Poesia della banlieue (in soli endecasillabi e settenari, alcuni sdruccioli)

2010-12-08_161556

Io non sono un poeta, ma ho creduto di poterlo essere fino ai 18 anni. Da allora non ho più scritto un verso che è uno. Ma appena arrivato in Madame la France ho scritto un paio di cose che pubblico ora.

Data l’ondata di poetastri, pietosi oracoli di quartiere che sbrodolano parole imparate al liceo o in film sentimentali di serie B, e si sentono ispirati perché quando gli gira vanno a capo, e questa è la loro poesia; date queste premesse, forse è meglio chiudersi nella gabbia della metrica, e pure a chiave. Forse è l’unico modo per tornare ad avere un po’ di libertà.

Io sono esattamente ciò: un pietoso oracolo di quartiere che sbrodola parole imparate al liceo o in film sentimentali di serie B (che sono il DNA della mia infanzia cartoni film mediaset).
L’unica differenza è che cerco di farlo in endecasillabi (qualcuno sdrucciolo) e settenari, cioè i metri principe della tradizione letteraria italiana.
“Oracolo di quartiere” è una definizione che mi ha appioppato sul serio un docente di italiano ultra cattolico.

In tram in un’urbanità non mia,
ma comunque affogato nel reticolo,
il sapore d’Italia,
di bâtiments -morte, grigio, ristagno-
che ci negano anche l’ultimo amore,
quando piogge di appalti
d’anni sei-settanta, danni in cemento,
ingrassano i suini in doppio petto.

In tram in un’urbanità non mia
in sistemi altri
di segni e suoni aperti
(e i versi mi si sciolgono in prosa)
e i “Corsi di linguistica
generale”, Ferdinand de Saussure
e gli strutturalismi delle steppe
son narvali di terra,
e notti senza lune
né stelle variabili:
la vivisezione della bellezza
mediante funzioni Jackobsoniane
è una Chopin-Fantasia su due ottave.

Fiuto banalità
addosso alla ragazza che ho di fronte
Zara, H&m, Bershka, Pimkie, Tezenis,
(sorrido) ché siamo tutti fratelli
quando non abbiamo niente da dire
-e questo solo ci innalza al sublime-;
la nostra irredenta emancipazione
passa per i ventinove e novanta
di H&m, qui dove anche a noi poveri
tocca la nostra parte di ricchezza.

(non è finita)

Solo una cosa so fare come PierPaoloPasolini (continua quando trascriverò il resto)

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I

Ivo Miller, impolverato da cinquantotto anni di niente, si alzò dal tavolo al quale era rimasto seduto per le tre ore precedenti. Spostò la sedia scricchiolante di tarli dietro di sé e constatò che la paglia intrecciata fra le quattro gambe di legno si stava sfilacciando come le sue giornate e i progetti che non si preoccupava più di fare.
La mancanza di progetti lo inquietava all’inizio, aveva impiegato un buon numero di notti per abituarvisi; si sentiva un paziente che inizia una nuova terapia non avendo alcuna fiducia in essa.
Dei progetti che faceva, del resto, non ne portava mai a termine nessuno. Ad un tratto era arrivata la resa incondizionata: non avrebbe appreso il russo, non avrebbe perso qualche chilo, non avrebbe sistemato gli scatoloni ancora sigillati dal trasloco di quattordici anni prima, non avrebbe finito l’università, non avrebbe letto tutto il Decameron, non avrebbe cercato un lavoro. Aveva quindi continuato a vivere placidamente in un casamento popolare a dir poco staliniano, che aveva la particolarità di rendere impossibile qualsivoglia atto amoroso. Ma questo era un problema relativo, dato che viveva solo da sempre.

Fin dalla prima giovinezza tentava di scrivere un libro. Ne aveva iniziati una cifra esponenziale, e ben pochi superavano le dieci pagine. A 17 anni, dopo tutti questi tentativi andati male, aveva concluso che in fondo era troppo giovane per scrivere un libro. Aveva deciso di rimandare la sua grande opera a quando avrebbe avuto un po’ più di vita. A 17 anni aveva vissuto troppo poco, a 27 aveva altro a cui pensare, o meglio, pensava di avere altro a cui pensare; a 37 anni meglio lasciar perdere perché 37 è un numero primo, a 47 era già troppo tardi, a 57 aveva vissuto troppo.

