarmi da schemi passati,
suppongo si possa parlare di “traumi”,
così tendo a vedere vecchie sofferenze un po’ dappertutto.

Ma categorizzare di continuo, leggere la realtà tramite paradigmi immutabili è la colpa più grave che si possa imputare ad un individuo, ma non solo: è l’unico vero sintomo dell’invecchiamento.

L’estate è passata più o meno velocemente, e agosto è stato decisamente più sopportabile rispetto a quello dell’anno scorso. Ho letto libri di storia da cui ho tratto la conclusione che i miei troubles e la mia persona a vario titolo valgono meno di zero in quest’universo. Non c’è che dire, un duro colpo per noi narcisisti egocentrici insicuri come pavoni spennacchiati.

L’anno scolastico sta per iniziare, un altro all’insegna del precariato. Le linee di didattica che seguirò saranno sempre le stesse, banali ma irrinunciabili quanto l’amore: godetevi la bellezza della prosa e della poesia, la bellezza delle parole che formulano bene un pensiero. Il linguaggio è strumento per dominare la complessità, se no va a finire che ci credete veramente agli immigrati cattivi ladri di lavoro.

Ho letto molto, complice la fine dell’abbonamento a Netflix e complice la fine della ricerca di una compagna a cui scrivere su Instagram / Facebook e diavolerie simili.

Ho altresì lavorato molto, infatti sono spossato e un po’ alienato, giungerà infine un momento in cui acquisterò quella sicurezza in me stesso che mi concederà di oziare privo di sensi di colpa e di liberarmi infine del giogo del conservatorio*

*lo spirito di Bach che mi giudica perché non sto studiando le sue musiche ventiquattr’ore su ventiquattro.

Anche perché, diciamocelo, il conservatorio, unica vera disciplina alla quale sono riuscito a sottoporre my flesh and blood l’ho finito ben quattro anni fa, Gesù.

Ma cosa dicevo a proposito dei traumi passati?

Vi voglio bene,
Marco

 

Sera, tecnologia e Mediterraneo.

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Sera, quasi mezzanotte. Il computer è silenzioso, aperto sulla scrivania, circondato da libri che potrebbero offrire una qualche soluzione. A cosa, poi? Difficile a dirsi, ma di fatto mi piace pensare che ogni autore della storia  della letteratura abbia scritto per rispondere a qualche mancanza. Accanto al computer c’è una tazza di caffè appena fatto. Il vapore che esala è ipnotico, crea figure evanescenti e scompare. Mi siedo, accendo la lampada da tavolo, il silenzio è appena disturbato dai suoni della collina: volatili notturni, stormire di foglie alla minima bava di vento, un neonato che vagisce, in lontananza; 

è difficile non farsi disturbare dal telefono, così decido risolutamente di metterlo in modalità aereo. Mi sento ridicolo a dovermi imporre di rinunciare a una delle grandi comodità dell’Occidente industrializzato, -senza navigatore satellitare, d’altronde, chi mi avrebbe portato sulle Dolomiti a camminare questa mattina?- quantomeno per qualche mezz’ora. La smania di guardare lo schermo, croce e delizia del nostro esibizionismo, è il riflesso di un’attesa. La necessità di controllare il cellulare appartiene agli ottimisti. Ho fiducia che sui social network troverò qualcosa di interessante. Ho fiducia che avrò conversazioni coinvolgenti, che mi arriverà l’e-mail che stavo aspettando. La fiducia nei nostri dispositivi tecnologici è diventata fede. Un avvenire luminoso è il paradiso laico di questi anni sovraccarichi, e verosimilmente si annuncerà con un’e-mail. 

