Di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. E di colline.

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La casa in collina assomma in sé diversi vantaggi; innanzitutto, vivendoci puoi sentirti un po’ Cesare Pavese, anche se a pensarci bene non è una gran cosa: Pavese è bravo a scrivere, a rielaborare il disagio esistenziale, a tradurre Moby Dick, a farsi rifiutare proposte di matrimonio, ma non è certo una cima nella gestione della propria umanità.

Uno dei vantaggi veri invece è che internet, se prende, ha un segnale flebilissimo che impedisce di guardare cose non puramente testuali, tipo cose in streaming. Per questo, il fatto che stamattina alcuni operai abbiano messo qualcosa sottoterra (verosimilmente questa fantomatica “fibra”) coprendola con un impasto di cemento rosato, mi disturba alquanto; sorvoliamo sul fatto queste strisce rosa al lato dell’asfalto prima o poi ammazzeranno qualche ciclista, tipo me.

Uno degli altri vantaggi è che le stradine a volte sono talmente strette che le auto non riescono a superarti e la gerarchia dei rapporti di forza si ribalta. Non esiste che io mi fermi mentre spasimo in salita per farti passare. Puntami pure i fari sul culo, qui quello sbagliato sei tu.

Stare in un po’ più in alto rispetto ai boulevards veronesi inoltre mette di buon umore, perché è noto che fuori città la primavera arrivi in anticipo, ad uso esclusivo dei vecchi che mettono i gilet color crema multi-tasca da pescatori del Mississipi. Anche la pioggia cade prima, ed è dunque più fresca e sa ancora un po’ di grigio. I piovaschi lavano le vene della collina e poi intasano i tombini esausti di via Mameli.

Per salire a Quinzano in piazza Righetti, ci sono poi due strade che corrispondono ad altrettanti modi di affrontare la vita. Da entrambe si vede bene il campanile illuminato di San Rocchetto. La prima via è più lunga ma meno ripida, si può quasi arrivare su senza accaldarsi; solo, non finisce più. L’altra è più breve, ha degli strappi che se imbocchi senza l’impeto giusto ti obbligano a scendere e spingere la bici a piedi -disonore supremo-. È decisamente meno illuminata. La sera si vede qualche bagliore di stella in più e le foglie sono più verdi. Inoltre è circondata in parte da muri che hanno in cima cocci aguzzi di bottiglia. Io preferisco sempre quest’ultima strada. Faccio fatica ma dura poco: non sono organizzato e paziente, mi piace il rush finale.

L’altra cosa interessante della vita collinare è che se la scrittura viene a cercarti, di solito ti trova pronto.

Ieri ho scagliato per terra una penna in classe perché spiegare con qualcuno che parla in sottofondo è come contare con qualcuno che ti dice nell’orecchio numeri a caso. Cose che i nervi ti franano, e a me non succede mai. La bic nera è esplosa. La collina ti abbraccia e rilassa, anche perché se lanci una penna nell’erba di maggio, difficilmente la distruggi.

Me ne vado a morire, dormire, forse sognare, ma non prima di avervi ricordato che come Dante nell’ultimo canto del Paradiso, tentando di contemplare nel volto di Dio il mistero dell’universo, non vede altro che l’immagine dell’uomo, anche l’enciclopedista di Borges, tentando di disegnare il mondo, in punto di morte di accorge di aver disegnato minuziosamente il suo stesso volto.

Easter what you want* (*Christmas with the yours)

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Previo accorato suggerimento mi sono iscritto al programma carta-freccia e sono andato a Milano con un Freccia Rossa; era la prima volta nella mia vita che ne prendevo uno. Ci mette pochissimo. Quando al solito regionale compagno di sventure preferisci la Freccia vuol dire che la gioventù è agli sgoccioli.

-regionale compagno ma anche un po’ causa di sventure-

Gioventù addio e non oso immaginare il trauma di pagarmi per intero i biglietti per i musei nei prossimi giorni. A bordo del treno ero così a disagio che mi hanno dato acqua e snack (compresi nel prezzo) e io ho detto “NO NO GRAZIE LEI È MOLTO GENTILE MA SONO A POSTO”.
Insomma, ho tradito le mie radici proletarie e sono diventato un borghese nemico del popolo.