Provava approcciandosi alla scrittura un indicibile terrore per le formule, come se anni di media pronunciato midia e livellamento kitsch-linguistico si fossero sedimentati irrimediabilmente nel suo inconscio e da lì controllassero il suo linguaggio; un continuo gioco al ribasso. Si figurava questo ensemble di espressioni da film sentimentale come una macchia di petrolio che si spandeva sempre di più nel mare delle sue potenzialità espressive.
Cadaveri di quaderni e quadernini dalle copertine invitanti erano sparsi per tutta la casa, come pietre miliari in una mappa dell’inconcludenza. Scene parigine, acquerelli, foto in bianco e nero, scene di vecchi film, quadri famosi, citazioni costituivano le lapidi variopinte di tutte le storie che non era riuscito a scrivere. Rileggeva con ansia le sue bozze e alla fine del suo censimento di espressioni abusate ringraziava Dio per non averle mai fatte leggere a nessuno.

 

 

Non è come sembra, in realtà sono molto più intelligente. (suonare uno strumento)

ImmagineUna volta, al primo anno di conservatorio c’era un ragazzo che suonava l’organo. Era simpatico, ma era uno di quei tizi un po’ strani nel senso più buono del termine. A me piaceva, ma diciamo che i “grandi” alla scuola di Holden Caulfield, non l’avrebbero mai ammesso nel loro gruppetto. L’avrebbero lasciato fuori dalla porta come quel dentimarci-brufoli-piantagrane di Robert Ackley.
Comunque.
Un giorno prima di entrare a solfeggio ci ritroviamo io e lui fuori dall’aula e io gli faccio: -Ma dai suoni l’organo, che figo. Ma come mai questa scelta?

Provate a chiedere a un musicista PERCHé suona lo strumento che suona.
Ti raccontano sempre la loro biografia in edizione riveduta, ampliata, commentata e illustrata da Gustave Doré.
Lo faccio anch’io eh.
Quasi tutti sono partiti da uno strumento e poi sono arrivati a qualcos’altro. Oppure ne sono rimasti affascinati da piccoli mentre lo zio suonava alla vigilia di Natale e compagnia bella. Oppure (e questi sono i miei preferiti) CI AVEVANO BISOGNO DI ESPRIMERSI CON UN LINGUAGGIO CHE FA VIBRARE LE CORDE DELL’ANIMA.

Io non faccio nessuna di queste cose. Non c’è niente di romantico nel fatto che suono. Semplicemente, nell’ordine: suonavo il pianoforte perché mi piaceva l’ode alla gioia di Beethoven in un’ingenua trascrizione facilitata per pianoforte che suonava mia cugina Maria Vittoria quando ero piccolo. Quindi “Mamma voglio suonare anch’io il pianoforte”.

A 14 anni volevo fare colpo sulle ragazze ed ecco perché suono la chitarra.

A 16 anni volevo essere un rocker ed è per questo che suono la chitarra elettrica (che va a cumularsi al “Volevo piacere alle ragazze”; a dire il vero non è che proprio abbia funzionato così tanto).

A 17 anni mi sono reso conto che dovevo avere un pezzo di carta dove c’era scritto che suonavo qualcosa; il corso dov’era più facile entrare al conservatorio era contrabbasso, et voilà.

Poi va beh, la musica effettivamente mi piace quasi come le lasagne. Anche se quella classica a volte mi annoia. Per esempio non riesco ad ascoltare una sinfonia intera di Brahms (sì, sì, lo so, fucilatemi). Ma penso che questo si ricolleghi al miliardo di libri che non ho mai finito nella mia esistenza.