Giunge notizia di una ragazza tedesca, mia coetanea, che ha sfidato un’Italia ostile, miope, succube sempre più dei sordidi meccanismi della propaganda. Mancano strumenti culturali per difendersi dalle più becere semplificazioni, dall’elementare e ferina equazione Noi = Bene, Loro = Male. Coloro che governano, legittimamente eletti, soffiano sul fuoco della frustrazione nazionale, offrono facili capri espiatori. La politica, la più bella delle arti, che è gestione oculata del Bene Comune, è sostituita dall’aggressività, ha perso l’eleganza che dovrebbe contraddistinguerla. Nel frattempo il nostro debito pubblico schizza alle stelle, e non è affatto chiaro chi lo pagherà. I disoccupati forse credono davvero che la colpa delle loro sventure sia di quei 40 disperati che preferiscono il rischio della morte alla certezza della sofferenza nei loro paesi d’origine. 

La mia cultura di riferimento, quella europea, ha dimenticato, o finge di dimenticare che ha spadroneggiato nel mondo intero per secoli, perpetrando ogni sorta di abuso nei confronti delle altre popolazioni. Tutt’ora il low-cost di cui beneficiamo in qualsiasi comparto produttivo esiste perché qualcuno, altrove, paga per noi rinunciando all’istruzione, alla salute, a diritti che per noi stessi consideriamo inalienabili. La febbre coloniale che ha inaugurato l’età moderna ci ha concesso il progresso, la stabilità, la ricchezza. E quei poveretti sulla Sea Watch 3 sono la Storia, che bussa alle nostre coscienze e viene a chiederci il conto per secoli di imperialismo.          

Porto la tazza alle labbra, bevo l’ultimo sorso del caffè che ormai si è freddato. Ripenso alle mie sciocchezze quotidiane, all’infantilismo di alcune mie pretese, al falso disagio psicologico che devo crearmi, perché a me non manca nulla. 

Io non sono Carola. Al massimo, dalla mia comodità, donerò qualcosa per sostenere le spese legali della sua Ong.

Eppure, il mio dovere minimo è riflettere su queste cose, provare a scriverne.     

 

Cene finali, mia madre e Albert Camus

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Sono sommerso di burocrazia,
giugno si sa, è così. Da una parte detesto le carte che devo produrre al lavoro, per la dichiarazione dei redditi e via dicendo; dall’altra la burocrazia è figlia dell’Illuminismo che scelse di abolire i privilegi nobiliari aprendo ad un rapporto più diretto fra il cittadino e lo Stato; quindi alla fine sopporto e grido Allons enfants de la Patrie!

In realtà la dichiarazione dei redditi è, tutto sommato, il prezzo dell’entrata nella vita adulta,
come l’ansia, le bollette, chiamare il medico senza farlo fare alla mamma.

Per quanto concerne il mio modesto lavoro di insegnante precario, questo è il momento del raccolto; non intendo culturalmente, ma intendo che questo è il periodo delle rutilanti cene di fine anno scolastico. A me piacciono moltissimo le cene, infatti ne faccio molte a casa mia, ma ancor più mi piace esservi invitato.

Una variante che amo delle cene di fine anno sono le cene colleghi. Le cene colleghi servono in ultima analisi per essere tutti un po’ avvinazzati e dire cose catartiche non dette durante l’anno. Tutte le categorie professionali credo facciano le cene colleghi al termine di un lavoro. Quello che mi chiedevo stamattina è se anche i cast dei film pornografici organizzassero questi banchetti:

*attore che si sta asciugando le pudenda*
-A regà, m’è venuta fame, se famo pizzetta stasera?
(L’attore abita sulla Tiburtina)
Verosimilmente, come alle cene docenti si ricordano episodi faceti, lo stesso dovrebbe avvenire anche alla cena finale di Rocco e le casalinghe annoiate:
Prof 1 a prof 2: “Ehi ti ricordi quando hai firmato il registro sbagliato, che mattacchione”
Ha ha ha
Attrice ad attore: “Ehi ti ricordi quando hai eiaculato nel posto sbagliato al momento sbagliato?”
Ha ha ha

Comunque, tornando alle cose serie, quest’anno sono stato molto attento a non ammorbarvi con le mie tirate sentimentali “Oh quanto bello è il mio lavoro” stile Attimo fuggente di serie B. L’ultima fase di questo decadimento nervoso credo sia pubblicare su facebook vignette tratte da pagine (di cui immagino il titolo) tipo Insegnare: la nostra missione o La dura vita del prof dove rivendichiamo che non è vero che facciamo tre mesi di ferie d’estate.