Stamattina sono partito per Parigi perché sono un amante dell’avventura e del cambiamento e non scelgo mai le stesse mete, no no proprio no. Nelle orecchie ho i primi abbacinanti accordi di “Chan chan”, dal Buena Vista Social Club che mi danno un piacere quasi fisico. Ho sentito di persone che studiavano con quest’album come sottodondo: ma come si fa a fare altro, oltre ad ascoltarlo?

Sono passato per Torino e Chambéry, stazioni che significavano tornare in Italia a Natale e tornare mestamente a Grenoble quando le feste erano finite. Mi sembra tutto lontanissimo e stranamente non sto provando la mia onnipresente nostalgia per tutto lo scibile umano. Faccio progressi, no?

Ieri in classe ho cercato di tracciare un parallelo fra Josef K. dal Processo di F. Kafka e Leopold Bloom dall’Ulysses di J. Joyce: sono uscito dall’aula insoddisfatto, con un altro mezzo milione di cose da dire nella testa. Anche perché, oggettivamente, non puoi davvero far lezione l’ultimo giorno prima delle vacanze. Per la cronaca, non ho mai letto integralmente l’Ulysses di Joyce e non ritengo necessario farlo.

Ho un mal di testa vigliacco, suppongo sia il modo che usa il mio encefalo per esigere sonno.

Ha del tutto ragione.

Lunedì di fuoco

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Ieri sera ho preso un po’ d’aria.
Ogni tanto ho l’impressione di dover pedalare ancora un po’ prima di poter andare a casa.
Sarei dovuto andare a letto presto -come dovrei fare ogni sera- ma si sa, è impossibile dormire con qualcosa in sospeso nel gulliver come dice Alex Delarge.

Che poi ‘sta cosa della prima ora sempre mi sta pesando un po’ ma poi penso a gente che fa lavori faticosissimi e non oso lamentarmi.

Io mi diverto; oggi ho fatto sei ore filate in classe, giusto il tempo di trangugiare un caffè da macchinetta alla ricreazione, che mi ha pure scottato la lingua. La quinta ora avrei potuto tirare il fiato ma mi hanno piazzato una supplenza. Sono stato con una classe che non conoscevo, ho fatto due chiacchiere con ‘sti tartarini di seconda superiore, esuberanti quanto spiantati.

La cosa tremenda del lunedì,
-tremenda per i ragazzi, non certo per me-
sono le ultime due ore con la quarta. Liceo scientifico, classe indubbiamente testosteronica, appena quattro ragazze. Il resto è storia. Ebbene, esattamente come l’anno scorso, La Locandiera di Carlo Goldoni ingenera sempre accorate discussioni, a volte decisamente poco scolastiche. Ed effettivamente, come si fa a non amare questa donna che manda avanti baracca e burattini prendendosi gioco dell’inutile arroganza degli uomini? Più leggevamo le parole di Mirandolina e più ci sentivamo marchesi, conti e cavalieri senza riuscire ad ammetterlo.

E d’altronde, a cosa serve la letteratura se non riusciamo a ritrovare i suoi temi nella nostra quotidianità?

Ogni volta che non riesci ad esprimere il tuo stato d’animo, non preoccuparti: qualcuno prima di te si è già sentito così e l’ha descritto dieci volte meglio di quanto tu possa mai fare.

Per questo non dobbiamo mai smettere di leggere.

Thinking of.

Lessi questo libro che ero all’università. Era la fine di dicembre, e lo buttai giù tutto d’un fiato una notte, seduto in cucina, mentre la mia famiglia dormiva.
Lo stesso anno comprai rapido in stazione le Cinque storie ferraresi, perché all’epoca si leggeva ancora in treno andando a Padova.
Non ho mai smesso di pensare a lei, da allora.

E comunque il tono drammatico delle mamme, che sciagura.

Oggi ho parlato del tema del mare nei Malavoglia, e poi del mare del vecchio Santiago, e poi del mare del capitano Achab e di Ismael, e sono tre mari diversi ma uguali.
Parlerò del mare di Montale, tra poco.