Anyway, stavo dicendo: in un mondo dove ogni musicista ti racconta che è stato ispirato dall’Onnipotente a suonare il suo strumento, cioè il conservatorio…

alla domanda “perché suoni l’organo?” (mi aspettavo la lettura integrale del trattato filosofico “Dell’armonia celeste”)…

questo tipetto taciturno mi risponde (colto un po’ alla sprovvista, come se non se lo fosse mai chiesto):
-Beh… cioè… perché è bello.

T’as gagné. Hai vinto. You win.
Credo siamo rimasti in silenzio fino a quando non è arrivato il professore.

P.S.
In realtà devo ringraziare Viola per questo post, le idee sono sue, io sono solo uno che ha pensato valesse la pena scriverle da qualche parte.

P.S. (2)
Gli asini sono al  100% francesi.

Ricordati… – Evviva il pilota – Libri non terminati

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Desidero scrivere delle banalità per contraddire il mio post precedente e dare prova di grande incoerenza intellettuale.

Volevo con quel post anche dare prova della mia capacità di lamentarmi, che qui in Italia è un po’ lo sport nazionale.
E io non voglio essere da meno ai miei compatrioti, al punto che quando il barcone Ryanair atterra io mi spello le mani ad applaudire il pilota, eludendo ogni spinta all’essere almeno un po’ internescional.

Riguardo l’incoerenza poi, io non ho finito una marea di libri.
Dopo un po’ non sono più lo stesso uomo che aveva ritenuto di iniziare quel libro.
(oltreché comprarlo, perché io possiedo molta più carta stampata di quanta non riuscirei a leggerne in un’era geologica)
Che volete, mi rigenero, sono in continuo movimento come l’intestino crasso e il suo contenuto.
Normalmente nel giro di due giorni cambio idea sull’opportunità di investire risorse intellettuali in quella lettura.
Perché dovrei continuare Les Misérables quando l’annuario di suor Germana mi ammicca invitante dalla libreria?
E perché continuare a leggere in generale se suor Germana IN PERSONA mi ammicca invitante?
Il punto è che ci vuole coerenza e determinazione per portare un libro alla fine.
Il piacere
di Gabrielone D’Annunzio (che fa in realtà si chiamava Gabriele Rapagnetta) ha uno splendido primo capitolo; altro non saprei dirvi.
La verità è che gli autori che proprio mi hanno incollato il naso alle pagine non sono poi molti. E pochi di questi sono nelle storie della letteratura che studiamo correntemente.

Anche in questo post volevo parlare d’altro, ma non ho abbastanza coerenza per farlo.
Ah sì, volevo parlare del tempo.
Non credo di aver perso molto tempo nella mia vita.
Ok, si poteva stare un po’ meno su facebook a guardare quanto gli altri si divertissero alle feste mentre io ero appunto, su facebook.
Potevo anche essere più svelto in generale.
Io a Verona giro in bicicletta non perché sono ecologico, ma semplicemente perché la bicicletta è il mezzo che ti permette di prenderlo all’ora che vuoi tu. Gli autobus li perdo sempre. Sono lento a lavarmi i denti e poi penso alle farfalle.
Potevo essere più organizzato. Meno in ritardo. Potevo perdere meno tempo a girare per casa respirando con la bocca aperta e lo sguardo perduto. Potevo vivere meno last minute. Molti miei lavori scolastico-universitari avrebbero potuto essere decisamente migliori se non li avessi iniziati la sera prima.
Di tutto questo un po’ mi dispiace (pas trop). Mi dispiace per la gente che ho fatto aspettare mentre ero in ritardo.

Poi per carità, bisogna anche dire che Kandinsky su “L’arte contemporanea” di R. Barilli, proprio lo non si può studiare di mattina col sole che sorge e gli uccellini che cantano.
Non sarò certo io a dire che la notte porta consiglio e ispirazione in maniera privilegiata.
Anche in questo momento dovrei scrivere un dossier sulla grafia francese del XVI secolo invece di scrivere su WordPress.