Eppure, è vero che nella scuola tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza e se quest’anno non ho scritto nulla di particolare è perché sono stato sostanzialmente felice, sereno e tutto è andato liscio. A conferma di ciò, ieri parlavo con mia madre: si è rotta una spalla e questo forzato distacco dalle occupazioni quotidiane l’ha ammantata di un’improvvisa saggezza; mi ha chiesto “Come va” rispetto a diversi aspetti della mia vita. Uno in particolare. Io ho risposto “Molto bene sai”. Mia mamma ha detto “Fermo. Stai zitto, non dire niente e goditi solo il momento”.

Sono rimasto un po’ colpito perché non ho ancora imparato a starmene zitto. D’altronde, se fai lettere è perché di base le parole ti piacciono. Tutto questo mi ha fatto pensare ad Albert Camus, al suo a dir poco esiziale Lo straniero: è un testo breve, lucidissimo, che non ha altro fine se non metterti angoscia per il non-senso della vita. Mi è parso un’estremizzazione di Madame Bovary, in cui la cosa più terribile non è ciò che è scritto, ma ciò che l’autore lascia alla nostra immaginazione non fornendo ulteriori dettagli.

Da Lo straniero:
Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio do una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

*in my head*
E ALLORA?! E DUNQUE?! SPIEGAMI PERCHÉ CAVOLO HA SPARATO, COSA GLI È PASSATO PER LA TESTA VIVADDIO

Tecnicamente questo procedimento si chiama reticenza (o aposiopesi se proprio vuoi fare l’erudito); sembra essere la negazione stessa della letteratura, perché in fondo io non sto scrivendo, sto solo creando un vuoto, un abisso gigantesco che può inghiottirci tutti con terrore di ubriachi. La vertigine del non detto, l’horror vacui che non riesco a scrollarmi di dosso.

Non per forza la reticenza deve avere una connotazione negativa, infatti Dante la usa per esprimere la meraviglia nel Paradiso. Il mio verso preferito in assoluto della Divina Commedia è A l’alta fantasia qui mancò possa: tradotto, più di così, o mio lettore, io non posso fare.

Concludo dicendo che cercherò di starmene un po’ più zitto:
*Spoiler alert*
Non ci riuscirò.

 

P.s. Se vi infastidiscono gli spazi vuoti, fate un giro al Vittoriale di Gabriele d’Annunzio.

 

 

Il week-end è morto, viva il week-end!

purple liquid poison on brown wooden surface
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Madame Bovary è un libro chirurgico e spietato: c’è una sostanziale contraddizione fra il suo farsi leggere così piacevolmente e la gravità del tema trattato.
Di solito mi piace sottolineare i passaggi più significativi dei libri; con Flaubert è impossibile, perché bisognerebbe prendere in mano la matita ad ogni singola pagina.

Flaubert non ha la rarefazione di Dostoevskij, che quantomeno lascia il tempo di prendere fiato tra un senso di colpa e l’altro.

Quello che trovo geniale e insopportabile di Madame Bovary è che obbliga di continuo il lettore a fare i conti con la propria esistenza, a chiedersi quanto sia autentica la vita che sta conducendo; a confrontarsi con la sua mediocrità.

questa domanda e la risposta che segue penso siano ciò che spaventa di più l’uomo contemporaneo, che infatti mette in atto svariati meccanismi di rimozione, più o meno consapevolmente.

Io ieri mi sono comprato delle scarpe nuove, ho pubblicato due story su Instagram, mi sono perso nei “fumi del barismo cordiale” e ora sto scrivendo.

Il week-end è morto, viva il week-end!