Per tornare al giardino, quando ero bambino, d’estate mia madre spediva me e mia sorella in montagna a fare un po’ di vita campestre e io giocavo tutto il giorno con mia cugina, non volevo dormire e mangiavo lamponi selvatici. Lei racchiude tutte queste sensazioni. 

[…] prima di toccare terra, le mancò un appoggio e scivolò. Cadde in piedi. Ma si era fatta male alle dita di una mano. Inoltre, strusciando contro il muro, il vestito di tela rosa, da mare, le si era sdrucito leggermente sotto un’ascella.
«Che stupida» brontolò, portando la mano alla bocca e soffiandoci sopra. «È la
prima volta che mi succede.»
Si era anche sbucciata un ginocchio. Tirò su un lembo del vestito fino a scoprire la coscia stranamente bianca e forte, già da donna, e si chinò a esaminare l’abrasione. Due lunghe ciocche bionde, di quelle più chiare, sfuggite al cerchietto di cui si serviva per tenere a posto i capelli, ricaddero in giù, a nasconderle la fronte e gli occhi.
«Che stupida» ripeté.
«Ci vuole dell’alcool» dissi io meccanicamente, senza avvicinarmi, nel tono un po’ lamentoso che adoperavamo tutti, in famiglia, in circostanze del genere.
«Macché alcool.»
Leccò rapida la ferita: una specie di piccolo bacio affettuoso; e subito si drizzò.
«Vieni» disse, tutta rossa e scarmigliata.

G. Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini”

Time to fall asleep.

So, good night unto you all.
Give me your hands, if we be friends,
And Robin shall restore amends.

Merry Christmas Mr. Hemingway.

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C’è un libro che mi piace particolarmente, Canone Inverso di Paolo Maurensig, che inizia con la descrizione di una memorabile esecuzione della Chaconne di J. S. Bach: il violinista entra in una rumorosa stamberga di Vienna, ha l’aria trasandata dell’artista di strada, e soprattutto imbraccia lo strumento per rispondere ad una sfida. L’uditorio rimane senza parole, la musica esce dalle sue mani cristallina e appassionata.

Spesso mi sono chiesto quanto impieghi l’ultima nota di un brano musicale a spegnersi del tutto. Non solo fisicamente, ma come vibrazione emotiva. Chi può dirlo?
Mi sembrò che nessuno osasse applaudire, che quella musica ci avesse tolto ogni volontà. Era stato un momento in cui il mondo s’era arrestato sul suo asse, e non c’era da stupirsi se ora stentava a rimettersi in moto. Certo è che l’intervallo di tempo che intercorse tra l’ultima nota della sua impeccabile esecuzione e il primo battito di mani (il mio), che si moltiplicò subito in un applauso appassionato, mi sembrò senza fine.
                                                                                                   P. Maurensig, Canone inverso, p. 23.

Ieri era la Vigilia di Natale, io mi sentivo esuberante, le gambe mi frullavano bene sulla bicicletta. Dovevo raggiungere amici vari per aperitivi, familiari vari per cene, altri amici per feste. E così mi sono ritrovato in Lungadige San Giorgio, che è un luogo davvero suggestivo, non fosse per un nefando albero di Natale rotante super kitsch. Fortunatamente era quasi sera e buona parte della gente stava tornando a casa. Nella tasca interna della giacca avevo Fiesta (The Sun Also Rises) del buon vecchio Ernest, autore che ultimamente sto leggendo con particolare voluttà.

Mi piace avere sempre qualcosa da leggere a portata, perché se c’è una cosa che ho imparato da Hemingway è che non bisogna mai farsi cogliere impreparati. Questo non significa affatto perdere il gusto dell’improvvisazione: I can’t stand it to think my life is going so fast and I’m not really living it (E. Hemingway, Fiesta, p. 12).