Concludendo: il tempo perduto che veramente rimpiango è di tre tipi.
1- Il tempo che ho passato convinto di avere ragione su non importa quale faccenda.
2- Il tempo che ho passato a pensare di essere integerrimo, a differenza degli altri.
3- Il tempo che ho passato a desiderare di non essere a Verona
(perdendomi Piazza Dante desiderando di essere in Trafalgar Square)

C’è gente che sul tempo perduto riesce a scrivere tomi su tomi cambiando guardacaso la storia della letteratura mondiale;
io mi fermo qui, che è meglio.
Ah sì, La recherce di Marcellino Proust ovviamente non l’ho mai finito.

Mentre scrivo c’è Antonio Albanese su la7 che dice “Sogno un’Italia dove un giovane possa aprire un’impresa in mezza giornata”. Lo spero, perché questa frase cade proprio a fagiuolo: forse ho l’idea giusta su che cavolo fare nella vita. (abbandonando a malincuore l’idea di poter lavorare in questa maledetta istruzione pubblica)

E ora torniamo al dossier.
à bientot.
(La o con l’accento cinrconflesso non la trovo)

Aggiornare assiduamente (Quattro mesi e non sentirli)

Il mio ultimo post risale al 3 settembre, ergo ero in France da 3 giorni.
Cosa succede nel caso io non abbia nulla da dire?
Dovrei cancellare dalla rete questo blog su cui non scrivo?
Perdermi nello sciacquone delle cose dette su internet, nell’inflazione di nulla che irrora i vari twitter, facebook, instagram e compagnia bella?

(…e compagnia bella è un’espressione che usa tantissimo Holden)

Non per fare il nichilista eh. Quelli li odio. Gente che passa le giornate sul suo schiccosissimo* hipster-blog wordpress a giocare al radical chic newyorkese. Disprezzo a vagonate per tutto. (*grafia fantasiosa)
Io credo che il troppo non-sense abbia fatto il suo tempo. E il cinismo hard-core lo lascio a quelli che devono ancora riprendersi dai loro traumi pre-adolescenziali.
Come il metal pesante. Tutti noi abbiamo almeno un amico che ascolta TUTTORA i Cannibal Corpse perché è arrabbiato col mondo. E ha voglia di mandare affankulo mamma e papà.

Dai, basta.

Io la mia arrabbiatura col mondo la esprimevo con Eminem. A 15 anni.
E comunque Eminem spacca di brutto ancora.
E comunque l’inflazione di nulla di cui sopra a me piace tanto, alla fine della fiera. Non sarò mai uno di quei fanatici che si rimuove da facebook sentendosi per questo come il protagonista di Into the wild.

(Che libro/film idiota. Veramente, non mi spiego perché venga così osannato un cretino che brucia del denaro e va a schiattare da solo su un monte. Ma, attenzione, non schiatta perché desidera suicidarsi, in quel caso gli porterei quantomeno il rispetto che porto a un Ortis o a un Werther; schiatta banalmente perché non calcola che il torrente è in piena e fa un po’ freddino lì attorno. Bah)

Quindi dicevo, a me facebook piace tanto. Twitter no perché non appaga abbastanza il mio ego. Facebook è comodo: me la cavo con una frase e nemmeno quotidiana. Non ho molto di più da dire. Spessissimo ho l’impressione di non essere abbastanza efficace e quindi perché scrivere? Dal momento che Eugenio Montale ha scritto gli Ossi, cosa avremmo mai, noi, da dire? 

Ho vissuto quattro mesi in Francia (e tra poco ci torno). E allora? Non saprei veramente che dirne. Forse ci sono ancora troppo in mezzo. E forse non voglio affidare a WordPress il racconto, perché descrivendo un pomeriggio a casa di Delphine che cerca di cantare in italiano, una mezza parola con i francesi (e riuscire a scherzare, almeno un pochino, in francese), un andare a vivere con Viola, una storia della Resistenza che ci ha rivoltato come calzini, quei quattro giorni a Parigi senza che di Parigi ci importasse nulla, un professore di traduzione dall’italiano al francese che ci guardava come ogni professore dovrebbe guardare i suoi studenti, le interminabili discussioni di politica e il ridere sincero con la combriccola di italiani, le serate, le feste, l’ansia di vivere in un paese dove tuttora volere è potere, il confrontarsi continuo su “Stiamo perdendo un anno della nostra vita in un’università così diversa da quella italiana?”………………………e compagnia bella;

Forse non voglio affidare a WordPress queste cose, perché descrivendo, inevitabimente, svilirei.
(E lo so che è un discorso sentimentale del cazzo, lo so che il NON RIESCO A DESCRIVERLO PERCHè è TROPPO è una puttanata da Mediaset. Forse è per questo che un elenco di cose che vorrei ricordare di questi mesi alla fine l’ho stilato)

In summa:
Credo dipenda in larga parte da me, perché se c’è da mangiare sono sempre contento, però per me il bilancio è positivo. Mi mancano le persone che sono state con me in questi mesi, anche se nel giro di dieci giorni si torna tutti a Grenoble. Grazie. Credo che se farò il cameriere e non il prof di italiano avrò comunque il bel ricordo del 2013/2014.

E ora, di grazia, vado a dormire. E nemmeno avevo voglia di scrivere.  

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Doccia fredda (mamma mi compri un gioco)

ImmagineCome si può evincere dalla mia eloquente lista della spesa che non riesco metter dritta, sto assaporando la liberté e l’indipendence.

Arrivare a Grenoble è una doccia fredda.
Non in senso metaforico.
È proprio rotta la caldaia dello studentato.

Risultato 1: questa mattina dopo la doccia avrei potuto competere al concorso internazionale “Mister capezzoli di marmo”

Risultato 2: non c’è dubbio che ti svegli.

Risultato 3: stop alla cellulite.

Ho chiesto indicazioni a un tizio che mi ha pure messo amichevolmente una mano sulla spalla. Qui sembrano tutti gentili. In più è il paradiso delle piste ciclabili, salvo avere con me solo la mia bici da corsa e coi jeans è un po’ duretta andar via in posizione ultra aerodinamica

(tradotto: ogni tanto giro con le chiappe al vento n.d.r. E che vento)

Mio padre, appena abbiamo finito di scaricare la carovana, ha iniziato a mettermi via la roba e darmi consigli, al che ho replicato “Senti, a casa tua fai quello che ti pare, a casa mia si fa come voglio io. E ringraziami per l’ospitalità”. La risposta di mio padre in un cristallino idioma gallo-romanzo (alias dialetto mantovano) non posso riportarla qui per intero.

A cena con lui, Viola e i suoi di Viola abbiamo mangiato una pseudo pizza. Ma il punto è che ho interagito io in francese col pizzaiolo.

A dire il vero la mia perfomance linguistica non dev’essere stata molto convincente, perché poi alla fine mi fa “Sono trenta euro” in perfetto italiano. Della serie evitiamo equivoci, amigo.

Non solo non va l’acqua calda. Ho anche scolato i miei primi spaghetti francesi e l’ho fatto con una tale veemenza che ne ho buttati fuori metà dallo scola pasta. Stavo per piangere come Gioacchino Rossini quando gli cadde l’arrosto dalla nave (era un arrosto?).

Non va nemmeno internet. Infatti sono in piazza Victor Hugo che scrivo in questo momento. Ora spengo tutto va, che devo cercare il conservatorio.

Ah sì, nessun burocrate mi ha mangiato vivo (per ora). Anzi. Sono tutti dei tesori e ti fanno capire che in ogni caso non dovrai andare sotto un ponte a dormire.

E comunque il “No” che dicono le mamme ai bambini che fanni i capricci è uguale in tutto il mondo.

 

Il Lasciapassare A-38

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Ditemi che anche voi avete visto un numero siderale di volte Asterix e Obelix e le Dodici fatiche.

Che raffinatezza, che satira.

(“I Simpson di loro tempi” come li ha definiti una volta un tizio su Youtube di cui non ricordo il nome).

Beh, celeberrima è la loro esperienza con la burocrazia: devono procurarsi questo benedetto lasciapassare A-38 e una miriade di impiegati pubblici se li rimpallano come giocatori di volano.

(Compreso il pezzo grosso nel suo ufficio che non fa altro che farsi spingere sull’altalena dalla sua avvenente segretaria…)

E insomma siamo arrivati all’ultima sera veronensis e più o meno il mio stato d’animo è lo stesso: ANSIA BUROCRATICA. Ho una specie di inusitato terrore di essere avvolto fra le spire dei mangiacarte francesi.