E così ho cercato di guardarmi attorno, di cogliere quanto si poteva cogliere, col fiume senza forza che mi scorreva sotto i piedi. Ma quando sono tornato alla bicicletta ho sentito che la musica non era ancora finita, che non era ancora il momento di armeggiare goffamente con la catena, salire in sella e andare. Mi sono ritrovato in quel lasso che separa l’ultima nota della Chaconne dall’applauso. Così mi sono appoggiato alla balaustra e ho letto sotto la luce del lampione, ho letto finché il calore residuo dalla pedalata non se n’è andato del tutto dal mio corpo, finché le mani non riuscivano più a voltare le pagine.

Per non saper né leggere né scrivere, poi, ho dato una sbirciata ad un articolo del Nostro, scritto quando faceva il corrispondente per il Toronto Star, Christmas on the roof of the world. Ho provato invidia per quest’uomo, trovatosi affamato a dover fare da spola fra il Nuovo Mondo da cui proveniva ed il Vecchio di cui si è innamorato alla follia. Parte di questo articolo si intitola Christmas in Paris, e scusate la monotonia ma inizia così:

Paris with the snow falling. Paris with the big charcoal braziers outside the cafes, glowing red. At the cafe tables, men huddled, their coat collars turned up, while they finger glasses of grog Americain and the newsboys shout the evening papers.

Come diavolo si fa a scrivere così? Con i primi due verbi al participio che non sono azioni, sono caleidoscopi di immagini.
Ora la vedo la città, chiara nei suoi profili, sento il calore dei bracieri.

È il momento di slegare la bici, che devo andare. E quando si pedala, non resta mai tempo per farsi delle domande.

PS
Buon Natale.
Ciò che si vede nella foto è ciò che si vede dalla finestra della mia camera da letto.

Vado a Parigi con la quinta B, leggo Baudelaire alla quinta B.

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Sì, ok il programma di quinta prevede che si continui con Verga, il ciclo dei Vinti, Rosso Malpelo et cetera.

Ma io questi figli la settimana prossima li porto a Parigi.

“Ragazzi andate avanti di un centinaio di pagine”
E così oggi ho fatto la mia prima lezione su Charles Baudelaire. Abbiamo letto, ovviamente, Spleen, e forse ci siamo sentiti i ragni orrendi zampettarci nelle cervella.

Baudelaire lo lessi per la prima volta in seconda superiore, quando credevo che la letteratura non avrebbe occupato alcun posto di rilievo nella mia vita.
Me ne procurai un’edizione vetusta e ingiallita dalla biblioteca dell’Istituto magistrale, che non aveva nemmeno il testo originale francese; dimenticai di restituirla e la resi alcuni anni dopo con sincero imbarazzo.

Spiegare Baudelaire è difficilissimo, come è difficilissimo spiegare qualsiasi autore per cui si prova un autentico trasporto.
La stessa ansia da prestazione mi ha invaso confrontandomi per la prima volta con l’Infinito, per la serie: “Ok, devo soltanto essere all’altezza della poesia zenit della lirica italiana”

Spiegare la poesia è pericoloso, perché spiegarla è pressappoco il contrario di viverla. D’altronde ricordiamoci sempre che, come recita un detto mordace e veritiero, chi non sa fare, insegna.
Il fatto è che le parole non sono importanti, per parafrasare Nanni Moretti, le definirei piuttosto ingombranti. Ho sempre paura di rovinare tutto, di suonare irrimediabilmente scolastico, di derubricare la grandezza di alcuni scrittori con l’aridità dei miei sproloqui. Ricordo con orrore un professore al primo anno di lettere che ci spiegava Ossi di Seppia, e quando ci leggeva Montale con quella sua vociaccia aspra e senza intonazione era una tragedia. Inoltre, cercare di penetrare in ogni anfratto delle opere d’arte dà un senso di nausea: se volete odiare una canzone che vi piace, suonatela con la vostra band.

Non saprei dire come sia andata la lezione su Baudelaire. So che abbiamo dovuto leggerla in traduzione, anche se non ho resistito dal leggerla in francese alla fine dell’ora.

Mi torna alla mente un aforisma di Robert Frost, che trovo sia la necessaria conclusione a questi pensieri sparsi che ho appena scritto:
I could define poetry this way: it is that which is lost out of both prose and verse in translation.