-Monsieur Gaviolì, il suo giustificativo di residenza del garante affittuario numero 1324 ai sensi dell’articolo 45 comma 9 paragrafo 4 delle ultime lettere di San Paolo Apostolo ai Tessalonicesi… NON è VALIDO.

*lo studente sprovveduto scoppia a piangere perché non ha un tetto sopra la testa mentre il burocrate addetto alle tane continua implacabile:

-Secondo l’esame completo del suo dossier Lei non ha diritto a una casa.
  Secondo l’esame completo del suo dossier Lei nemmeno esiste.

*puff e scompare in una nube di fumo.

Bisogna pure dirlo però: buonsenso vuole che le faccende burocratiche non si assolvano la sera prima di partire.

(E in questo mia mamma è stata fantastica a rimanere in rispettoso silenzio della mia disorganizzazione; e vabbè, gli occhi lucidi a cena le sono venuti)

Il problema è che è tutta la vita che vivo all’ultimo minuto.

Cominci così, per caso, ai tuoi amici dici “smetto quando voglio”… E poi ti ritrovi a essere SEMPRE di corsa, perennemente in ritardo; a leggere le ultime pagine del programma d’esame dieci minuti prima di entrare dal professore.   

Il silenzio materno è stato comunque prontamente equilibrato dal nervoso paterno.

Tutto quello che mia madre è riuscita a non dirmi (persino la celebberrima hit “Lo sapevo che andava a finire così”) me l’ha detto mio padre, ovvero il mio autista nonché responsabile della logistica; è il suo modo di volermi bene, credo.

Non è stata niente male nemmeno Viola, che questo pomeriggio mi telefona in quasi lacrime perché le è giustamente venuta l’idea di formattare il portatile. Risultato? Schermo nero come il carbone della Cornovaglia e una scritta che lampeggia: “Hai fatto la cazzata eh?”

Menomale che al mondo ci sono gli amici informatici che un giorno domineranno il mondo. Ringrazio qui pubblicamente Fede per la sua prontezza e i libri che ha in camera.

Il tempo e il suo valore sono piuttosto deflazionati ultimamente.

Rapida successione di cronaca:

1- Ieri sera pizza con amici storici e lì altri piantini e regali; è stato bello.

2- Stamattina sono andato con mia sorella dal Genio delle Tartarughe di Mare alias il mio liutaio che a colpi di Karatè sistema gli strumenti musicali. Mia sorella sta lavorando assiduamente per sostituirmi con un cane di taglia quantomeno proporzionata alla mia (ha desistito con il cavallo).

Le valigie sono complete e ho anche fatto “La borsa dello sport” (con dentro le robe per la bicicletta e il Kimono che forse quest’anno la prendo la cintura nera di Judo)

*Sì sì, avevo Judo mentre gli altri facevano la festa della medie.

D’altronde si sa: l’Erasmus è la terra promessa delle cose rimandate, l’occasione per autoilludersi che qualcosa concluderemo;
un po’ come quelli con la pancetta che vanno da Decathlon nella speranza di diventare sportivi militanti (io compreso).

Buonanotte ma petite Italie;
non smettiamo di sognare che i frodatori vadano in galera e ricordiamoci: “Tu vuò fa’ l’americano, ma sì nato in Italy”.

PS
Asterix e Obelix sono Gallici, giusto?

Avere degli asciugamani asciutti

La principale controidicazione nel vivere con altre quattro persone (due genitori e due sorelle) è che la mattina in bagno è difficilissimo trovare gli asciugamani asciutti. Bagnati d’altronde non valgono nulla (lo dice la parola stessa ASCIUGA-mano). Sostanzialmente per questo motivo vado a Grenoble a fare il diciamo quinto anno di università. Insomma, è forse arrivato il fatidico giorno in cui mi toccherà imparare a usare la lavatrice.