PS: il 23 novembre compio ventotto anni e sarò nella ville lumière con la mia classe. Dati i recenti accadimenti, credo sia giusto così.

 

 

 

Milton è un dio in inglese

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L’altra sera sono stato al cinema, a vedere “Una questione privata”, film tratto dal romanzo di Fenoglio. Con Beppe ho un rapporto strano, “Il partigiano Johnny” credo di averlo iniziato e abbandonato almeno 5 volte. Sono libri, i suoi, viscerali, screziati continuamente d’inglese, e l’eroismo che spesso cerco nei romanzi non è esattamente sotto gli occhi del lettore.

Il Partigiano Johnny, inoltre, mi fa sentire indiscreto e mentre lo leggo provo un senso di intimità violata: Fenoglio non l’ha mai portato a termine. Il titolo non l’ha scelto lui, bensì i suoi editori. Insomma, il libro che leggiamo in realtà non è che una crisalide del testo che lui progettava;
-nel mio piccolo, l’idea che gli abbozzi di quello che scrivo vadano pubblicati senza il mio controllo mi riempie di imbarazzo e di smarrimento; non riesco nemmeno ad immaginare come potrebbe vivere un sopruso del genere uno scrittore di professione. Ho dato un nome a questo disagio, lo chiamo il pudore della brutta copia-

Per Una questione Privata sono andato alla proiezione delle 22:00; è stato difficile non addormentarmi. Ho tanto di quel sonno arretrato che ogni tanto mi sembra di impazzire.
I prodotti culturali sulla Resistenza mi fanno sempre sentire un inetto. Tornando a casa in bici col freddo che mi spaccava le labbra pensavo che l’intensità della propria vita è direttamente proporzionale alla possibilità di perderla da un momento all’altro. E allora ho riletto il libro e mi sono sentito rassicurato e meno solo sapendo che qualcuno prima di me ha già descritto alla perfezione questi miei pensieri sparsi:

Arrivò sotto il portichetto.
«Fulvia, Fulvia, amore mio».
Davanti alla porta di lei gli sembrava di non dirlo al vento, per la prima volta in tanti mesi.
«Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto… Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come mai e mi sono visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso»¹.

Di conseguenza, rivedo i miei giorni e a volte li ritrovo allungati come un cattivo caffè. Ho trovato la pellicola talmente nebbiosa ed esistenziale che mi è rimasto addosso quel senso di ispirazione inquieta che solo i buoni film regalano.

La protagonista femminile, Fulvia, è stupenda, il tipo di ragazza per cui sarebbe valsa la pena tornare vivi dalla guerra contro gli scarafaggi neri:

Milton si premette le mani sul viso e in quel buio cercò di rivedere gli occhi di Fulvia. Alla fine abbassò le mani e sospirò, esausto dallo sforzo e dalla paura di non ricordarli. Erano di un caldo nocciola, pagliettati d’oro¹.

Io a questo punto non riesco a non pensare ad un’altra frase femminile, meravigliosa e affusolata al limite del sopportabile, una dichiarazione di poetica che pronuncia una ragazza nel Partigiano Johnny:

Se non fossi una donna, vorrei essere una donna. E ancora una donna. E poi ancora una donna. Ma se non potessi vorrei essere un airone².

Il protagonista maschile è frusto e carsico, ma non così brutto come viene descritto nel libro. In effetti Fulvia gli dice:

«Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così». Poi guardando il sole disse «Sei brutto». Milton assentì con gli occhi e lei riprese «Hai gli occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto». Girò impercettibilmente la testa verso di lui e disse: «Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto? Lo dicono senza… senza riflettere»³

Credo che per oggi non scriverò altro. Non commenterò ulteriormente le parole degli altri, che comunque sono più che sufficienti. Andare oltre la sufficienza con le parole, d’altronde, è il mestiere degli scrittori.

Io comunque amo le donne, e ancora di più l’airone che è in loro.

 

 

1- B. Fenoglio, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, Torino Einaudi 1990, p. 6.
2- B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Torino Einaudi 1978, 1994 e 2005, p. 16.
3- B. Fenoglio, Una questione privata, I ventitre giorni della città di Alba, Torino Einaudi 1990, p. 3.