Ieri pomeriggio, tanto per perdere un po’ tempo mi sono fatto un giretto all’Università di Verona, ovvero la culla delle mie ansie di internazionalità. Mentre scrivevo (lentamente e senza voglia) la mia tesi triennale (un raffazzonamento di idee altrui riorganizzate e ripulite dal sottoscritto) frequentavo i vari corsi di francese/inglese advanced cercando di respirare un po’ di luce londinese ou parisienne. Mi sembrava che il linguaggio in quel momento fosse l’unica finestra sul mondo che potessi concedermi fra ricerche bibliografiche dantesche (l’argomento della mia tesi) e gli esercizi Kreutzer stonati per contrabbasso.

Che poi continua a essere pazzesca questa cosa che dopo tre anni (un soffio) ti proclamano dottore. Una cerimonia per far commuovere le nonne. O smuovere l’economia con le mance che sganciano parenti e amici.

Anche chiamare la cosa che ho fatto “tesi” è pazzesco. In fondo il mio unico lavoro è stato quello di rendere più intelligibili le masturbazioni intellettuali di altri autori che hanno scritto sulla materia. Togliere, potare i ghirigori.
L’altro lavoro importante è stato smettere i panni dell’idealista di stampo neo-risorgimentale. Della serie Dante è l’eroe integerrimo della nostra gloriosa cultura nazionale. 

Dio mi perdoni.
Tendo sempre a dimenticarmi che il romanticismo è morto e sepolto.
Ma sto migliorando. Per esempio ho smesso di scrivere poesie. Anche se qualche, miodio, anelito, permane nel mio animo e nonostante i pesticidi non riesco a debellarlo. Sarà il mio insanabile egocentrismo che mi porta a scrivere (anche in questo momento).

Almeno lo ammetto.

Obama non ammette che vuola invadere la Siria e basta, io invece sono lucido riguardo la mia voglia di parlarvi di me.

Avrei anche voluto perdere qualche chilo primo di andare in terra d’oltralpe, e invece mi attesto sugli 88 e non c’è verso di smuovermi, perché sì sì il ciclismo ma poi mangio come un cinghiale.

In realtà quello che sento ora è un gigantesco “e adesso?”. Sto lì tanto a preoccuparmi quando ho amici (no in realtà solo uno che si chiama Mattia Cacciatori) che vanno in piazze mediorientali mentre impazza la rivolta a fare fotografie. Mi immagino la differenza fra le telefonate:

Marco: -Si mamma sono arrivato a Grenoble dove vanno un miliardo di studenti italiani e sì, ho mangiato e il riscaldamento va.

Mattia: -Ciao mamma mi hanno messo in carcere perché facevo le fotografie in Turchia e no, non penso di tornare per cena.

E così.

I Malaffare

London, 1st january 2013.

Acciambellato come un gatto sul pavimento del cesso pubblico n. 45.

Se il freddo delle mattonelle sbeccate non fosse stato così gelido da bruciarmi la pelle;
Se non avessi sentito la fermentazione di decine di umori umani;
Se non fossi stato pugnalato dal miasma che proveniva dal cesso n. 44;

Beh, probabilmente non mi sarei nemmeno svegliato: sarei rimasto lì, a morire nel piscio schifoso di qualcun altro.

Mentre mi sveglio un uomo di poca fede si è chiuso nel cesso n. 46 con una prostituta. I gemiti soffocati mi infastidiscono. Con una forza che non mi appartiene sollevo un braccio e busso sulla parete di legno finto che ci separa: -Ehi, cʼè gente che dorme qui! Porcaputtana, non cʼè più religione, non cʼè più rispetto per gli altri!-
Vorrei sembrare deciso, ma biascico come un cane meccanico.

Appiccico una sillaba dopo lʼaltra con del collante scadente.

Appiccico anche le mie percezioni con del collante scadente, così mi ritrovo dentro a un grande affresco cubista, tagliuzzato come un suonatore con chitarra. Mi viene in mente che è proprio un peccato che si parli sempre di Picasso e mai di Braque.
Delaunnay, poi, è un perfetto sconosciuto. La stessa cosa succede per il capitale di Marx.
Il-capitale-di-Marx. Sembra una parola sola, un rigurgito uscito dalla bocca di qualche accademico. E il povero Engels?
Non cʼè più religione.
(Il che in fondo avrebbe fatto piacere a Marx e a Engels).

Mentre scrivo, la macchina luminosa riconosce Marx come corretto, Engels come errore, con quellʼeloquente zig-zag rosso sottostante (…)

I simpatici modi che utilizza la tecnologia per ricordarti che sei una nullità.

Il freddo non è affatto un motivo sufficiente per farmi alzare e uscire dal bagno. Per lo stato in cui mi trovo, queste mattonelle non sono poi così diverse dal mio letto.

Mi sento come ogni dannata mattina: la sveglia mi violenta col suo urlo orrendo (Spleen ndr) e mi alzo con lʼimpressione di aver dormito sì e no un minuto e mezzo; il mondo congiura alle mie spalle per far arrivare lʼalba prima; e dire che da bambino odiavo la notte inutile-perdita-di-tempo.

Momento remembering dellʼinfanzia (banalità e melassa): stop, grazie al cielo.

Mi è sempre piaciuto fingere di avere unʼalternativa allʼinfilarmi in doccia-masturbarmi-uscire di casa dopo il suono della sveglia. Morire, per esempio.

Steso per terra nel cesso pubblico n. 45, il mio cervello non deve essere poi così dissimile da un uovo strapazzato. Sono poltiglia esistenziale thatʼs all.

Mentre penso a queste cose una specie di convulsione inizia a prendermi a pugni la pancia, tenta di farmi esplodere le budella e spezzarmi di netto tutte le costole.

Oh no cazzo, oh no; gli spaghetti si stanno dimenando nel mio stomaco come unʼorgia di vermi idrofobi e tra poco me li ritroverò in gola. Nel giro di due secondi se non voglio soffocare come il batterista dei Led Zeppelin (di cui non ho il talento) mi sollevo e faccio zampillare fuori dalla bocca il solo odore rivoltante che manca in questo cesso.

Ora il bouquet olfattivo è completo.

E dire che stavo così bene nel mio liquido amniotico-piscio. Capisco perché i neonati piangono appena li risucchiano fuori dallʼutero.
Ok mi alzo in piedi. Passano alcuni minuti. Trentotto per lʼesattezza. Con aria spastica esco dal cesso.

Sembro una specie di satiro fatto di eroina.

Sembro un ballerino di danza contemporanea olandese.

Sembro una iena che ha bevuto troppo caffè.

Sembro Nijinsky alla prima de Le sacre du printemps.

La prostituta di prima esce dal bagno attiguo al mio e dopo aver congedato il cliente mi guarda con lʼaria di voler contrattare. Non sa che è troppo rumorosa per i miei gusti?

-Quanto?- le chiedo.

-Solo per oggi 20. Promozione Capodanno-

Tiro fuori dal jeans una banconota da venti, gliela allungo, e passo oltre mentre lei mi guarda un poʼ stupita come a dire ehi, il mio posto di lavoro è qui.

-No, davvero va bene così. Grazie comunque, lei è molto cordiale- e me ne vado.

Il fatto è che mi affeziono sempre un poʼ troppo alle persone.

Ho aperto un blog (ah beh sì beh), povero blog (e povero anche il cavallo)

 

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Se nel futuro (e il 2013 è indubbiamente il futuro) avremo tutti i nostri 15 minuti di notorietà…
Allora voglio (anche io) aprire un blog.
Sono spiacente se un certo afflato di romanticismo doppio-zucchero mi ha inevitabilmente infettato.
Sì, sì, abbiamo visto tutti l’attimo fuggente e ci siamo persuasi di aver tutti qualcosa da dire.
Io ne sono stato convinto fino ai 18 anni (compresi).
Dopo i 18 si diventa patetici.

Il punto è che odio tanto quanto i nichilisti dell’ultima ora; pertanto:
voglio (anche io) aprire un blog.

Verona
Marco Gavioli
*la foto l’ho fatta io, ai Kew Gardens. Poi su quell’albero mi ci sono pure arrampicato.